ViennaFair 2014, vivace e bizzarra. A guida russa sembra mantenere le promesse

La ViennaFair si conferma il checkpoint artistico della nuova frontiera est-ovest. È dato al pubblico di visionare una fiera come fosse un museo delle novità venute dal freddo? Perché no? D’altronde la fiera siamo noi, il pubblico dell’arte, il “terzo uomo”, decisivo, implacabile o ineffabile nel suo ego. Sguardo a volo d’uccello sulla fiera meno amata… e meno compresa dagli italiani.

Vienna Fair

Alla fiera dell’est, per due soldi…”. No, non è proprio così, seppure l’etica della ViennaFair, orientata allo scambio artistico-culturale con Paesi che una volta si chiamavano d’oltrecortina, dia visibilità ad artisti che sono ai primi contatti con il mercato occidentale o che ad esso vi sono giunti, rappresentati da galleristi tedeschi, austriaci ecc. In realtà c’è qualcosa di più, dato che il panorama delle presenze è vasto e almeno il 70% delle 115 gallerie non è di casa; italiane assenti, però. In ogni modo, prevale la figura dell’artista “giovane”, pertanto anche commercialmente abbordabile, per così dire. Il movente principale per il pubblico, dunque? Elementare, il “selfie” con l’opera d’arte. Fotografarsi con essa, purché abbia un impatto eccessivo, proiettato nel sublime estetico.
Nel labirinto linguistico di questo annuale meeting est-ovest, a conduzione manageriale e artistica di marca russa, non badiamo alle cifre finali, certamente non da record. Osserviamo, invece, come abbiano avuto un certo ruolo opere-installazioni che non si presentassero appese alle pareti e non gravassero al suolo, ma venissero giù dall’alto, dal soffitto o semplicemente dal cielo. “Appese come prosciutti”, si disse scherzosamente a proposito della disposizione che Maurizio Cattelan volle dare alle sue opere in occasione della retrospettiva che il Guggenheim di New York gli offrì nel 2011. Probabilmente, da parte della celebre istituzione, fu un omaggio in virtù della promessa dell’artista di smettere per sempre di fare l’artista. “E quando mai”, mormorò, ironico, qualche maligno, “Cattelan, artista lo è stato?”. Nulla di così fitto in questa decima edizione della fiera viennese, ma le opere appese erano comunque ricorrenti quel tanto da non passare inosservate. Perturbante quella di Szolte Berszán, fluorescente quella di Susanne Rottenbacher, totemiche come in Annelise Schrenk, Cäcilia Brown e altri.

Vienna Fair
Vienna Fair

Sappiamo bene che “l’appeso” ha la sua dimensione simbolica e profetica nel mazzo dei tarocchi, e così, alla ViennaFair, ti chiedi se per traslato possa essere, quella dell’appeso, la posizione ideale anche per l’arte nell’offrirsi come esperienza di verità, o di adattamento. Un topos non nuovo, d’altronde. Il paladino Orlando, impazzito per amore, quando viene appeso a testa in giù con una fune, lo dice per filo e per segno:“Lasciatemi così. Ho fatto tutto il giro e ho capito, il mondo si legge anche all’incontrario. Tutto è chiaro”. Alla ViennaFair numero dieci pare proprio di rileggere, con l’installazione di Manfred Erjautz, le parole che Italo Calvino fa dire all’eroe dell’Ariosto nel racconto La taverna dei destini incrociati. Riaffiora, inatteso, il paradigma del rispecchiamento tra arte figurativa e poesia. Ut pictura poësis, appunto. Che attraversa in vari modi e con alterna fortuna la storia dell’arte.

Ma niente patimenti, una scappatoia a quel “sottosopra” s’è intravista in un sereno, ordinato messaggio di morte, in cui l’orizzontale ne è la forma egemonica per eccellenza, ben rappresentata dal moribondo mercenario dandy nella installazione di M.K. Kähne.  Che l’orizzontale sia pure la forma della catastrofe non c’è dubbio, e non è detto che la catastrofe sia solo alle spalle, a riattualizzarla s’è vista anche una grande tela di Florian Nitsch che pareva la riedizione in forma più astratta della Guernica di Picasso. Non molto distante, un’immagine chiara e nitida di Brian McKee a rendere esemplare la natura morta di un edificio bombardato. Non priva di humour, dopotutto, la festosa apocatastasi del genere umano ad opera di Erró, quadro modernamente intitolato Reloaded.Ma, all’apice degli sguardi, Gyula Várnai esibiva il volo di una colomba bianca col ramoscello d’ulivo nel becco in una installazione al neon recante una scritta in cirillico formato colossal: timbro perentorio, dato il punto esclamativo finale. Pare che si pronunci “Miru Mir”, e che tradotta dal russo significhi “pace nel mondo” Quanto poteva essere sarcastica, di questi tempi, una così plateale trovata?

Franco Veremondi

www.viennafair.at