Appropriation Art. Parliamo di firma, significato e appropriazioni (indebite) di opere

A qualcuno ancora interessa il significato – sempre che ci sia – di un’opera d’arte? Oppure conta soltanto la firma, e in certi casi il brand? Un modo per affrontare la questione è guardarla dal lato della cosiddetta Appropriation Art. Come quando Jeff Koons vinse una causa, e poi ne perse un’altra.

Jeff Koons, String of Puppies, 1988
Jeff Koons, String of Puppies, 1988

La pittura è una lunga fatica di imitazione di ciò che si ama” (Renato Guttuso)

UNA MOSTRA DI QUADRI QUADRATI
Einstein si chiedeva se la Luna esistesse davvero anche quando non la guardiamo. E così, allo stesso modo, viene da chiedersi se un’opera abbia lo stesso valore indipendentemente dal fatto che se ne conosca o meno l’autore (per non dire del significato). Le risposte alle due domande sono diverse: probabilmente sì, nel primo caso. Assolutamente no, nel secondo.
Arthur Danto è stato uno dei maggiori e più controversi critici d’arte degli ultimi decenni. Ne La trasfigurazione del banale ipotizzò una mostra di quadri. Tutti uguali, tutti identici. Quadrati delle stesse dimensioni e dipinti unicamente del medesimo colore: rosso; quadri indiscernibili, a prima vista. Una mostra all’apparenza monotona, ma solo per chi non è capace di andare oltre ciò che un unico senso può rimandare, quello che qualcun altro gli racconta o gli fa credere. A leggerne i titoli, infatti, ogni quadrato, identico e rosso, assume significati variopinti, molto più di quell’unico apparente colore: “Veduta di mosca”, “Nirvana”, “Giallo”.
Quello che Danto intende è che la differenza, qualsiasi cosa uno creda di vedere o leggere, la fa il significato, quello che dovremmo imparare a dare alle cose. Perché è lì la vera sede di ogni ragione più che nella sua espressione. In ogni cosa, ciascuno può trovarci ciò che vuole e questo è il bello dell’immaginazione, della curiosità e di una vita viva, ragionata e non populista. La verità non esiste perché ognuno ha la propria da raccontare assieme ai propri dubbi e ai propri percorsi.

Jeff Koons, String of Puppies, 1988
Jeff Koons, String of Puppies, 1988

TECNICA E LEGGE
Le opere d’arte sono sempre tecnicamente riproducibili, se non per l’hic et nunc dell’originale che, come scrisse Walter Benjamin, “costituisce il concetto della sua autenticità”. Tecnicamente, ma non sempre legalmente.
La legge permette la riproduzione, la citazione, la parodia, l’arte che trasforma e diventa arte a sua volta: l’Appropriation Art. La permette a patto che, al netto dello svilimento dell’opera altrui, il messaggio artistico derivante dall’elaborazione di un’immagine antecedente sia diverso. Che la trasformazione riguardi la forma e la sostanza. Non è possibile “copiare” ma interpretare, reinventare. Raccontare qualcos’altro rispetto all’originale, e lo si fa manipolando.
Jeff Koons è stato citato da Andrea Blanch per aver utilizzato una sua foto di un paio di sandali di Gucci. Koons inserì quell’immagine in un collage (Niagara) assieme ad altre immagini non presenti nell’originale per denunciare le conseguenze sociali ed estetiche dei mass media. Koons vinse la causa perché la foto di Blanch aveva perso la sua connotazione (una foto di moda) e trasformata in una parodia del lusso e del consumismo. A questo punto, però, viene da chiedersi un paio di cose.

Art Rogers, Puppies, 1980
Art Rogers, Puppies, 1980

FIRMA O BRAND?
Innanzitutto l’arte “appropriativa”, al di là del bruttissimo nome, è l’effetto di una rinvigorente ed eterna capacità interpretativa (in fondo da sempre nulla si crea e nulla si distrugge, no?) o il sintomo contemporaneo di una scarsa immaginazione, di una lacuna culturale, di una incapacità di vedere qualcosa che non sia già stato visto?
Quando nella sua String of Puppies lo stesso Koons ha replicato un’opera di Art Rogers (il ritratto di un uomo e una donna con in braccio otto cuccioli di cane intitolata semplicemente Puppies) non ha fatto nulla se non copiare, modificare il titolo e darne un significato diverso (non è dato sapere quanto sincero). Questa causa la perse perché questa, legalmente, non è arte (tecnicamente non fu riconosciuto a Koons il fair use dell’opera di Rogers, ossia un utilizzo “parodistico” dell’opera a cui si è ispirato).
Tutto questo non ha impedito a Koons di ricavare 367mila dollari dalla vendita di tre riproduzioni di String of Puppies (denaro che in buona parte dovette restituire a Rogers insieme a una quarta riproduzione dell’opera) e ci riporta a quanto ci si chiedeva all’inizio: vale più un’opera o la sua firma? L’artista, in questi casi, può essere ancora giudicato tale o, forse, un imprenditore che detiene un marchio, un brand e più che di diritto d’autore dovremmo parlare di brevetti?

Maurizio Cattelan, Senza titolo, 1994 - courtesy Galleria Massimo De Carlo, Milano
Maurizio Cattelan, Senza titolo, 1994 – courtesy Galleria Massimo De Carlo, Milano

PRODUZIONE E CONSUMO, O VICEVERSA?
Senza “appropriazione”, Duchamp, la Pop Art, la Street Art e buona parte dell’arte moderna e contemporanea non esisterebbero. Ma il rischio di esagerare, di farsi prendere la mano, è come sempre presente. L’ultimo taglio di Fontana ha lo stesso interesse artistico e valore monetario del primo? Per non dire di Senza Titolo di Cattelan, che di Fontana riprende chiaramente il modo e di Zorro la “forma”.
L’arte è diventata un gioco per furbetti devoti unicamente all’onnipresente mercato o ancora è l’espressione di un pensiero originale? In fondo, il diritto d’autore nacque nel 1710 con lo Statuto di Anna, e non era solo “questione di soldi”: fu promulgato, in primo luogo, per incoraggiare la creatività e l’istruzione.
Di certo siamo di fronte a un rovesciamento dei concetti di produzione e consumo: ciò che per alcuni è prodotto, per altri è materia prima. Ma nella trasformazione può esserci arte o pedissequa riproduzione (autoriproduzione, talvolta): gli aspetti economici dovrebbero tenerne conto.

Franco Broccardi

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Franco Broccardi
Franco Broccardi (Sanremo, 1964). Dottore commercialista e revisore contabile Esperto in materia di Economia della Cultura, di mercato e fiscalità dell’arte oltre che di gestione e organizzazione aziendale. Ricopre incarichi di consulente o revisore per musei, teatri, gallerie d’arte, fondazioni e associazioni culturali. Partecipa a convegni, incontri di formazione e tavole rotonde in veste di coordinatore e relatore. È membro della commissione Fisco e Finanza presso Federculture.
  • Ale

    Come sappiamo, in termini brevettuali “Niagara” sarebbe un brevetto
    derivato nonchè dipendente, essendo i diritti di privativa del primo
    autore ancora in vigore al momento del “fattaccio”.
    In campo
    brevettuale se il titolare del primo brevetto non acconsente ad una
    licenza si può chiedere una licenza obbligatoria al giudice, perchè se
    davvero c’è nuovo “step inventivo” e quindi un nuovo brevetto è stato
    rilasciato, si ha diritto a sfruttarlo economicamente. Ma il titolare
    del brevetto primario avrà comunque sempre diritto ad un equo compenso,
    che in mancanza d’accordo fra le parti verrà stabilito dal giudice
    anch’esso, come la licenza obbligatoria stessa.

    Il problema è che
    tutto ciò, per la marea di casi presenti, non è applicabile al diritto
    d’autore, se non ipotizando una SIAE, ad esempio, che si doti di
    strumenti tecnologici per gestire queste licenze obbligatorie eventuali e
    pagamenti (spesso “micropagamenti”) conseguenti. Tecnicamente sarebbe
    forse possibile, dal punto di vista dell’impulso alla creatività, dell’equità, della correttezza e del rispetto verso chi crea, della facilità di creare rispettosamente appunto nuove opere, ecc.sarebbe fantastico, ma per chi conosce come funziona la SIAE….

  • Ale

    No scusatemi, sono andato a vedere la foto di Blanch che non ricordavo più, in termini brevettuali Niagara sarebbe un brevetto completamente indipendente (in nessun campo, più che in quello della proprietà intellettuale, i casi van valutati nello specifico).

    Puppies sarebbe una contraffazione o, più probabilmente, se si decidesse che i mezzi usati sono diversi, e direi che ciò si potrebbe dire, sarebbe appunto un brevetto derivato nonchè dipendente, che sarebbe bello potessero appunto venir prodotti (ma assolutamente non oltre la soglia che è già assolutamente limite di koons, se non già pienamente nel campo della contraffazione, cosa cmq.molto probabile) nel rispetto dei diritti dei primi autori, con un sistema di gestione snello ed efficace, non impossibile da ottenere via internet.

    Chi avesse dubbi di poter essere in contraffazione conm una sua nuova opera, potrebbe facilmente e velocemente pagare qlcs., con royalty più o meno “standard” e procedere velocemente e tranquillo ne lsuo lavoro, certo di aver rispettato GIUSTAMENTE i diritti del primo autore.

    Sarebbe un sogno, qlcs.che molti sognano da sempre….

  • “L’appropriazione” nell’arte non si traduce per forza come mancanza di immaginazione quando appunto, in un doppio gioco di significato, questa è fatta ” propria “, come saper immaginare non significa per forza di cose la capacità di creare qualcosa che non sia già stato fatto.