Manuela de Merito – Frame

Modica - 28/07/2011 : 03/08/2011

Manuela de Merito prende alla lettera l’etimologia della parola fotografia rendendola azione concreta, scrivendo con la luce il diario della sua esplorazione, un viaggio nella contestualizzazione del suo significato intimo, inseguito tra le pieghe della pelle e l’irresistibile disordine dei nervi.

Informazioni

Comunicato stampa

E’ una bella prigione, il corpo. Una cornice solitaria, un luogo dove giacere in silenzio, un territorio indecifrabile. La sua immagine non esiste. E’ un simulacro, fatto di rifrazioni, inconoscibile nella sua verità., perché non ne ha mai avuta una soltanto.
Se lo guardi, non lo vedi, è incolore.
Se lo ascolti non lo odi, è insonoro.
Se lo afferri, non lo prendi, è informe.
Una figura che non ha figura, un immagine senza materia, indistinta e indeterminata. Eppure è vivo, si muove, prova tormento e piacere, se lo mordi sanguina. Può divincolarsi, evadere, ma non può essere perso

Viene consegnato integro nella maggior parte dei casi, e deve essere mantenuto con cura, ma mai troppa. A volte l’involucro originale si può lacerare, ma lui si rigenera nuovo dalla morbida crepa.
Quando si riflette nel corridoio tra una superficie e gli occhi, rimanda centinaia di immagini diverse, e nel cortocircuito visivo si sceglie quella che più si avvicina al nostro capriccio percettivo, alla somma delle parti che decidiamo di intarsiare tra i pori.
La necessità diventa ossessione nella ricerca di un significato da attribuire all’immagine, il corpo (s)fortunatamente non viene dotato di foglio illustrativo alla nascita, la mente non possiede le istruzioni per l’uso, non ci sono insegne, cartellini, titoli o descrizioni, e scivolando nei rapporti con le immagini degli altri i nervi dell’artista impongono una ricerca, smodata e sconosciuta. Il bisogno soffocato di essere tutto e niente, di sparire e urlare, di vedersi e immaginarsi, di marchiare un carattere che abbia la radice di vita e la desinenza di vuoto, secerne dall’interno. Attraverso i pori della pelle si manifesta l’identità racchiusa tra lisce superfici di un’estetica e di una volontà mentale. Esplorandosi, l’immagine interiore evapora fuori dalla pelle e si manifesta secondo la nostra percezione, che si disperde finalmente nell’aria e svanisce nelle incarnazioni della realtà. Ma le domande non lasciano segni visibili, non si trasformano in pagine di tatuaggi da sfogliare a piacimento della personale riflessione, la ricerca deve essere silenziosa e insicura, lo sguardo deve gattonare come un neonato sul suolo della pelle, mappa tenue che non si rivela mai in una risposta chiara. Così chi cerca annega, nella sua pelle, dentro se stesso, rientrando nei pori, dove tutto era iniziato, come un fiume che annega nell’acqua.

Manuela de Merito prende alla lettera l’etimologia della parola fotografia rendendola azione concreta, scrivendo con la luce il diario della sua esplorazione, un viaggio nella contestualizzazione del suo significato intimo, inseguito tra le pieghe della pelle e l’irresistibile disordine dei nervi. I segni dell’immagine fotografica si depositano sulle superfici come delle impronte, sono tracce lasciate dal passaggio della luce, non delle semplici grafie simboliche e virtuali, ma dei calchi permanenti che incidono l'immagine. Descrive ciò che già esiste ma che risulta ambiguo e sfuggente, il suo corpo, la sua rappresentazione, che racchiude un passato chiamato storia dell’umanità, e un presente chiamato società della comunicazione, società di massa, società dei consumi, dove a consumarsi sembra soltanto l’individuo, vittima del suo stesso inganno. Nel suo difficile compito la macchina fotografica vaga come un flaneur per le strade disegnate sull’epidermide, sulle rotondità delle ossa, nei crateri conchi delle giunture, giocando una caccia al tesoro senza fine né inizio preciso, senza indizi né traguardi, cieca.
E lei si vede, dove non si sente.

“Quello che c'è di più profondo nell'essere umano è la pelle.”
Paul Valéry