Associazioni non riconosciute. Che colpa abbiamo noi?

La struttura organizzativa e l’attribuzione di cariche non sempre mette al riparo da responsabilità, soprattutto nei confronti dei creditori. A maggior ragione nell’ambito delle associazioni non riconosciute. Conoscere le norme applicabili è il primo passo per agire in modo consapevole.

Schede elettorali

Le associazioni non riconosciute sono di regola enti composti da più persone associate tra loro che non hanno voluto richiedere il riconoscimento giuridico o che non l’hanno ottenuto o per i quali è ancora pendente il relativo procedimento.
Tali enti sono stati disciplinati dal legislatore consentendo una libertà molto ampia agli associati, così da diventare una delle figure maggiormente utilizzate ad oggi tra gli istituti delle persone giuridiche previste dall’ordinamento. Peraltro, la maggior flessibilità della loro struttura le rende congeniali a perseguire gli scopi più disparati: sono infatti di regola associazioni non riconosciute anche i partiti politici, i sindacati, i circoli culturali, le associazioni sportive e così via.
L’associazione non riconosciuta è retta dagli accordi degli associati, che potranno pertanto regolarne il funzionamento come meglio riterranno opportuno. Non sussistono nemmeno particolari obblighi di forma, oltre a quelli previsti per l’apporto di particolari categorie di beni (ad esempio, beni immobili), per la costituzione e la regolamentazione di tali associazioni.
I contributi degli associati e i beni acquistati con tali contributi costituiscono il cosiddetto fondo comune dell’associazione non riconosciuta. Tale fondo non è divisibile tra gli associati, né è possibile pretenderne una quota in caso di recesso.

Le associazioni sportive sono di regola associazioni non riconosciute

Le associazioni non riconosciute godono quindi di una capacità giuridica piena, ma non di autonomia patrimoniale perfetta: vale a dire che sono autonomi soggetti di diritto, dotati di un patrimonio (il fondo comune, appunto) ma sprovvisti di personalità giuridica.
Pertanto per tutte le obbligazioni assunte dall’associazione le responsabilità (anche di tipo economico-finanziario) ricadono su coloro che hanno agito in nome e per conto dell’associazione.
La disciplina prevista dal Codice civile prevede infatti che “per le obbligazioni assunte dalle persone che rappresentano l’associazione i terzi possono far valere i loro diritti sul fondo comune. Delle obbligazioni stesse rispondono anche personalmente e solidalmente le persone che hanno agito in nome e per conto dell’associazione” (art. 38 c.c.).
Questa disposizione pertanto enuncia un duplice principio per il quale gli associati, in quanto tali, rispondono delle obbligazioni dell’associazione non riconosciuta: 1. solo nei limiti del fondo comune dell’associazione; 2. senza limite – o “personalmente” – solo in quanto abbiano agito in nome e per conto dell’associazione.
Pertanto i creditori possono soddisfare le loro ragioni di credito o sul fondo comune dell’associazione o, in sua assenza, sul patrimonio personale di coloro che hanno assunto l’obbligazione in nome e per conto dell’associazione.

La triplice sindacale

Nell’associazione non riconosciuta quindi assume rilevanza ai fini della responsabilità solo l’aver agito in nome e per conto dell’associazione, mentre non ha alcuna importanza il possesso o meno di una carica sociale. Allo stesso modo, anche il semplice avvicendamento nelle cariche sociali non comporta alcun fenomeno di successione del debito in capo al soggetto subentrante: non vi è mai esclusione del soggetto che aveva in origine contratto l’obbligazione, anche se uscito dall’associazione.
La responsabilità personale e solidale di colui che agisce in nome e per conto di una associazione non riconosciuta  non è però identificabile come un’obbligazione propria dell’associato, ma ha carattere accessorio rispetto alla responsabilità primaria dell’associazione stessa. Tale obbligazione di natura solidale è quindi legittimamente assimilabile alla fideiussione (vedi tra le ultime pronunce giurisprudenziali in tal senso, Cass. sent. n.8315/2011).

Claudia Balocchini

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Claudia Balocchini
Claudia Balocchini è avvocato, iscritta all'Ordine degli Avvocati di Firenze dal 2007 è specializzata nel diritto degli enti e delle società, in diritto tributario nonché tutela dei beni culturali e delle opere creative e dell’ingegno. E' consulente per società ed enti no-profit in materia di costituzione e start-up, modifiche statutarie, governance, pianificazione fiscale, tutela dei patrimoni, fundraising e project managing. Dopo un master in diritto tributario a Firenze ed un corso di alta formazione manageriale in campo culturale presso la LUISS a Roma, applica le proprie competenze professionali anche al contesto culturale contemporaneo.
  • Tutto molto interessante, ci sarebbe bisogno di altri approfondimenti.

    • s. m.

      Condivido! sarebbe interessante saperne di più visto che la disciplina, in italia, è abbastanza farraginosa e pochi (compresi i commercialisti) sanno venirne a capo!
      Per esempio, poco più di un anno fa, il governo berlusconi aveva imposto a tutte le associazione non riconosciute di iscriversi ad un pubblico registro. Alcune lo hanno fatto, altre no! ma nessuno sa dire la non iscrizione cosa comporta…

      Sarebbe bello avere, qui su Artribune, una serie di approfondimenti sulle associazioni non riconosciute visto che alla fine, nel campo dell’arte, svolgono spesso un ruolo importante sul territorio.

  • ma fiscalmente parlando, tali associazioni devono denunciare le loro entrate e eventuali spese?? in effetti, il registro doveva servire solo per avere un elenco nazionale delle associazioni ma non si è mai specificato un vero aspetto fiscale.
    sarei grato se qualcuno mi rispondesse.
    grazie, lascio anche la mia email: [email protected]
    d.susi

    • Sostanzialmente no. Esse devono tenere una contabilità (di regola basta un giornale delle entrate e delle uscite) redigere un rendiconto annuale (da sottoporre all’approvazione dei soci e da riportare sul giornale delle entrate e delle uscite o su apposito libro dei rendiconti annuali o nel libro del verbale delle assemblee) e possibilmente, un preventivo per l’anno successivo, conservare ordinatamente, fino a rendiconto approvato le fatture, ricevute di spesa e bollettario delle ricevute emesse per le entrate (quote associative ed elargizioni) sino a rendiconto annuale approvato ma, sino a che non pongano in essere, neppure occasionalmente, attività di carattere “commerciale” non hanno nessun obbligo fiscale formale, salvo quelli che discendono dall’eventuale esistenza di personale dipendente.
      Bisogna fare pero’ attenzione che, ad esempio, l’esistenza di un “caffè-bar” direttamente gestito dall’associazione all’interno dei suoi locali (non importa che sia riservato ai soli soci o meno) in cui le consumazioni vengano singolarmente pagate (e non siano quindi forfettariamente ricomprese nella “quota associativa”) e qualsiasi altra vendita o prestazione fatta, anche solo ai soci, dietro un corrispettivo specifico, (per esempio vendita di libri e pubblicazioni, di materiale ed attrezzature, lezioni singole o collettive ecc. ecc.) rappresentano tutte “attività commerciali” e fanno discendere l’obbligo della tenuta della contabilità formale, almeno ai fini IVA e relative dichiarazioni.
      Il punto di discrimine e’, appunto, l’esistenza di “corrispettivi specifici” per beni e servizi forniti dall’associazione. … almeno cosi’ era e credo, sia ancora ;-)

  • mauro gomez

    Untitled Association di Roma art2nights non è riconosciuta neanche dai romani.

  • loredana

    vi segnalo un sito: http://www.assieme.re.it.
    C’è tutto ciò che occorre sapere…
    Comunque le attività commerciali effettuate dietro corrispettivo ai soci e ai terzi non soci (ma in prevalenza soci) subisce una de-commercializzazione, quindi (in tal senso) non occorre la partita IVA…..