Danilo Bucchi – Signs the black line off

Roma - 08/06/2011 : 30/06/2011

Sei opere su tela e venti opere su carta rappresentano il nucleo progettuale, arricchito dalla proiezione del video “Retroazione di un segno di suono” (presentato di recente al Museo Laboratorio dell'Università La Sapienza di Roma).

Informazioni

Comunicato stampa

Dal 9 Giugno al 1 Luglio 2011, negli spazi della A.C. Studio Soligo - 999 Gallery, si terrà la mostra personale di Danilo Bucchi dal titolo SIGNS THE BLACK LINE___OFF
Sei opere su tela e venti opere su carta rappresentano il nucleo progettuale, arricchito dalla proiezione del video “Retroazione di un segno di suono” (presentato di recente al Museo Laboratorio dell'Università La Sapienza di Roma)



La mostra riparte dal titolo usato per la personale al MLAC e aggiunge la parola OFF, a conferma di una continuità ideativa che privilegia la narrazione sequenziale (nucleo portante e coda conclusiva) e la differenza logistica (museo e galleria), ragionando sul segno (black line) come simbolo d’appartenenza tematica e matrice codificante. La coda espositiva, un “off” che in realtà accende il successivo step, si trasforma nel prologo del prossimo progetto, una grande mostra autunnale negli spazi di Palazzo Collicola Arti Visive a Spoleto.

Velocità, sintesi, controllo: tre momenti che delineano l’attitudine del gesto, la natura del segno e l’impostazione visuale di Danilo Bucchi, artista di seria personalità pittorica in un panorama che ha bisogno di potenza iconografica per alimentare la memoria dentro un sano sperimentalismo. Significativo, in particolare, il connubio tra processo cerebrale ed esecuzione tecnica: esiste un flusso senza interruzioni tra l’idea e il suo sviluppo sul quadro, giocato su un automatismo concentrico che evita la frammentazione discontinua del pennellare. L’uso della siringa al posto del pennello rende possibile la fluidità motoria del gesto veloce eppure calibrato, un’azione che risente delle energie Gutai (l’avanguardia giapponese che aprì la tela alla forza muscolare dell’agonismo) ma anche di Dubuffet e Wols, Mario Merz e Maria Lai, fino alla cultura street di cui Bucchi sembra un fuoriuscito talentoso e inclassificabile. Le diverse influenze si raccolgono assieme per una formula che è un codice linguistico, imprinting lessicale con cui l’artista trasforma quei corpi mentali in un evidente “mondo alla Bucchi”.

Il cuore motorio risiede nel cerchio, figura primaria del dipingere infantile ma anche delle evoluzioni giottesche, delle astrazioni di Klee e Kandinsky, del poverismo installativo di Zorio e Mattiacci… potremmo andare avanti e indietro nella storia artistica, trovando richiami che aumentano l’interesse per il cerchio come “mattone elaborativo”. La rotazione segnica di Bucchi diventa oggi un intrico di figura, massa e racconto, una sorta di perimetro organico che sviluppa la fisicità in “negativo” attraverso il bianco piatto del fondale. I vuoti si riempiono attraverso la sottile linea nera dello spruzzo, mentre il rosso spunta (solo in alcune opere) tra pieghe e angolazioni, su interstizi che confermamo lo scorrimento di una linfa ematica, vero e proprio ossigeno che scalda il segno nero e il bianco degli organi caldi.

Un processo di sintesi profonda che ricorda, per grammatica e modelli esecutivi, il principio elaborativo di certa musica elettronica, quella di scuola Warp per capirci. Bucchi crea pittura fisica dal suono sintetico: matrice iniziale, ripetizione senza meccanicismo, pulizia del perimetro (il singolo suono digitale) e galleggiamento su fondali neutri (ciò che accade nella qualità cosmogonica di un brano elettronico). Non è un caso il legame tra esecuzione e performance sonora, momento di quadratura del cerchio ambientale, un passaggio che espande il gesto allo spazio plastico dei luoghi fisici.

Lo stesso allestimento della mostra è stato pensato come un’impaginazione orchestrale degli elementi, dove lo stesso spazio è un’ulteriore superficie che accoglie le microstorie tra disegno, video e pittura.

Qualcuno si chiederà che cosa racconta la pittura di Danilo Bucchi. Semplice: si tratta di figure umane che attraverso la pura pittura evocano metafore, simbologie, interpretazioni, mondi condivisi. Per dirla in sintesi: opere che si adattano al tuo universo di riferimento e ne diventano l’immaginario privilegiato. Sento viva la lezione di Mario Schifano, vero maestro italiano di un dipingere che era pura libertà tra gesto e colore. Bucchi ha metabolizzato l’approccio schifaniano (non serve riprendere uno stile ma un approccio che poi alimenta il tuo modello di stile) e sembra farlo proprio con assidua coerenza. Non potete confonderlo con altri, così come non confonderete mai Schifano con altri. Perché l’arte, non dimentichiamolo, ha bisogno di scavare un solco nel terreno della memoria. Un tracciato profondo e resistente, capace di far partecipare gli altri allo spettacolo sensoriale del tuo mondo rivelato.