Cosa nostra sacro santo nostra cosa

Salemi - 07/08/2011 : 07/09/2011

Omar Ronda e Paolo Vegas hanno immaginato una serie di tableau vivant per mettere in scena la parodia di alcuni tra i più noti “padrini” di mafia.

Informazioni

Comunicato stampa

Omar Ronda con il fotografo Paolo Vegas ha realizzato la serie Cosa nostra – Sacro Santo - Nostra cosa e ha deciso di presentarla nell’ambito di una manifestazione di carattere internazionale: la 54° Biennale di Venezia. Nell’edizione di quest’anno in cui si celebra il centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale, nella rassegna lagunare è previsto uno spazio espositivo destinato al Museo della mafia di Salemi voluto da Vittori Sgarbi

È naturale che qualcuno si possa domandare: perché in una manifestazione così importante che coinvolge ottantotto paesi, che di certo presenteranno al pubblico mondiale il meglio della loro cultura, noi italiani mettiamo in mostra il fenomeno della criminalità organizzata? Ebbene, a mio avviso, simile operazione non intende sminuire l’italica creatività o genialità, né tanto meno è un vilipendio alla patria cultura, ma un pressante invito alla collettiva presa di coscienza e all’azione. Perché nascondendoli i problemi non si risolvono. Volenti o nolenti la mafia fa parte della nostra società globalizzata. Non è un problema circoscritto ad una singola regione italiana. Nel mondo di mafie ce ne sono molte e spesso sono colluse con i poteri istituzionali, con l’alta finanza, l’imprenditoria, ma vanno a minare anche il corretto e civile modo di pensare della gente comune. Ognuno di noi è chiamato a fare la sua parte per debellare questa piaga, anche gli artisti con i mezzi e la sensibilità del loro lavoro. Omar Ronda e Paolo Vegas hanno immaginato una serie di tableau vivant per mettere in scena la parodia di alcuni tra i più noti “padrini” di mafia. Essi sfruttano l’arma dell’ironia per mettere in ridicolo questi boss, affinché non possano esercitare alcuna fascinazione su coloro che, paradossalmente, potrebbero ammirarne la personalità e il “potere”. Concettualmente l’operazione messa in atto è simile a quella che Charlie Chaplin ha proposto con Il grande dittatore (The Great Dictator): un film del 1940, che, nel pieno della seconda guerra mondiale, ha rappresentato una fortissima satira del nazismo e ha preso di mira direttamente Adolf Hitler facendolo assomigliare al comico e patetico. In maniera analoga Omar Ronda e Paolo Vegas hanno trasformato i gangster in ridicoli personaggi, imprigionati nei ruoli dell’assurda tragi-commedia che loro stessi hanno scritto e, purtroppo, imposto al mondo con nefaste conseguenze. L’opinione pubblica conosce questi malavitosi attraverso le foto segnaletiche diffuse dai telegiornali, oppure mediante i soprannomi e le relative immagini stereotipate che gli sono state affibbiate. Da quest’ultime si è sviluppato l’intervento artistico di Omar Ronda e Paolo Vegas che, intriso di intenzioni tragicomiche, è basato su sosia, composizione sceniche e opportune ambientazioni. Ronda e Vegas sono ben consapevoli che la mafia è una questione seria, ma hanno scelto l’ironia, sebbene a volte venata di amaro sarcasmo poiché alcune immagini fanno riferimento a efferati delitti o ad azioni abominevoli, per esorcizzare la paura che questi malavitosi vorrebbero imporre agli altri. Ecco allora che il famigerato Al Capone, capo dei capi nell’America del proibizionismo, è visto come un ubriacone, mentre Joe Bonanno, che dal dopoguerra è stato al vertice di una delle più potenti famiglie della malavita newyorkese ed è stato soprannominato Joe Bananas per un errore di stampa su un giornale, è immaginato come un goloso mangiatore di banane. Boss elegante (the dapper don) era considerato John Gotti, perciò lo si fa apparire in versione “Febbre del sabato sera” mentre sfoggia un caleidoscopico completo floreale con tanto di pantalone a zampa d’elefante. Così Tano Badalamenti, capo dei narcotrafficanti della Pizza connection, con un'altra “polvere bianca”, la farina, si cimenta nella preparazione di un’enorme margherita infornata paradossalmente in una betoniera (allusione, forse, alla macabra pratica mafiosa di far sparire i corpi degli assassinati nelle strutture cementizie di qualche cantiere edile). Personaggi e particolari che Ronda e Vegas hanno inserito nelle loro messinscena non sono casuali, ma sempre riferibili alla storia del soggetto ritratto, come, ad esempio, il prelato che dando l’estrema unzione a Carlo Gambino lo dichiarò “morto in stato di grazia”; oppure i biglietti appesi come pro-memoria (ovvero i pizzini con i quali impartiva gli ordini durante i quarantatré anni di latitanza) e le immagini sacre che testimonitestimoniano l’organizzazione e la “religiosità” di Bernardo Provenzano; o ancora i maniacali giochi e sperimentazioni con sostanze esplosive o chimiche di Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella. Omar Ronda, partendo dalle fotografie elaborate insieme a Paolo Vegas, ha raggelato questo tanto assurdo quanto purtroppo reale teatro di malvagità nei ghiacci sintetici dei suo Frozen portrait. I Frozen sono una serie, corrispondente a una peculiare tecnica perfezionata nel tempo da Ronda, attraverso la quale l’artista preleva dal mondo contingente immagini e simulacri della realtà fondendoli con gli strati multicolori e traslucidi della plastica. Omar Ronda isola alcuni aspetti della nostra quotidianità, li pone sotto la lente d’ingrandimento dei colori e delle forme che attraggono la nostra attenzione e ci obbliga a riflettere su ciò che vediamo. Cromie e particolari non obliterano, ma sottolineano le immagini significanti. Ronda ha elaborato questo suo modus operandi patendo da alcune osservazioni che ha fatto addirittura negli anni della fanciullezza. L’artista ritiene, infatti, che il primo “museo” che abbia visitato sia stato quello offerto dalla natura, ossia l’ambiente delle valli e delle montagne biellesi dov’è nato. Quando era bambino, ricorda, che ad attrarre la sua attenzione erano alcuni aspetti particolari, come, ad esempio, le pozzanghere ghiacciate durante i mesi invernali. In esse, al disotto dello strato solidificato, Omar ammirava quella infinitesima porzione di natura che vi rimaneva intrappolata: foglie, piccoli ramoscelli, insetti, piume, impronte di animali; ma anche oggetti distrattamente e incoscientemente abbandonati dagli uomini: fogli di giornali, pezzi di stoffa, rottami vari della quotidianità. A primavera gli capitava, invece, di osservare gli insetti invischiati nelle secrezioni resinose degli alberi, un fenomeno che aveva visto ripetuto anche nelle ambre preistoriche. Ebbene, Ronda rimaneva affascinato da simili situazioni perché osservava che, mentre tutt’intorno la natura cambiava lentamente giorno dopo giorno, quella piccola porzione sotto il ghiaccio (o la resina) rimaneva sempre uguale, per un po’ sottratta alle ineluttabili e perenni leggi dell’universo per cui nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Di solito i soggetti prediletti dall’artista nei Frozen portrait sono i divi hollywoodiani, in primis Marilyn Monroe, le cui immagini Omar sottrae al logorante e banalizzante flusso mass mediatico per rivestirle di nuova aura estetica e trasformarle in icone immutabili nel tempo. Nella serie Cosa Nostra - Sacro Santo - Nostra cosa, come sottintende il titolo stesso, Ronda ricorda che la piaga mafiosa è una questione che riguarda tutti noi. Come ogni questione umana è destinata a finire, sosteneva il giudice Falcone, e pertanto dobbiamo adoperarci affinché ciò avvenga il più presto possibile. Allora potremmo visitare il Museo della mafia e guardare i lavori pensando che i ritratti dei boss sotto le plastiche colorate sono come gli insetti nelle ambre fossili, ovvero i reperti di un tempo remoto che nessuno rimpiange. Francesco Santaniello