La cultura tra potenza dei big data e banalità del questionario

Tutti parlano di big data ma intanto continuiamo a incontrare musei e organizzatori di eventi che usano i questionari per capire qualcosa sui propri visitatori. Servono ancora? E a cosa? L’analisi di Stefano Monti

Big Data
Big Data

La cultura è importante. Lo è per il futuro della nostra democrazia. Lo è per i possibili risvolti economici. Lo è nella gestione dei flussi migratori. Lo è per l’attrazione di investimenti diretti esteri e lo è per il nostro benessere e la nostra salute. Ma come facciamo a dimostrarlo, se la maggior parte delle indagini che vengono condotte hanno alla base ancora lo strumento del questionario?

A COSA SERVE UN QUESTIONARIO

Per carità, nessuna critica a uno strumento che ha, e continuerà ad avere, una grande varietà di ambiti di applicazione, ma bisogna rendersi conto che con esso non si può misurare tutto. Un questionario può essere utile per alcune dinamiche della customer satisfaction, ma per un’indagine sugli impatti che la cultura può avere sulla salute dei cittadini esistono sicuramente degli strumenti più efficaci.
La verità è che il mondo della “cultura” ha, nel nostro Paese ma non solo, gradualmente smarrito quella simbiosi che dovrebbe esserci tra “significante” e “significato”. Oggi tutti parlano di big data, ma quelli che davvero hanno deciso di investire risorse in questo settore sono pochi. Questo perché big data è una bella sigla. Suona bene. Ma la maggior parte delle organizzazioni attive nel settore culturale non ha ancora ben compreso come i big data possano in realtà migliorare la loro attività.

A COSA SERVONO I BIG DATA

Al di là del “naming” orecchiabile, quello dei big data è un mondo complicato, fatto di algoritmi e sigle e lessici che, per le soprintendenze ma anche per la maggior parte dei direttori museali, risultano arcani. Qualche anno fa fu Nesta a lanciare per prima l’allarme: in UK le organizzazioni che utilizzavano i dati per definire le scelte strategiche (data-driven organization) erano decisamente la minoranza.
Figuriamoci nel nostro, di Paese, in cui si spera ancora di stimare l’impatto economico di un grande evento mandando dei volontari in giro a fare domande sulle inclinazioni di spesa (dove ha dormito? Ha mangiato al ristorante? È venuto in treno o in macchina?).

QUESTIONI DI METODO

Si badi bene. Non si tratta solo di tecnologia. Si tratta di approccio di indagine. Con il questionario si vanno necessariamente a misurare delle dimensioni (variabili) decise ex ante. Ecco un classico esempio: il consumo di cultura può generare un miglioramento del benessere percepito da parte dell’individuo e, quindi, valuto delle dimensioni che intendo analizzare, arrivando poi a poter stabilire, sulla base dei dati raccolti, se i partecipanti all’indagine con maggiori consumi culturali percepiscono la propria vita in modo più o meno positivo di coloro che hanno consumi culturali più bassi.

“Al di là del “naming” orecchiabile, quello dei big data è un mondo complicato, fatto di algoritmi e sigle e lessici che, per le soprintendenze ma anche per la maggior parte dei direttori museali, risultano arcani.”

Con l’analisi di grandi informazioni disponibili, invece, si parte dalle informazioni per arrivare alle dimensioni. Concettualmente non è difficile da capire. Realizzarlo scientificamente lo è un po’ di più. Ma le dimensioni conoscitive cui si può giungere sono sicuramente più affidabili. Perché, malgrado ci faccia piacere credere che i consumi culturali possano rendere la nostra vita migliore, non sempre disponiamo delle informazioni necessarie per poterlo affermare scientificamente, anzi. Le variabili in gioco, quando si tratta questi argomenti, sono troppe per poter costruire una ricerca che (ex ante) possa stabilirne davvero le causalità.
In altri termini: sostenere che, dal punto di vista statistico, coloro che mostrano maggiori consumi culturali possono godere di migliore salute non implica assolutamente che chi consuma più cultura vive meglio perché consuma cultura. Può semplicemente significare che chi consuma più cultura è una persona più informata e, in quanto tale, tende ad adottare comportamenti di prevenzione primaria più efficaci. O può significare che è cresciuto in un ambiente più sano. O ha più risorse economiche. O è semplicemente più fortunato.
Ovviamente, ciò è vero anche al contrario: non si può di certo escludere che la cultura possa contribuire al miglioramento delle nostre condizioni di vita. Gli scenari, in questo senso, sono ancora tutti da scoprire, ed è questo a rendere l’argomento stimolante.
Ma se vogliamo affrontare anche questa tematica con il solito questionario, magari da somministrare negli ospedali, beh, allora meglio se dedichiamo il nostro tempo ad altro.

– Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.