Rolando Rovati – Geometrie e incanti

Mantova - 03/09/2011 : 22/09/2011

''I suoi quadri paiono composti da tessere musive, perche' serrano stilizzazioni di figure e paesaggi secondo strutture lineari e sintetiche derivate dalla grammatica cubofuturista e neoplastica'' (Fausto Lorenzi).

Informazioni

  • Luogo: GALLERIA ARIANNA SARTORI - VIA NIEVO
  • Indirizzo: Via Ippolito Nievo 10 - Mantova - Lombardia
  • Quando: dal 03/09/2011 - al 22/09/2011
  • Vernissage: 03/09/2011 ore 18
  • Autori: Rolando Rovati
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: Dal lunedì al sabato dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 19.30 Apertura straordinaria serale Venerdì 9 settembre dalle 21.00 alle 23.00 in occasione di una “sfilata” accompagnata da “bollicine” Domenica 11 settembre dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 18.30
  • Email: info@sartoriarianna.191.it

Comunicato stampa

Dal 3 al 22 settembre la galleria d’arte “Arianna Sartori - Arte” di Mantova, in via Ippolito Nievo 10, ospita una mostra personale dell’artista bresciano Rolando Rovati “Geometrie e incanti”.

L’inaugurazione è prevista per Sabato 3 Settembre alle ore 18.00 alla presenza dell’artista con presentazione di Pia Ferrari


Per l’occasione la galleria sarà aperta al pubblico dal lunedì al sabato dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 19.30, con apertura straordinaria serale Venerdì 9 settembre dalle 21.00 alle 23.00 in occasione di una “sfilata” accompagnata da “bollicine” e Domenica 11 settembre dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 18.30.


Dell’attività di Rovati si è recentemente interessato anche Fausto Lorenzi che ha scritto:
“Rolando Rovati lavora con smalti e ritagli di carte colorate, applicati in prevalenza su tavola. Trasfigura segno e colore secondo le traiettorie che furono tracciate dall’astrazione simbolista, quando mirò ad assimilare la pittura allo statuto della musica. Più in generale, attinge alla struttura ritmica e coloristica dell’arte decorativa (i mosaici, gli arabeschi, gli intarsi, le vetrate), cogliendone anche simbologie e motivi folclorici da varie culture tra Oriente e Occidente. (…)
L’autore si è applicato alle sperimentazioni sulla percezione visiva dei colori ma non è mai approdato a giochi di optical art né ad elaborazioni scientifico-tecnologiche, pur lavorando sul contrasto tra i colori primari (o “non colori” come il nero) e le variazioni ottenute con le gradazioni delle stesure cromatiche. E pur usando anche accensioni vivide, smaltate, talora quasi fluorescenti, grazie all’uso di vernici brillantanti.
Se le opere sono infatti basate sull’analisi di ritmo, colore, luce, timbro, il colore si propone però di agire come emozione e come memoria, creando un flusso di immagini che esprimono funzioni vitali (il lavoro si avvicina alle teorie gestaltiche sulla percezione). Un colore che vuol farsi rivelatore di spazi cosmici ed esistenziali.
Per questa strada, ci si avvicina sempre di più all’idea di rendere finiti i confini dell’infinito, cioè di riuscire a costringere nella ripetizione di un percorso limitato un concetto, quello d’infinito, che sfugge per sua natura ad ogni tentativo di clausura.
La pittura, coniugando le ricerche sul gesto e quelle sullo spazio pittorico, si propone come un sistema autonomo di segni, che non rimanda ad altro che a se stesso, capace di risolvere reciprocamente l’una nell’altro forma e spazio attraverso i ritmi ed i guizzi cromatici: e si giustifica non come pura decorazione, ma come nucleo emozionale, filtro spirituale della realtà, nel contrasto fra misura (l’ordine, per intima necessità, dei rapporti tra pieni e vuoti) ed accelerazione lirica, vitalistica ed energetica.
Nelle tarsie timbriche incorniciate, tramate di luce squillante, la pittura inscena un’architettura musicale, la nostalgia d’una universale armonia, affidata alla bellezza “sensibile” del colore. Ed alla sapienza millenaria del decoro, tramite segni leggeri e stralunati, danzanti e astrali, a tessere arazzi, mosaici, giardini segreti, tipografie illeggibili, strutture cristalline.
L’interesse della ricerca di Rolando Rovati è proprio nell’esplorazione di «immagini interne», cioè di costruzioni metamorfiche dal mondo visibile al mondo invisibile, in danze e fuochi d’artificio intrecciati sul positivo e il negativo, sull’intarsio di simmetrie, illusioni e distorsioni prospettiche, su scacchiere di immagini multiple.
L’invenzione di rappresentazioni ambigue, ambivalenti, anamorfiche, con particolari segreti, con prospettive multiple, è un aspetto della creazione artistica che va ben al di là del gusto per effetti sorprendenti e ipnotici, quando tocca in profondità questioni ed enigmi relativi al nostro modo di definire e comprendere il mondo, e al rapporto fra verità e finzione da intendersi anche in senso morale e non solo visivo.
La ricerca di Rovati si sviluppa in modo sempre più astratto e allusivo, le forme naturali stilizzate e rese irreali, come richiami frammentari alla transitorietà della vita terrena rispetto all’infinito, e simboli della mutevolezza di fronte all’eternità. (…)
Apparentemente secondaria (e quasi per definizione marginale), la questione dell’ornamento si dispone all’incrocio tra etica ed estetica, su una linea di cedimento che sollecita pulsioni psichiche più profonde. Rovati lavora sulle tensioni irrisolte tra ciò che è sempre stato assegnato alla funzionalità e ciò che invece è sempre stato collocato nella gratuita del dono, dell’ornamento “inutile” che non racconta altro al di fuori di se stesso e dei suoi intrecci.

A un certo punto, lo spazio sembra quasi recedere, farsi cedevole – accogliente – nell’interazione di forme e linee dinamiche, tra ripetizione e invenzione-variazione del modulo ornamentale. Sotto trame e flussi apparentemente decorativi e astratti, affiorano infatti immagini iterate, con continue varianti, e l’intenzione è proprio quella di far intendere il senso dell’ordine –letteralmente normativo – che si è tramandato nell’arte decorativa, nella sua ripetitività modulare di motivi che rimandano a una catena di simboli e ideografie risalenti a ritroso persino alle origini di determinate comunità, ad ataviche forme di percezione del mondo -, in un equilibrio ritmico che percepiamo come bellezza – in corrispondenza a un “canone” più generale di rapporti. Sicché questi lavori rivisitano anche la funzione propria della tradizione decorativa di avvicinamento a stilizzazioni magiche, alla ripetizione di motivi ancestrali con significati religiosi, taumaturgici, propiziatori, che vogliono mettere in sintonia col grembo della natura, come le forze più vitali. I suoi quadri paiono composti da tessere musive, perché serrano stilizzazioni di figure e paesaggi secondo strutture lineari e sintetiche derivate dalla grammatica cubofuturista e neoplastica, ma lasciando sempre un margine di aleatorietà, come di apparizioni composte ma sospese in un’aura magica. Sono tutti tasselli d’un singolare puzzle che al fondo reca memorie composite, cariche anche di sapori d’Oriente (e non solo la decorazione araba, ma persino, si accennava, il Giappone dei manga) e di fantasmagorie lucenti. Ci sono anche uomini-guerrieri, eroi e mondi fantastici in alcuni lavori di Rovati, che vengono appunto da quell’impasto di Oriente e Occidente, di Bisanzio e Slavi, di Islam e Cristianesimo, e ne raccolgono la memoria come in una ballata di colori popolari. (…) In fondo sono tutti “tatuaggi del mondo”: per cercare una formula, si potrebbe parlare di una sorta di neocostruttivismo lirico per quest’uso emozionale di forme, di complessi plastici ritmati a colori accesi, anche se certa accumulazione esasperata di forme, tra figurazione e astrazione, può richiamare affastellamenti seriali dei “nuovi realisti” degli anni Sessanta, in ambito pop, ma qui prevale la ricerca di eventi visivi inediti e complessi. (…) Al fondo, questo autore ci allieta col sogno d’un universo magico dove l’uomo non si senta distinto dalle cose, di una riserva di spiritualità nelle materie stesse della pittura come dell’artigianato, mirando a un artificio pirotecnico di archetipi e meraviglie.

Nel “pattern” di linee forti e insieme frantumate batte il ritmo di una strenua vitalità. Ci si abbandona sulla conta di memorie favolosamente lontane, confuse con la scatola delle costruzioni dell’infanzia, i puzzles di un prestigiatore ed i sogni d’un universo magico, a tessere arazzi, mosaici, racconti e paesaggi di città e paesi comunissimi e segreti. Agisce la stessa partitura di ritorni, variazioni e ripetizioni che fanno una “fuga” musicale, su cui reggere l’equilibrio precario di figure funamboliche, di geometrie e incanti. (…)”.
Fausto Lorenzi