Useful Portraits

Roma - 12/09/2011 : 12/10/2011

La stagione espositiva si apre con Useful Portraits. Tin Piernu/Cithra Studio, un progetto di found photography nato dal recupero di due fondi fotografici del Novecento di matrice assai diversa: l’archivio di un fotografo di paese, Tin Piernu (1922-1990) attivo a Tercimonte, nell’estremo nordest del Friuli, dal secondo dopoguerra fino alla fine degli anni sessanta; e una collezione di ritratti realizzati da uno studio indiano nel decennio successivo del secolo scorso.

Informazioni

Comunicato stampa

Nell’ambito del circuito di Fotografia Festival Internazionale di Roma (23 settembre-23 ottobre 2011), s.t. foto libreria galleria presenta, nelle due sale espositive del proprio spazio di via degli Ombrellari, tre mostre che ruotano attorno al tema motherland, scelto come filo conduttore della IX edizione della manifestazione.
La stagione espositiva si apre con Useful Portraits

Tin Piernu/Cithra Studio, un progetto di found photography nato dal recupero di due fondi fotografici del Novecento di matrice assai diversa: l’archivio di un fotografo di paese, Tin Piernu (1922-1990) attivo a Tercimonte, nell’estremo nordest del Friuli, dal secondo dopoguerra fino alla fine degli anni sessanta; e una collezione di ritratti realizzati da uno studio indiano nel decennio successivo del secolo scorso.
Si tratta, in entrambi i casi, di immagini nate per soddisfare le domande specifiche di una clientela privata: foto identitarie, destinate ai documenti di riconoscimento, quelle realizzate da Tin Piernu per i suoi compaesani; foto celebrative, capaci di illustrare le individualità e i legami sociali di una comunità più esigente, quelle firmate dal Cithra Studio di Madurai.
Il progetto espositivo -nato dalla collaborazione fra s.t. e il Centro Studi Nediža, che all’archivio di Tin Piernu ha già dedicato diverse mostre e pubblicazioni, mette a confronto queste due esperienze ritrattistiche puntando sulla riappropriazione contemporanea del repertorio visivo del passato.
Di Tin Piernu viene proposta una selezione di ritratti in cui protagonista è il materiale foto-sensibile nelle sue potenzialità espressive anche più imprevedibili: dalle lastre su vetro originali sono state tratte delle stampe su carta cotone che portano in primo piano l’intera trama grafica e simbolica di quelle matrici, compresi gli errori di ripresa o di stampa.
Sulle fotografie vintage del Cithra Studio, invece, montate all’epoca in dei passe-partout decorati, si è scelto di operare un ulteriore intervento di riallestimento dell’immagine, producendo delle cornici in cartone telato capaci di amplificare le qualità materiche dell’oggetto-foto.
In occasione della mostra, oltre alle pubblicazioni del Centro Studi Nediža dedicate a Tin Piernu e ad altri archivi fotografici locali, da s.t. foto libreria galleria sarà possibile scoprire i libri di foto trovate curati da Alvaro Petricig, fra cui: Lezioni di fotografia e Come scorre il fiume.
Tin Piernu, al secolo Valentino Trinco, nasce nel 1922 a Tercimonte, nelle Valli del Natisone (zona di confine – la famigerata “cortina di ferro” – con la ex Jugoslavia, in provincia di Udine), dove muore nel 1990. Conosciuto nel suo piccolo borgo montano d'origine come un uomo dai mille mestieri e dalle mille abilità, svolge nell'arco della sua esistenza un'infinità di mestieri: contadino, falegname, muratore, elettricista, imbianchino, norcino, barbiere...
Al termine della Seconda guerra mondiale, ritorna a Tercimonte dove scopre la passione per la fotografia che coltiverà fino alla fine degli anni '60. Tin fotografa l'ambiente circostante, i piccoli avvenimenti di paese. Ma soprattutto ritrae la gente della sua terra, spesso per motivi pratici e per venire incontro alle esigenze dei suoi conterranei che necessitano di fotografie per i documenti di identità o di immagini-ricordo da mandare ai parenti emigrati.
Utilizza preferibilmente un'obsoleta macchina a lastre, e più raramente la pellicola. La sua attività cessa con la diffusione massiccia della fotografia a colori, quando la pratica del fotografare sta diventando sempre più alla portata di tutti.

Il Centro studi Nediža di San Pietro al Natisone
Il Centro studi Nediža opera fin dal 1972 sul territorio di confine delle Valli del Natisone (in provincia di Udine) con iniziative che spaziano dall'ambito educativo e sociale a quello più propriamente culturale e di ricerca. A partire dalla fine degli anni Novanta, l'attività dell'associazione si è concentrata sulla realizzazione di campagne fotografiche (documentazione del patrimonio storico e artistico del territorio; indagini sui mutamenti del paesaggio antropizzato) e sul recupero di archivi fotografici familiari, nonché di filmati amatoriali in 8mm e super8, in particolare degli anni Sessanta e Settanta.
Il riuso di questi materiali attraverso mostre, pubblicazioni, installazioni e documentari, è finalizzato al racconto delle Valli del Natisone – inquadrate criticamente da angoli visuali spesso inediti – e alla diffusione del loro patrimonio di immagini. Ciò avviene senza obbedire a qualche particolare ortodossia di metodo ma assecondando piuttosto i percorsi che si dipartono da scoperte talvolta inaspettate o in risposta all'urgenza di dare un proprio contributo alla lettura delle vicende che interessano, o hanno interessato, il territorio delle Valli.
L'ambizione del Centro è quella di far convivere, al di fuori di ogni prassi specialistica, ambiti solitamente distinti e distanti e all'apparenza inconciliabili, quali possono essere la ricerca storica ed etnografica e l'arte contemporanea, con un approccio per certi versi “sperimentale” nell'utilizzo del materiale trovato.
Esemplare dell'attività del Centro studi Nediža, è il percorso condotto attorno all'archivio Tin Piernu (1922-1990), composto da 1200 negativi su lastra e pellicola scattati da un fotografo di paese tra la fine degli anni '40 e la fine degli anni '60 del Novecento.
A partire dalla prima mostra, realizzata nel 2003, che presentava immagini di carattere “etnografico” relative alla vita di un borgo contadino delle Prealpi Giulie, l'attenzione si è poi spostata sui ritratti che compongono la parte più cospicua dell'archivio e rappresentano l'aspetto più interessante del lavoro fotografico di Tin Piernu. A questa seconda mostra – Ritratti, appunto, del 2005 – si è aggiunto un ulteriore capitolo con la nuova serie di ritratti realizzati a cinquant'anni di distanza dal fotografo Luca Laureati agli abitanti degli stessi luoghi in cui viveva e operava Tin Piernu. Le due serie, quella storica e quella contemporanea, sono confluite nella mostra Dialog (ideata sempre nel 2005), dove erano poste in relazione attraverso differenti soluzioni “combinatorie” a seconda del luogo in cui la mostra era ospitata (musei etnografici, gallerie d'arte, spazi “improvvisati” nei borghi di montagna) e con l'accompagnamento di un ambiente sonoro composto appositamente, che consisteva nella tessitura dei nomi delle persone ritratte, sussurrati e declamati, confusi e balbettati, sovrapposti e reiterati.
Recentemente, con l'edizione della monografia Tin Piernu. Fotografo di Tercimonte (2011), l'attenzione si è spostata sull'intero corpus dell'archivio, comprendendo anche gli errori fotografici, le foto rovinate, gli scarti. Nell'occasione è stata ristampata una nuova serie di fotografie da proporre come accompagnamento alla presentazione del libro. A differenza delle precedenti mostre, in cui le immagini erano state sottoposte ad un'accurata operazione di ritocco digitale per eliminare graffi, impurità, ossidazioni, ecc. ed erano stampate in un rigoroso bianco e nero, in quelle proposte nella monografia e nella nuova mostra non è stato operato alcun intervento correttivo; anzi, le tracce impresse sul materiale sensibile sono state assunte come elemento qualitativamente caratterizzante ed esteticamente rilevante, considerata la natura di “oggetto storico” – sottoposto quindi all'azione del tempo – della matrice da cui i files per la stampa erano ricavati. Non ci si è sottratti nemmeno all'accoglimento degli effetti cromatici prodotti dall'acquisizione degli originali con lo scanner, considerando anche le variabili introdotte da questa fase un elemento fondamentale a determinare l'aspetto finale delle immagini come le possiamo vedere oggi. Immagini che poco hanno in comune con quelle stampate a suo tempo da Tin Piernu stesso; non va dimenticato, infatti, che la “reinvenzione” dell'archivio Tin Piernu operata dal Centro studi Nediža, parte già a monte, nel momento, cioè, in cui l'intera superficie della lastra viene presa in considerazione, rideterminando radicalmente la lettura del suo lavoro: esso infatti era originariamente concepito soprattutto come servizio ai compaesani per la realizzazione di fototessere per i documenti di identità, dove solo il volto veniva stampato, riquadrando l'immagine.
Altri esempi significativi delle modalità operative del Centro, sono le mostre Slovenj (2008) e Deriva nei continenti (2009), basate rispettivamente sul recupero di un archivio fotografico dei primi del Novecento e su un'ampia selezione di fotografie tratte dagli album di famiglia degli emigranti. Le scelte di presentazione del materiale storico – stampe digitali tratte da negativi su lastra e copie vintage – pur mantenendo possibile una lettura “documentaria”, facevano emergere il valore oggettuale di ogni singola fotografia e il “racconto” implicitamente presente in ciascuna di esse, potenzialmente adattabile alla sensibilità ed esperienza, gusto e curiosità, di ciascun visitatore.
In entrambe le mostre, particolare attenzione era riservata al progetto espositivo, inusuale rispetto agli standard cui di norma si conformano le mostre basate su materiale storico – spesso pensate con un taglio divulgativo o didattico – e in cui peraltro non era prevista la presenza “invasiva” di apparati di commento e didascalie esplicative che sistematizzassero schematicamente le immagini secondo principi cronologici o di provenienza (demandati piuttosto ad alcuni approfondimenti, anche specialistici, pubblicati in catalogo). Analogamente a quanto accaduto, sul fronte video, con la recente installazione Né quando né mai (realizzata per la mostra Storyboard, nell'ambito della Rassegna d'arte contemporanea Palinsesti, San Vito al Tagliamento, 2010), di Paolo Comuzzi e Alvaro Petricig, in cui filmati familiari in pellicola super8 provenienti dall'archivio del Centro studi Nediža, erano liberamente rimontati in cinque sequenze “oniriche”, a prescindere dalla loro provenienza, autore, anno e luogo di ripresa, argomento, e proiettati simultaneamente sovrapponendosi e integrandosi con le decorazioni pittoriche e gli affreschi della sede espositiva.
Sul piano editoriale, particolare attenzione viene riservata alla collana Fotonicchie, il cui primo titolo è stato pubblicato nel 2010, che consiste in “libri d'artista” di piccolo formato e a tiratura limitata, particolarmente curati dal punto di vista tipografico. In questa collana vengono ospitati progetti d'autore basati sul recupero e il riutilizzo di immagini residuali e di scarto (fotografie rovinate, immagini ritagliate dal giornale, esercitazioni scolastiche con il foro stenopeico e con i fotogrammi). In questo caso, il libro non viene considerato come contenitore per veicolare le riproduzioni di opere fotografiche ma come oggetto finale, in cui le immagini stampate e la loro sequenza assumono una forma autonoma rispetto agli originali di partenza, decontestualizzati, “traditi” ed esaltati in questo processo di riscrittura autoriale.


Alvaro Petricig
Nato nel 1967, grafico di formazione, Alvaro Petricig coordina da anni l’attività il Centro studi Nediža, associazione culturale di San Pietro al Natisone (Udine). Principale campo d'interesse è la ricerca e diffusione del patrimonio di immagini che raccontano il territorio a cavallo dell'ex confine con la ex Jugoslavia attraverso la libera rilettura e il riuso di archivi fotografici di famiglia, foto trovate e filmati amatoriali in 8mm e super8.
Numerosi sono i libri (e le mostre fotografiche) alla cui ideazione e realizzazione ha collaborato; ne ricordiamo alcuni: Il paesaggio antropizzato delle Valli del Natisone. Modificazioni e persistenze (2003); Tin Piernu/Luca Laureati: Ritratti e Dialog (2005); Riccardo Toffoletti, Dentro i paesi. Valli del Natisone 1968 (2007); Giovanni Gujon, Slovenj. La gente della Slavia nel primo Novecento (2008); Deriva nei continenti, le Valli del Natisone e i luoghi dell'emigrazione negli archivi fotografici di famiglia (2009), Tin Piernu, fotografo di Tercimonte (2011).
Di recente, vestendo i panni di editore e sempre nell'ambito delle attività del Centro studi Nediža, ha dato vita alla collana di piccoli libri d'autore Fotonicchie, di cui finora sono stati pubblicati cinque titoli: Come scorre il fiume (2010); Dancing in the dark(2010); Pietro Vischi, Niente di personale (2011); Lezioni di fotografia 1. (2011) e Lezioni di fotografia 2. (2011).
Regista -senza alcuna formazione specialistica, di documentari di creazione in cui viene proposto uno sguardo non convenzionale sulla realtà delle aree di confine del Friuli con l'ex blocco socialista, tra i suoi film segnaliamo: Sarce od hiše (Il cuore della casa) del 1998; Starmi cajt . Il tempo ripido del 2003, Mala apokalipsa del 2008 (presentato in anteprima al 19. Trieste Film Festival, nel 2008, e premiato al Festival del cinema sloveno nello stesso anno; ha inoltre partecipato a vari altri festival in Italia, Slovenia, Germania e Polonia, Bielorussia) e Prostor v tej galaksiji (Un posto in questa galassia) terminato nel 2010 ma ancora inedito per problemi sopravvenuti con la produzione (ma, a onor del vero, anche a causa del disinteresse degli “addetti ai lavori”).
Nel 2006 ha coordinato il recupero filologico, il restauro conservativo – in collaborazione con il DAMS Cinema di Gorizia – e la riedizione di una nuova versione rimontata del film in 8mm L'uomo di Stregna (1963), capolavoro amatoriale di Paolo Rojatti, presentato nei festival di diversi Paesi europei (Slovenia, Austria, Ungheria, Russia, Portogallo) alcuni dei quali riservati al cinema etnografico. Sia nei film di ricerca sopra citati che nei documentari a carattere etnografico realizzati nell'ambito delle attività di ricerca del Centro studi Nediža, l'autore fa ampio ricorso a filmati di famiglia degli anni '60 e '70.