Renato Meneghetti – Sottopelle il Cristo morto del Mantegna

Venezia - 03/06/2011 : 27/11/2011

Un progetto artistico imponente con la regia di Alberto Bartalini, formato da grandi lastre x-ray che ritraggono il Cristo nella sua dimensione più profonda, sovrapposte al dipinto del Mantegna.

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Comunicato stampa

EGHÈNETAI !
Buio, non “ombra”. Luce.
“La radiografia quale mezzo di trasmutazione e sublimazione della materia, ma anche immagine di una tragica dissoluzione. La polarità tra sublimazione e dissoluzione trova un suo punto di equilibrio anche in un altro elemento dell’intervento di Meneghetti in un insieme spaziale e architettonico: lo storico contenitore architettonico del padiglione Italia all’arsenale novissimo L’installazione oltre a trovare eco in questo far riflettere sui luoghi attraversati, pieni di memorie ed esperienze mutanti, costituisce un’ulteriore metafora dell’arte come continua forza attiva, un passo verso le possibili costellazioni del conoscere se stessi, di conoscere il proprio corpo


Le grandi lastre di Renato Meneghetti formano un’opera corale, imponente e drammatica, concepita per esprimere in un’estrema tensione espressiva una visione poetica frammentata, sincopata e transitoria attaverso la sovrapposizione di lastre x-ray ai dipinti, che ne costituiscono il pensiero portante. Le infinite possibili combinazioni costringono lo sguardo a un incessante movimento per cogliere quell’inesauribile energia. Una stratificazione spettacolare e straordinaria che l’artista crea trasparenza su trasparenza. Le immagini si intrecciano le une con le altre a strutturare insiemi sempre diversi. I piani pittorici delle grandi tele e le lastre entrano l’uno nell’altra, occultandosi ed esaltandosi, si crea una profondità infinita ed aleatoria, una materializzazione della forza pittorica del proprio mondo interiore. Pittura fotografia trasparenze ininterrottamente mutevoli restituiscono in una drammatica tensione residui arcaici, immagini infrante, sedimenti profondi, echi infiniti, rimandi visivi.
L’opera viene concepita per costruire l’arte come evento catartico. Il più alto e il più necessario attraverso un processo redentivo ”ab imis”, fino nel “fondo”, giù, dal buio. In quest’opera, si può guardare negli “abissi” dell’artista e, specificatamente nell’uso delle “radiografie” – un’artista che, perdendosi nell’uomo, rivendica la “pietas” divina. Partendo dalla Pittura – Pittura il pensiero e la tecnologia affidano esperienze ed espressioni non più allo stretto perimetro delle immagini, ma anche a prontuari simbolici straordinariamente ricchi e semantici. Il distacco dalla pittura si fa uno “strappo”, lacerante e doloroso, “il dramma dell’epoca moderna” come lo definì Paolo VI.
L’ “abisso” nel male dell’uomo, la “scheletrica” verità (le radiografie), L’ “inquinamento” tra luce e tenebra,
non si risolvono con le formule estetiche tradizionali in quest’opera, prima di tutto per una “nuova” autonomia
artistica, che appartiene alla fenomenologia dell’arte e non a quell’impalcatura fissista delle idee, da cui si
deducevano modelli in stile “platoniano”. Le radiografie, esprimono la forte capacità “redentiva”, lavorando sulla “carne”, entrando, vitalmente, nell’ economia sacramentale di Cristo.
Precisazioni, queste, necessarie per caratterizzare più semplicemente l “animus” artistico, catartico-redentivo che l’artista raggiunge con le radiografie. Buio, non “ombra”. Luce.
Quando si lasciano spiragli, per intelligenza o sensibilità, la “scossa” dell’arte moderna rianima con lo “splendor veri” (antica formula scolastica dell’arte sacra attribuita ad Alberto Magno) le prevedibili e statiche figure del “simbolismo”. In questa opera siamo in grado, anche, di ri-ascoltare (speriamo “ricevendo”) quelle acute
sollecitazioni allo spirituale, all’oltre e, detto in modo più o meno esplicito, al “sacro”.
La totalità va al “plenum” con un linguaggio sinestetico, che coinvolge cioè l’interezza dell’ “esserci” dell’uomo. Tutto: corpo e anima, la natura e i sensi. La storia e le storie. Dall’ “incarnatato” del Cristo amore-piaga, dal chiaroscuro e dalla prospettiva, alla “crudità” senza limiti (ma tutta “materia” di Dio che muore), all’evento fisicamente “carnale” della redenzione dove il sacro si scioglie in “vapori” spirituali. Si perde: carne e verità.
L’uomo è espropiato, denudato, e si rivede “schematizzato” (distrutto) come in una “radiografia” – dove la
figura è solo l’impronta di una distruzione totale. Vengono in mente per uno struggente richiamo, le impronte umane sui muri di Hiroshima dopo la bomba atomica . Non resta altro. Un segno, qui, più angosciante del nulla. Ma ecco che la notte è squarciata dalla luce che rappresenta il Cristo Risorto, è una presenza viva, ma “discreta”, sensibilmente percepita, ma non invasiva o clamorosa.
Dall’urlo natale della “natura scura” inscritto nella carne e nelle infinite mappature del corpo, al “risus paschalis”, cioè l’Alleluia della Luce, il nuovo “big-bang” creaturale di Cristo, che sale e dilaga in modo incontenibile.
La redenzione è, veramente, un avvenimento cosmico,”panico”. Il “panismo” che è, tra l’altro, il “sogno”
dell’arte, da sempre.
Come nell’ ”incipit” della Bibbia, nel libro della Genesi c’è l’espressione chiave della creazione: “fiat lux!”, ora, l’ espressione chiave della redenzione: “eghènetai”: “ il Verbo - si fece – carne”.
E la carne – buia, ferita, spenta – la carne scoppiò nella Luce.
Don Giuseppe Billi
Curatore Ufficiale per l’Arte contemporanea per la CEI