Giuseppe Polverari – Cantico delle Creature

Sassuolo - 16/09/2011 : 09/10/2011

Una complessa installazione drammatica di Polverari che ripercorre lo sviluppo delle forme viventi facendole attraversare da un’unica onda convettrice che si articola in foglie, versi, voci e converge nell’incanto della pittura, essa stessa scrittura in fieri della vita. Un analogo della fraternità creaturale del Cantico di San Francesco.

Informazioni

Comunicato stampa

Un angolo di trucioli come generatore di suono, una bilancia che trasmette l’onda che informa una foglia, maschere che alludono alla presenza corale di una comunità da ricostruire, sonorità che registrano il movimento della vita e al centro della stanza un passero come interprete e incarnazione dell’intera opera. Sono gli elementi della complessa installazione drammatica di Polverari che ripercorre lo sviluppo delle forme viventi facendole attraversare da un’unica onda convettrice che si articola in foglie, versi, voci e converge nell’incanto della pittura, essa stessa scrittura in fieri della vita. Un analogo della fraternità creaturale del Cantico di San Francesco



Giuseppe Polverari (1976), pittore marchigiano, si è formato in studi classici prima di intraprendere un cammino artistico segnato dalla dimensione esistenziale e sperimentale. Una tensione morale e drammatica sottende la sua ricerca di una propria originale visione che procede tra arte e fede, figurativo e astratto, creatività e serialità, non disdegnando la fragilità in cui può incorrere, come segno di veridicità del lavoro.

Luiza Samanda Turrini (Polonia, 1979) è pubblicista, critica d’arte e curatrice free-lance. Scrive per Drome e Lobodilattice. Ha pubblicato per le riviste Bang Art, Parol, Le Voci della Luna, 2.0, Inside; per i siti Succo Acido, Whipart, NakedFlavour, Braintwisting, Retort, Carmilla, Sassuolonline; per i quotidiani L’informazione, La Gazzetta di Modena, e il manifesto. È resident curator per la galleria Magazzini Criminali. Ha curato eventi per le gallerie: Art Ekyp, Nuovo Comparto, Paggeria Arte. Annovi Contemporanea, Studio Cannaviello. Ha redatto pezzi per Post-Monument, il catalogo della XIV Biennale Internazionale di Scultura di Carrara.

Giuseppe Polverari assembla spirali metalliche, aste di ferro, ampolle di liquido azzurro, basi di ferro ossidato, come se fossero le strutture di un laboratorio alchemico. Da una parte una singola foglia, dall’altra un cumulo di lacerti colorati, che ricorda le installazioni di Gonzales Torres su vita, morte e dissoluzione. Quel ciclo continuo che accomuna piante, animali e uomini, “affratellandoli”, trasformandoli in continuazione gli uni negli altri. Il titolo dell’installazione, Il Cantico delle Creature, cita Francesco da Assisi, ma rimanda anche alla natura ondulatoria dell’energia, che unisce e disgrega, come un perpetuo canto che continua a ripetersi. Polverari utilizza la semiotica dei composti chimici. Il solfato di rame è uno dei primi anticrittogamici utilizzati dall’uomo, come profilassi vegetale contro le malattie. L’ acido formico è una sostanza corrosiva sintetizzata dalle formiche per difendersi dai pericoli: lo spruzzano spesso sui corvi, e i corvi hanno imparato a utilizzarlo per liberarsi dai parassiti. L’uomo invece impiega l’acido formico per bloccare i processi di fermentazione, come conservante ed antibatterico. L’acido ossalico, potenzialmente velenoso per l’uomo, viene usato come antiruggine, per sbiancare, e stabilizzare. Nell’installazione viene collegato a tre olive in putrefazione, alludendo al ciclo di morte e rinascita che intercorre fra frutto e seme. Il ferro collega l’essere umano al cosmo. Fondamentale nel metabolismo umano per il trasporto dell’ossigeno nel sangue, è presente in forma fusa nel nucleo della terra, e ha dato il nome latino alle stelle, sider. Il ferro ha sancito la nascita della civiltà, dell’agricoltura su vasta scala e della guerra.

Polverari inserisce all’interno dell’opera un elemento imprevedibile, un passero vivo, emblema del primo incontro che si può avere da bambini con un animale selvatico.

Vegetale, animale, umano, tutti i regni sono contemplati in questo cantico. Dai fondamenti basali della chimica, fino all’astrazione delle geometrie dell’uomo. Dalla duplicazione delle arti, alla vita in presenza. Il criptico concettualismo de Il Cantico delle Creature di Giuseppe Polverari serve a denunciare l’insufficienza della speculazione scientifica a decifrare il mondo e i suoi sistemi. L’unico codice percorribile è quello dell’interconnessione di tutte le cose, dentro la natura delocalizzata del canto.

Luiza Samanda Turrini

La natura alchemica del lupo.
Il lavoro di Giuseppe Polverari tra installazioni, ricerche, storie e soprattutto pittura
“Chiunque sia ancora sveglio alla fine di una notte di storie, sicuramente diventerà la persona più saggia del mondo” (C. P. Estés, Il Giardiniere dell’Anima, trad. it. Frassinelli 2003)
La ricerca di Giuseppe Polverari si articola intorno a temi di carattere filosofico, spirituale ed esistenziale che spaziano dal sentimento del sacro all’alchimia, con espliciti rimandi iconografici alla storia dell’arte occidentale classica. Tuttavia, nonostante la quasi sovrabbondanza di riferimenti culturali e letterari, il tratto caratteristico del suo lavoro si trova proprio nella dimensione di genuinità e semplicità che ne costituisce insieme il nocciolo più profondo e il primo livello di comunicazione empatica con il pubblico.
Questa mostra in particolare, s’inscrive nel contesto di un’edizione del Festival di Filosofia di Modena che ha come filo conduttore il tema della natura. Qui Polverari presenta un progetto pensato come indagine di varie possibili declinazioni semantiche della tematica. Il percorso espositivo si compone di alcuni lavori installativi di carattere marcatamente concettuale, dagli accenti vagamente poveristi, più un dipinto su carta di grandi dimensioni.
Il riferimento che muove e motiva la lettura dell’artista è il Cantico delle Creature di Francesco d’Assisi, e la scelta non è affatto casuale. Così come Francesco enumera in versi, ringraziando ad ogni passo, le diverse manifestazioni naturali, dal sole che dà la vita fino alla morte del corpo, disegnando una completa e armonica visione del mondo, questo progetto espositivo si presenta come un percorso attraverso le possibili interpretazioni della natura. Tutto avviene in una prospettiva quasi alchemica: un lavoro rappresenta l’interpretazione scientifica, un altro il punto di vista chimico, e così via, fino alla dimensione virtuosamente intuitiva della pittura. È importante tenere presente che il centro della mostra resta esplicitamente il dipinto.
Al di là di ogni polemica sul rapporto tra arte concettuale e pittura, o tra installazione fatta con materiali poveri e figurazione, Polverari pone così spontaneamente i due termini della questione in armonica soluzione di continuità. Ma appunto, qui la pittura ha dichiaratamente un ruolo dominante, identificandosi nel vero e proprio traguardo, se non la ragion d’essere, dell’intero percorso espositivo.
Ovviamente la scelta del soggetto è decisiva. Il dipinto illustra infatti l’incontro di San Francesco con il lupo di Gubbio e, se a una prima lettura la nota vicenda esprime una raggiunta armonia tra essere umano e natura, a un livello più profondo essa indica qualcosa di ancor più prezioso. Il racconto riguarda la relazione tra essere umano e natura umana, con le sue luci e soprattutto le sue ombre.
Com’è noto la storia narra di un lupo che terrorizzava i cittadini di Gubbio, appunto ai tempi del santo. Francesco – il folle di Dio, che ci piace vedere qui come una sorta di genio poeta e ribelle - incontra il lupo, ma anziché domare o persino uccidere l'animale feroce, riducendolo nel migliore dei casi a creatura spenta e addomesticata, si pone in dialogo con lui e addirittura ne diventa amico. In virtù dell’intervento di Francesco il lupo non minaccerà più Gubbio, ma in cambio i cittadini dovranno portargli da mangiare tutti i giorni, accogliendolo in qualche misura tra di loro, nel loro mondo.
Oltre ogni lettura moralistica, qui azzardiamo una possibile interpretazione secondo cui la storia si fa metafora di una profondissima verità psichica. La vicenda può infatti suggerire che occorre accettare i lati oscuri del cuore umano, accoglierli e nutrirli, proprio come accade con il lupo. In questo modo, non solo le ombre della nostra stessa anima non faranno più paura, ma si riveleranno addirittura punti di forza, che saranno d’aiuto nella vita. Fosse anche solo per aiutarci ad allargare un po’ lo sguardo, oltre le apparenze e le consuetudini sociali codificate.
Nel racconto Francesco, con un po’ di sanissima follia, si fa così mediatore nel dialogo tra il mondo della natura e dell’animalità da un lato con l’umanità maldestra e un po’ impacciata, rappresentata dalla gente del paese, dall’altro. Analogamente, in questa mostra l’artista si pone alla ricerca di un’interpretazione, di un dialogo e di un linguaggio, fino a che la sintonia tra diverse forme espressive raggiunge il suo canto nella pittura.
L’unione alchemica tra concetto e gesto origina così una nuova tensione creativa e vitale, che trova nei tratti, come nelle luci e ombre generate dall’atto di dipingere, la sua più profonda chiave di lettura.

Maria Cristina Strati