Industrie Culturali e Creative. La salvezza dai robot

Pare che, in numerosi settori lavorativi, l’uomo sia destinato a essere sostituito ancor di più dalle macchine. Complici le nuove tecnologie in continua crescita, un quadro demografico stagnante e i cervelli in fuga. E sul fronte della cultura? Meglio correre ai ripari con strategie ben meditate.

Chris Wedge & Carlos Saldanha, Robots (2005)
Chris Wedge & Carlos Saldanha, Robots (2005)

Gig economy, automazione, disintermediazione. Il futuro del lavoro sembra in moltissimi settori essere destinato ad avere una sempre crescente componente di capitale e una sempre minore componente umana. 
In questo scenario, l’industria di creazione dei contenuti sembra essere l’unico cluster in cui l’importanza del fattore umano è imprescindibile.
È di questo parere anche Hal Varian, chief economist di Google e professore emerito alla Berkeley University.
Secondo l’autore del più noto manuale di “economia dell’informazione”, infatti, in futuro i lavoratori non qualificati saranno sicuramente rimpiazzati da robot e altre forme di intelligenza artificiale e, nota ancora l’economista, questo sarà tanto più vero in quei Paesi con un saldo demografico negativo (come l’Italia).

LAVORO, MACCHINE E CULTURA

In pratica, secondo le previsioni, il mercato del lavoro in Italia sarà particolarmente difficile nel prossimo futuro, in parte per una condizione demografica stagnante (cui si aggiunge un forte fenomeno di brain-drain, vale a dire di giovani che cercano all’estero il proprio futuro), in parte perché alcuni dei lavori per i quali oggi è indispensabile l’essere umano, presto potranno essere affidati alle macchine.
Calma, calma, non cediamo ad allarmismi. Questi punti sono indubbiamente veri, ma è anche vero che tutta la storia dell’umanità, a partire dalla seconda rivoluzione industriale in poi, è costellata di mestieri che scomparivano per far fronte a nuove professionalità. Quindi non solo non c’è nulla di nuovo all’orizzonte, ma adesso lo sappiamo con discreto anticipo.
Proprio per questo è importante iniziare a valutare, “prima che divenga un’emergenza”, quali strategie adottare per favorire il potenziamento di quelle industrie meno esposte a questo tipo di problematica.
Tra queste, sicuramente una componente importante è costituita dalle ICC: per quanto si debbano trovare infatti nuovi modelli di business (editoria, teatro, opera, ecc.), è indubbio che questi settori economici non saranno troppo “coinvolti” sul versante del “personale” dalle rivoluzioni tecnologiche.

L’industria di creazione dei contenuti sembra essere l’unico cluster in cui l’importanza del fattore umano è imprescindibile“.

Purtroppo, però, nessun segnale sembra andare in questa direzione: si favorisce l’autoimpiego, è vero, ma spesso come modalità per contrastare i dati sull’inoccupazione; si favorisce la nascita di start-up, ma non c’è un sistema del credito tale da poter sostenere una vera rivoluzione in questo senso; si strizza l’occhio all’economia della cultura e al turismo, ma le imprese sono sottocapitalizzate, le infrastrutture sono spesso obsolete, e la qualità dei trasporti è poco competitiva rispetto a quella di altri Paesi; si fanno G7 per la cultura ma i temi sono trattati con vaghezza.
Il punto è che il nostro tessuto produttivo “culturale e creativo” necessita di politiche industriali oltre che di politiche culturali. Solo con un approccio che sappia coniugare le esigenze di tipo economico e quelle di matrice culturale sarà possibile trasformare questo settore (che, fatta eccezione dei giganti, conta un bassissimo numero di dipendenti per impresa) in uno dei comparti produttivi più importanti non solo per il nostro presente, ma soprattutto per il futuro del nostro Paese.
Ma chi governa dovrebbe avere chiaro il futuro. E il futuro della nostra Italia inevitabilmente passa per le industrie del contenuto. Fare finta di niente è un crimine.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.