Don’t Open that Door

Roma - 24/06/2011 : 23/07/2011

Gli artists in residence dell’Istituto Svizzero di Roma nella stagione 2009-2010 (Hadrien Dussoix, Gian Michelle Grob, Angela Marzullo, Esteban Pagés) hanno trascorso nove mesi a Roma. Con la mostra Don’t Open that Door si chiude il loro periodo di residenza presso l’ISR.

Informazioni

Comunicato stampa

Hadrien Dussoix
Allievo di Peter Roesch presso l’Ecole supérieure des Beaux-Arts de Genève, Hadrien Dussoix lavora con la pittura, il disegno e la scultura. Il suo lavoro si compone di elementi che provengono dalla cultura pop e underground, dal mondo dei fumetti e dei graffiti. Brani tratti dalle canzoni dei Talking Heads, di John Cage, immagini e frasi estrapolati da pubblicità, cinema, libri e riviste compongono i titoli di alcune delle sue opere o appaiono su alcuni dipinti come Fall Fast Fall Free o Beyond Good & Evil (2010), rielaborati secondo uno stile tipicamente street art

Oltre a un legame con l’immaginario pop, il lavoro di Dussoix possiede anche una forte ispirazione classica. Le tele dipinte con pittura a spray che raffigurano vedute parziali di monumenti su larghi sfondi monocromi di cattedrali gotiche o rinascimentali – Palazzo Vecchio o la Basilica di San Lorenzo a Firenze – rappresentano il punto di partenza per una riflessione sull’eredità classica, secondo un’estetica astratta e primitiva. Le sculture e i collage sono realizzati con materiali poveri (colla, nastro adesivo, frammenti di oggetti di uso comune – CD, ritagli, mattonelle rotte) e ricoperti da densi strati di pittura.

Gian Michelle Grob
Michelle Grob ha studiato alla Hochschule Luzern Design & Kunst. L’artista, che ha adottato lo pseudonimo di Gian Michelle, si definisce una “massaia” quando parla del suo lavoro. Le sue installazioni, le sculture, le azioni e i video derivano da contesti domestici, che diventano i set per i video su cornice digitale o l’ispirazione per una rielaborazione in chiave ironica di ossessioni e manie legate alla vita di tutti i giorni. L’installazione Balls (2008) è composta da 38 ritratti, uno per ciascuno dei giocatori della nazionale ufficiale di calcio svizzera, ed è stata realizzata in lana, lavorata a maglia. L’artista è spesso direttamente coinvolta nei video o nelle sue azioni, inserendo nell’opera anche riferimenti autobiografici. In questo modo è iniziata anche la sua residenza a Roma: in Untitled (2009), Grob ha guidato una Vespa dalla Svizzera all’Istituto Svizzero di Roma.


Angela Marzullo
Angela Marzullo ha studiato alla Ecole supérieure des Beaux-Arts di Ginevra. Le sue opere presentano un legame con gli aspetti più tipici delle sue performance, anche quando si tratta dei suoi video o delle sue fotografie. Nei video, l’artista mescola i numerosi riferimenti alle sue origini e alla sua famiglia a spunti che provengono dalla storia dell’arte, dall’architettura e dalla letteratura, nell’ambito di una ricerca sull’evoluzione delle classi sociali nei quartieri di periferia di Roma. Concettina (2010) è un video ispirato alle Lettere Luterane di Pier Paolo Pasolini, in modo particolare al “trattatello pedagogico” Gennariello (1976). Attraverso l’adattamento di alcuni passi di questo scritto, Marzullo racconta la condizione di incertezza di due giovani adolescenti. Girato interamente nel parcheggio di Villa Borghese a Roma, che nel 1973 ha ospitato una storica rassegna d’arte contemporanea (Contemporanea ’73), il video è inoltre un omaggio all’architettura di Luigi Moretti.


Esteban Pagés
Esteban Pagés ha frequentato l’Ecole supérieure des Beaux-Arts a Ginevra, dove si è trasferito dopo gli studi di filosofia e di Belle Arti a Buenos Aires. Le sue opere più recenti stabiliscono una relazione con il tempo e la storia che si articola attraverso la creazione di ossimori. La compresenza di elementi opposti si ritrova anche nella sua ricerca sul fossile, depositario di un valore temporale e, allo stesso tempo, oggetto legato all’idea di scoperta e di fine. The Spotlight. N° 95, January, 1955 (2009-2010) consiste in due video proiettati simultaneamente che mostrano le immagini di due cataloghi degli anni Cinquanta utilizzati per selezionare attori e attrici per i casting cinematografici. Il gesto meccanico di una mano che sfoglia le pagine di questi volumi impone un ritmo che contribuisce alla creazione di un aspetto narrativo e alla perdita di un contesto temporale all’interno dell’opera, sospesa tra passato e presente. La scelta di utilizzare immagini stereotipate di quegli anni è dettata da un’ironia che si ritrova anche in un gruppo di lavori fotografici dell’artista (Arco dei Banchi, Roma; ST; Prima e quarta di copertina; Immagine a 90°, 2008-09), che analizzano il “dispositivo” inteso come accesso a una decodificazione delle immagini attraverso un supporto.