I may not be there

Galatina - 13/08/2017 : 20/08/2017

Sospensione, probabilità, incertezza. Questi i tratti distintivi che disegnano il progetto 'I may not be there'.

Informazioni

Comunicato stampa

Sospensione, probabilità, incertezza. Questi i tratti distintivi che disegnano il progetto 'I may not be there', nato dall’incontro degli artisti Giovanni Lamorgese e Pino Pipoli, caratterizzato da una raffinata ironia, assieme a quell'inquietudine e al senso di nostalgia che si manifestano nel monocromatismo e nell'atemporalità delle opere.

Le installazioni dei due autori, si inseriscono per la prima volta all’interno degli spazi privati di Palazzo Mongiò dell’elefante a Galatina, che ha già ospitato le due precedenti mostre LUCE e LUCE01

Dimora storica ristrutturata in chiave contemporanea nel centro della cittadina salentina, da residenza privata diviene galleria d’arte, accogliendo i suoi ospiti attraverso nuove dimensioni individuali, tra simbolismi ed evoluzioni concettuali.

Tutti gli elementi di questo luogo inedito, contribuiscono a generare un dialogo silenzioso tra opera ed osservatore attraverso un linguaggio fluido ed immateriale, fatto di percezioni emozionali. La staticità delle teste di Lamorgese e la dinamicità visiva e sonora del video di Pipoli, formano uno scenario unico, in cui viene meno ogni distinzione tra il dentro e il fuori mentre si rafforza il senso onirico del racconto.

Le ‘Bugie Vere, Vere Bugie’ di Lamorgese svelano le maschere del quotidiano indossate per nascondere le nostre fragilità, il nostro essere profondamente vulnerabili. Cinquanta teste, create secondo l'antico processo di lavorazione della cartapesta nella Bottega d’Arte di Mario Di Donfrancesco. Il risultato si compone di una serie di oggetti a metà tra verità e finzione, sfiorando la dimensione spirituale e quella laica in un’allegoria dei percorsi nascosti dell’animo umano riportati alla luce.

Nell’opera video di Pino Pipoli ‘Non sto bene da nessuna parte / I’m not well anywhere’, l’azione si svolge in un'area limitrofa di un centro abitato, dove uno sterminato gregge di capre è realmente accampato in una zona periferica di una citta’ del sud, decisamente inusuale al pascolo. L’accampamento nasce da una protesta del pastore, con le sue capre, a causa della privazione del loro territorio da piu’ di 40 anni. L’autore riprende gli animali in sequenza notturna sempre attraverso una rete metallica, che costituisce la loro recinzione. La rete diventa un filtro visivo tra la ripresa e il loro essere all’interno di un limite circoscritto e chiuso, come fosse quasi un ‘luogo’ di accoglienza. L’animale e’ una figura antropomorfa, lo si percepisce attraverso il suo sguardo che appare tra le maglie della rete. Lo sguardo intenso e immobile esprime una dignitosa se pur drammatica rassegnazione tipica del nomade, costretto ad interrompere il proprio viaggio senza sapere quando potra’ riprendere il suo cammino.