Luj Vacchino – Risplendenze

Torino - 15/07/2011 : 23/09/2011

La cifra stilistica di Vacchino è quella di una scultura di impronta neo pop. Le icone riprodotte e reinventate sono tratte prevalentemente dall’immaginario della quotidianità domestica e metropolitana o da quello della musica, grande passione dell’artista.

Informazioni

Comunicato stampa

Il dibattito artistico dei primi anni’90 venne caratterizzato dalle discussioni attorno ad una mostra, “Post Human”, curata dal critico e gallerista newyorchese Jeffrey Deitch che fu in effetti una delle poche degne di nota di un decennio quanto mai confuso e contraddittorio, in cui il sistema dell’arte, ormai globalizzato, non fu in grado di sciogliere le sue numerose contraddizioni, avviluppandosi su sé stesso in un’orgia di immagini, suoni e colori dalla quale anche il più smaliziato degli osservatori faceva fatica a trarre conclusioni dotate di senso e coerenza

Terminata la fase della citazione, caratterizzata dal ritorno in forze della pittura e di valori legati alla manualità ed alla decorazione, dopo la lunga interdizione della stagione concettuale, la nuova generazione artistica, pur continuando a praticare il prelievo di elementi di linguaggio tratti dalla stagione dell’avanguardia novecentesca, iniziava a manifestare un atteggiamento di confronto e di sfida nei riguardi dell’invasività crescente della tecnologia e dei media. In Italia, nel medesimo periodo, si impose una linea stilistica definita di “concettualismo ironico” caratterizzata formalmente dalla irriverente e caustica irrisione di molti luoghi comuni dell’immaginario collettivo. Una linea che si poneva coerentemente nella scia del “genius loci” dell’avanguardia italiana, dal Futurismo fino al lavoro di autori come Pino Pascali, Piero Gilardi, Aldo Mondino ed Alighiero Boetti Da un punto di vista estetico le opere si presentavano connotate da un estroso eclettismo, marcato era lo spazio concesso alla decorazione, frequente l’uso della pittura, espressa con modalità analitiche e concettuali, oppure con intervento “primario” su di un ampio repertorio oggettuale. Nell’ambito di un frequente utilizzo di forme provenienti dall’immaginario ludico dell’infanzia si assisteva, inoltre, ad una tipologia compositiva che prevedeva l’impiego di materiali sintetici e derivati plastici, idonei alla realizzazione di assemblaggi dalla colorazione viva e squillante. Rinvengo queste caratteristiche nel lavoro del giovane artista torinese Luj Vacchino, diplomato all’Accademia Albertina, il cui studio si trova nel Borgo Vecchio del quartiere Campidoglio, luogo deputato al raduno di talenti artistici. Le opere di Vacchino sono ispirate evidentemente ad un immaginario metropolitano, però decontestualizzato e simboleggiato fino a fargli assumere un rilievo epico, dotato di una forte dose di liricità. Gli spunti ispirativi di Vacchino riconducono al vissuto esistenziale della giovane generazione, dibattuta dalla volontà creativa di imporre la propria personalità conquistando spazi di fruibilità urbana, anche e soprattutto al fine di modificarne e renderne vivibile il paesaggio, e l’interdetto di una fase storica e sociale in cui si tende ad esaltare verbalmente i valori impliciti alla gioventù, salvo poi inibirli in uno scenario di precarietà e sfruttamento. Ma dal combattimento quotidiano intrapreso al fine di condurre comunque avanti il proprio progetto di vita emergono spunti importanti, come spesso avviene nelle stagioni più difficili ed incerte. La cifra stilistica di Vacchino è quella di una scultura di impronta neo pop. Le icone riprodotte e reinventate sono tratte prevalentemente dall’immaginario della quotidianità domestica e metropolitana o da quello della musica, grande passione dell’artista. Talvolta Vacchino interviene direttamente sull’oggetto, decorandolo con glitter dai toni accesi, a sfidare l’estetica del kitsch, oppure lo costruisce adoperando cartapesta ed altri materiali per poi puntualmente rivestirlo. Sono opere che, nonostante l’apparente freddezza del procedimento, mantengono viva una carica di sottile poesia, come nel caso di quella raffigurante un giovane seduto su un muro ed imbracciante uno skateboard, sul cui capo si posano pigramente due piccioni. Una visione metropolitana di grande intensità emotiva.

Edoardo Di Mauro, luglio 2011