Margherita Moscardini – Progetto per l’Aquila

L'Aquila - 09/07/2011 : 09/07/2011

Progetto per l’Aquila di Margherita Moscardini, si compone di cinque brevi film di 23 secondi l’uno, che l’artista ha girato in cinque diversi punti della città nei giorni precedenti la Festa Democratica della Cultura dell’Aquila (luglio 2011).

Informazioni

Comunicato stampa

Sabato 9 luglio alle ore 17.30 davanti al Cinema Massimo di Corso Federico II all’Aquila verrà presentato Progetto per l’Aquila di Margherita Moscardini, il terzo intervento del progetto L’Aquila l’identità del contesto a cura di Francesca Referza e Maria Rosa Sossai. Destinato ad essere immesso nel circuito dei cinema nazionali, Progetto per l’Aquila di Margherita Moscardini, si compone di cinque brevi film di 23 secondi l’uno, che l’artista ha girato in cinque diversi punti della città nei giorni precedenti la Festa Democratica della Cultura dell’Aquila (luglio 2011)

Partendo dal Cinema Massimo, ormai chiuso dal giorno del terremoto (6 aprile 2009), l’artista ripercorrerà con il pubblico i luoghi del suo primo sopralluogo in città in cui sono stati temporaneamente collocati, a mò di tableau vivant, degli attivatori della visione. I punti interessati dalle installazioni temporanee del Progetto per l’Aquila sono: l’ex Teatro Sant’Agostino, Piazza Palazzo, Santa Maria Paganica, San Domenico (zona rossa), via Fortebraccio.

Oggi – dichiara l’artista - visitare l’Aquila è percorrere una città evacuata, in parte perfettamente sigillata nelle tamponature, in parte corrosa dalle lacune che in questi due anni hanno provocato infiltrazioni e ulteriori cedimenti, ed in parte ferita come se il terremoto fosse un fatto recentissimo. L’intenzione di questo progetto è di amplificare queste diverse temporalità che convivono in una città che ricorda una scenografia in scala 1:1. Un piccolo gruppo di visitatori verrà invitato a percorrere la città, soffermandosi di fronte ad una serie di figure: elementi architettonici rimessi provvisoriamente in funzione, arredi urbani improbabili, vegetazione troppo rigogliosa che si fa misura di un lungo tempo trascorso. Ognuna di queste figure, intesa come una comparsa, diventa funzionale alla realizzazione di un’immagine, una visione amplificata degli aspetti riconosciuti nella condizione attuale della città. Io avrò filmato in precedenza, a camera fissa, le diverse immagini, per 23 secondi ciascuna (la durata della prima scossa delle 3:32 del 6 aprile 2009). I brevi film prodotti saranno proposti a tutte le sale cinematografiche nazionali, come immagine di apertura (muta e senza nome) che precede la proiezione.

Penso – continua Margherita Moscardini - a Gilles Clément, che, in Thomas et le Voyageur (1997), riporta un dialogo tra un giovane allievo ed un architetto:
– Insomma voi disegnate degli alberi. A noi capita raramente di farlo. Giusto per sistemare una nave. Mai per un giardino…
- Gli alberi e quello che c’è intorno: il paesaggio. La luce, l’orizzonte, il vento… il tempo che occorre loro per mettere radici nella terra o nella sabbia…
– Voi disegnate il tempo?
- L’erosione disegna il paesaggio.
L’architetto non si lascia persuadere.
– Disegna anche le città. Ce ne sono anche di completamente scomparse. È la grande fortuna dell’archeologia.
– L’erosione non è rovina. Le città si stabiliscono sulle rovine delle città più antiche, ma l’aspetto che vi si riconosce non è il risultato di un’azione fisica del tempo su di loro. È il risultato delle culture sovrapposte e giustapposte, alle volte rovinate. Ma non erose. Nell’’erosione’ c’è uno spostamento d’energia. Costruzione di qualcosa d’altro. La natura si erode, la cultura fa rovina. (Lo avreste detto? Sono impressionato).
– Voi paragonate natura e cultura come se l’una escludesse l’altra. Il paesaggio non è costituito da entrambe?
– La città è nella sua totalità orientata contro l’erosione. Lei lotta per estrarsi dalla natura. Occorre molta energia per edificare una casa. Dell’energia costosa, del tutto assente nel campo dell’erosione. Occorre dell’energia contraria, artificiale e massiva. L’architettura è fragile ed ha contro di sé le forze entropiche dell’universo… io vedo la città come il solo elemento del paesaggio che non vada nel senso del paesaggio. Si pone su di lui.
– Immaginereste una città erodibile?
– Le città non muoiono più. Si sovrappongono a loro stesse come dei cristalli malati. Cercano la luce che loro stesse assorbono.
– Come futuro architetto avete forse delle proposte? Vi immaginate una città molle, flessibile, capace di trasformarsi sotto l’effetto della pioggia o del vento? Del gelo?
– Perché no…? Non so quale forma avrebbe una città erodibile. La forma attuale delle città traduce il nostro arcaismo, la nostra inettitudine a registrare il movimento per farlo nostro. Al flusso dell’acqua continuiamo ad opporre le dighe… che l’acqua un giorno porta alla rovina. Possiamo chiederci se non occorra piuttosto agevolare il suo corso, lavorare con lei… immaginate che si costruisca un’opera che vada nel senso dell’erosione. Allora non potrà mai esserci rovina. Ci sarà
trasformazione…
– L’umanità non è in rovina, è in cantiere. Appartiene ancora alla storia.
– In cantiere… I singoli individui non trasmettono e ricevono informazioni senza dubitare di ciò che sono?
– Però ci sono poi zone di resistenza all’evidenza...
– Solo una catastrofe, oggi, è in grado di produrre effetti paragonabili alla lenta azione del tempo.
– Il risultato è sempre un paesaggio, cioè la riunione di temporalità diverse.