Herbarium

Modena - 17/09/2011 : 17/09/2011

Nell’analisi del progetto Herbarium, presentato quest’anno in occasione del Festival di Filosofia e nato, nel 2010, dalla collaborazione tra Pierluigi Pusole e Sara Conforti, si confondono ambiti e cornici distanti, apparentemente non coniugabili.

Informazioni

Comunicato stampa

Sabato 17 settembre 2011 alle ore 18

Orto Botanico di Modena e Reggio Emilia
Giardini Ducali
(Viela Caduti in Guerra 127_Modena)

H E R B A R I U M
Pierluigi Pusole e Sara Conforti

A cura di Lisa Parola

nell'ambito di
Festival Filosofia Modena:Carpi_Sassuolo
16_17_18 settembre 2011

Nell’analisi del progetto Herbarium, presentato quest’anno in occasione del Festival di Filosofia e nato, nel 2010, dalla collaborazione tra Pierluigi Pusole e Sara Conforti, si confondono ambiti e cornici distanti, apparentemente non coniugabili


Il progetto ibrida il campo scientifico con quello artistico mettendo in pratica sottili equilibri, dove stilemi e concetti mutuati dalle scienze naturali e dalle tecnologie vengono metabolizzati in un sistema pittorico e allestitivo in grado di elaborare i codici della ri-materializzazione. Collocato nella cornice dell’Orto Botanico di Modena e Reggio Emilia, Herbarium contamina la pratica della pittura e dell’installazione visiva con i processi e gli sviluppi delle scienze naturali, e la loro complessità. Il lavoro si articola in due grandi installazioni modulari a parete di oltre 12 metri ciascuna, montate sui muri delle rispettive ali della serra.
Realizzate in formato standard (50x60 cm) e accompagnate dal rumore di una macchina numerica che riproduce possibili codici di riconoscimento, le tavole di Herbarium si propongono come i tasselli di una composizione tassonomica in divenire che dialoga idealmente con lo storico Erbario collocato nelle sale adiacenti all’Orto Botanico.
Il progetto presentato da Conforti e Pusole si collega ad alcuni orientamenti delle pratiche artistiche di questi anni che coniugano nell’opera una metodologia processuale e un manufatto - più o meno pesante - che prende forma attraverso percorsi di senso e risultati formali sempre più complessi e ibridi; spesso collocati in un tempo non lineare. Un percorso ideativo che, nel passaggio tra il XX e il XXI, si ritrova nella progettazione delle ricerche artistiche più interessanti non perchè in grado di offrire una risposta alla forma definita ma perchè capace di indagare la complessità come segno e segnale di un cambiamento di direzione e identità.

Forme e pratiche che divengono attivatori di un sistema di senso che spesso nasce da un incrocio o da un intreccio di contesti e forme simili all’azione dell’innesto che nell’ambito agronomico viene utilizzato per la moltiplicazione delle piante e realizzato con la fusione di due differenti entità per produrne una terza.

La CONFORTIANDHOFER (www.confortiandhofer.com) progetto collettivo con il quale i due artisti si presentano per la prima volta in una mostra, è la sigla di questo innesto; una possibile azienda o fondazione che produce e custodisce opere e manufatti che nascono dall’incontro di tanti autori e di diverse competenze e capaci al contempo, di scavalcare ambiti e cornici. La CONFORTIANDHOFER solleva questioni centrali dell’ambito visivo in questi ultimi decenni e che possono essere definiti ‘processi visivi complessi’. Per comprendere il risultato è bene però anche individuare il periodo storico nel quale questi progetti meticci prendono forma. Con sempre maggior frequenza infatti, proprio nell’ambito dell’arte, a partire dai primi anni del nuovo secolo, nascono forme d’ibridazioni che dal contesto d’origine tendono a muoversi verso altre cornici: culturali, scientifiche, sociologiche, politiche. A partire dalla fine del XX secolo infatti, chiamata in causa nel difficile passaggio tra modernità e una ben più difficile definizione di postmodernità, una parte della ricerca artistica ha cambiato orientamento passando dalla forma chiusa a una processualità aperta proponendosi come strumento maieutico capace d’indagare l’esistente e la sua complessità.

Azioni e progetti che si sono mossi attraverso la pluralità e il possibile, in una geografia del cambiamento, in un campo nel quale la trasformazione diventa visibile. Misurandosi con la crisi delle cornici definite delle categorie scientifiche come delle grandi narrazioni, e sempre più consapevole che il procedere binario - tra io e l’altro, tra naturale e artificiale, tra confine e soglia, tra reale e immaginario - non è più adatto alla descrizione dell’esistente, l’arte con altre discipline, non senza sfide, errori e incertezze, ha intrapreso percorsi opachi nel tentativo d’individuare nuovi strumenti d’analisi, forme d’esperienza in divenire: “… un movimento, - lo descrive nei suoi studi Miwon Kwon - una concatenazione di significati sprovvisti di un particolare epicentro”; un “itinerario, una frammentaria sequenza di eventi e azioni attraverso gli spazi, una narrazione la cui traiettoria è espressa attraverso il passaggio dell’artista”.



Nel tempo della trasformazione e della complessità alcune ricerche artistiche come Herbarium hanno scelto allora di stare nel mezzo, calate nell’indistinto e farsi strumento di possibilità.
Se la maggior parte di questi progetti hanno sposato una metodologia processuale con uno scarso interesse per la forma, Herbarium ha invece rimesso in campo proprio la pittura, intesa come pratica di estensione dello sguardo che solleva un discorso mimetico, che tratteggia - senza chiuderlo - un disegno di senso nel quale concetti quali soggettività, collettività, diversità, coesistono in un tempo accelerato e in paesaggio visivo sempre più fluido e irregolare.

Mimetizzandosi con il campo naturale e contaminando luoghi e contesti, il catalogo di Herbarium è una serie infinita di forme eleganti: cellule, muffe, sistemi differenti che prendono vita da un incontro di esperienze visive e processuali, accogliendo anche qualche elemento di casualità e coniugando processo e forma attraverso un paesaggio che si perde nella coesistenza di ambienti paralleli e differenti composti sempre da un ‘qui’ e da un ìaltrove’.
Una pratica insomma, capace di disegnare spazi inediti, territori fluidi, un divenire, un susseguirsi di flussi di senso e segni generativi.