Abu Dhabi Art. Art (Fair) must be beautiful

Saadiyat Cultural District, come ci si riferisce ormai all’isola futura sede del Louvre e del Guggenheim Abu Dhabi, accoglie per il secondo anno consecutivo (dopo aver lasciato il francamente troppo lussuoso Emirates Palace) Abu Dhabi Art. È la fiera d’arte moderna e contemporanea che, almeno nelle ambizioni, aspira a spostare l’attenzione da Dubai verso la capitale emiratina, anche nell’ambito dell’arte contemporanea.

Abu Dhabi Art 2012

Impreziosita da una carrellata di personaggi di primo piano che hanno animato la nutrita seppur non sovrabbondante serie di incontri a latere dell’evento principale, Abu Dhabi Art sembra voler allettare un pubblico di non addetti ai lavori, estendendo il proprio margine di intervento per creare una piattaforma di aficionados cui rivolgere una programmazione culturale esulante l’ambito comunque ristretto dell’arte contemporanea. Non bisogna infatti dimenticare che Abu Dhabi Art è finanziariamente un progetto di TDIC, l’ente del turismo locale, e rientra in un pacchetto di offerte culturali che eccede decisamente i limiti di una fiera, per quanto selettiva questa possa sembrare.
Certo, quest’anno le cose sono state fatte con classe, dalla serata VIP d’apertura alla spaziosità degli stand espositivi, l’operazione è stata condotta con un gusto impeccabile e bilanciatissimo senso delle proporzioni. Ricca per definizione, la fiera non ha fortunatamente voluto indulgere in uno sfoggio smisurato delle sia pur indiscusse disponibilità economiche che continuano a distinguere gli Emirati e, più in generale, i Paesi del Golfo.

Abu Dhabi Art – Emirates Pavilion

Suddivisa in due hall, una delle quali ospitata nel padiglione degli Emirati Arabi Uniti presentato a Shanghai nel 2010, la parte espositiva propone una quarantina di gallerie appena. Fra queste l’immancabile Gagosian, di cui spiccava soprattutto l’eleganza formale dello stand; Thaddaeus Ropac con una selezione di splendidi lavori dell’iraniano Farhad Moshiri; Continua, con la superstar Subodh Gupta (qui anche rappresentato da Hauser & Wirth) e un occhio ai facoltosi collezionisti indiani da generazioni stabilitisi negli Emirati; Kamel Mennour presentava un favoloso tête-à-tête fra Daniel Buren e Giacometti, oltre alla giovane e sempre più convincente Latifa Echakch; le coreane Kukje/Tina Kim affiancavano, senza per questo riuscire a farli dialogare, Ghada Amer e Gerhard Richter.
Fra le gallerie locali – meno numerose rispetto alle scorse edizioni, molte avendo infatti deciso di presenziare solo a Dubai – e mediorientali, ricordiamo, e per motivi assai diversi, la saudita Athr, che ha fatto capolino per la prima volta quest’anno anche ad Artissima; le libanesi Janine Rubeiz, che si avventura nuovamente nel territorio scivolosissimo della performance, portata live in fiera come già ad Art Dubai lo scorso marzo, e Sfeir-Semler, per l’occasione attenta a privilegiare il lavoro di due artisti ben noti negli Emirati, il libanese Marwan Rechmaoui (un habitué di Jack Persekian al tempo del suo regno curatoriale a Sharjah) e l’artista locale Hassan Sharif, ormai ricercatissimo e che si è rivelato un ottimo investimento se, come si mormora, suoi lavori sono stati venduti da tutte le gallerie che lo rappresentano (oltre a Sfeir-Semleer, anche la tedesca Brigitte Schenk e la locale Salwa Zeidan).
Ma se le fiere d’arte sono oggi fin troppo frequenti e le opere esposte finiscono con l’assomigliarsi in modo quasi preoccupante, o addirittura a ripetersi, ciò che le differenzia e spesso giustifica una trasferta si traduce allora nel programma delle attività collaterali.

Marwan Rechmaoui – Sfeir-Semler Gallery – photo Cristiana de Marchi

La moltiplicazione dei centri commerciali, che iniziano ad assediare anche le periferie di gran parte delle città europee, ha dimostrato che la ripetizione asfissiante dell’offerta, lungi dall’alienare la clientela, finisce per stordirla, per persuaderla e infine per indurla a comprare il prodotto che insistentemente viene proposto in vetrine identiche a distanza di poche centinaia di metri. Una logica simile deve essersi estesa anche al mondo dell’arte contemporanea (e in questo l’arte moderna si salva nella limitatezza ormai codificata del suo prodotto salvo poi esaurirsi in una sfinita proposta di pezzi minori) incoraggiando il mercato a una ripetizione spesso ossessiva e opacizzante di artisti e/o opere.
Ci si consola allora con gli eventi collaterali, quest’anno davvero da capogiro: Jean Nouvel, Norman Foster e Frank O. Gehry hanno fatto il tutto esaurito deliziando il pubblico, senza poter tuttavia scendere nei dettagli che alcuni auspicavano raccogliere; Anish Kapoor, Subodh Gupta e Barthi Kher si sono rivelate vere attrazioni per il pubblico locale così tradizionalmente orientato a Est, e sia detto nel senso di una effettiva filiazione culturale. Ma la stella indiscussa che ha ricevuto ovazioni come una diva del cinema è stata la regina della performance, Marina Abramović. Sorprendentemente, bisogna aggiungere, vista la natura del suo lavoro e le limitazioni imposte localmente a mostrarlo. Equilibratissima, Marina ha presentato una selezioni di lavori “inoffensivi” persino per l’assai poco permissiva morale locale, affascinando il pubblico con un omaggio al deserto e una trasfigurata spiritualità che hanno sorpreso alcuni dei presenti, forse in cerca di più pepate dichiarazioni.

Ghada Amer – courtesy Kukje Gallery/Tina Kim Gallery – photo Cristiana de Marchi

Due tavole rotonde hanno riflettuto e cercato di fare il punto rispettivamente sulla posizione attuale e crescente del Medio Oriente nel mercato dell’arte internazionale (con i galleristi Andrée Sfeir-Semler, Kamel Mennour e Thaddaeus Ropac) e sul ruolo degli enti pubblici nella crescita della scena artistica dei paesi arabi (con rappresentanti di Emirates Foundation, dell’iniziativa saudita Edge of Arabia e della libanese Arab Image Foundation).
Contrariamente a quanto dichiarato da Filipa Ramos, che recensiva Artissima in Art Agenda apprezzandone quest’anno il limitato numero di distrazioni rispetto alle edizioni precedenti (“With its artificial lighting and sprawling yet maze-like configuration, an art fair is certainly not the best place to set up talks, debates, presentations, performances, and the like”), Abu Dhabi Art 2012 si è contraddistinta proprio per il programma di iniziative non commerciali, attirando un pubblico variegato di visitatori solo in parte attratti dalle possibilità di investimenti finanziari ventilati e promettenti. Certo, le famiglie reali locali hanno ampiamente gratificato le aspettative di ambiziosi galleristi, in alcuni casi letteralmente invitati a partecipare dietro l’allettante prospettiva di acquisizioni dirette o negoziate da parte dei musei che vedranno la luce, come ormai tutti sanno, solo nel 2017. Un buon motivo per tornare anche il prossimo anno, e quello dopo ancora…

Cristiana De Marchi

www.abudhabiartfair.ae

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Cristiana de Marchi
Nata a Torino nel 1968, da oltre un decennio Cristiana de Marchi si è stabilita in Medio Oriente dove vive e lavora (Beirut, 1998-2006; Dubai, dal 2006 ad oggi). Specialista in arte e archeologia, ha collaborato con varie istituzioni culturali (fra cui Istituto Italiano di Cultura in Libano; Musée Archéologique, Beyrouth; Archaeology Museum, Sharjah, UAE; Fondazione The Flying House, Dubai) e insegnato presso università italiane e straniere (Politecnico di Torino; Université Saint-Joseph, Beyrouth). Scrittrice e artista, conduce da anni una ricerca personale in ambito creativo, oltre a pubblicare contributi su riviste d’arte contemporanea italiane e internazionali.
  • Carlo Alberto Bucci

    Ha ragione De Marchi, le fiere si assomigliano ormai un po ‘ tutte. Ottimo reportage