Claudio Malacarne – Aquae

Milano - 13/09/2011 : 31/10/2011

Per l’occasione l’artista presenta una trentina di opere di medio e grande formato che avranno come oggetto luoghi d’acqua e figure umane di bagnanti intenti ad attività acquatiche.

Informazioni

Comunicato stampa

Martedì 13 settembre 2011 alle ore 18:00 presso l’ Acquario e Civica Stazione Idrobiologica, Viale Gadio 2, Milano,si inaugura la mostra personale Claudio Malacarne dal titolo “Aquae“.



C’è un forte connubio tra l’artista Malacarne e i prestigiosi spazi dell’Acquario Civico di Milano, mentre il primo crea le tematiche a lui care dell’acqua e del suo mondo, l’altro si presta ad ospitarli e a renderli visibili al pubblico. Per l’occasione l’artista presenta una trentina di opere di medio e grande formato che avranno come oggetto luoghi d’acqua e figure umane di bagnanti intenti ad attività acquatiche





“Le piscine e le baie di Malacarne accolgono uomini e donne, bimbi e adulti intenti in spensierati e vacanzieri giochi natatori, in tuffi e bracciate, in un bagno – letteralmente – di luce, di solarità, di trasparenze liquide, in una radiosa tavolozza fatta di turchesi, di azzurri, di viola, di cadmio, di lacche. Ispirati alla realtà, alla vita e alle sue piccole gioie, questi dipinti di Malacarne nulla hanno a che spartire coll’iperrealismo fotografico oggi di moda, viziato da una mala interpretazione della lezione pop di David Hockney, che con la sua nitida oggettività è stato anch’egli [..]

Qui, anche il profano apprezza a occhio nudo l’agire proprio del pittore, il gesto della pennellata fresca, istintiva ma pure sapiente, capace di costruire flutti, onde, spruzzi, rifrazioni, luci e profondità, sia marine sia di vasca, con fare dolce e arioso, saturo e luminoso, senza mai eccedere quella perfetta misura che è la cifra stilistica di Malacarne.
Da anni, la pittura di Malacarne séguita istintiva, fedele a se stessa, tutta rapita in un’estasi en plein air di tonalità schiette, retaggio culturale di una sensibilità che guarda – aggiornandola – alla lezione storica dell’Espressionismo, fuggendo il pacchiano e il dejavu.

Soggetti difficili ma affascinanti, questi di Malacarne, dove l’elemento umano è talora ridotto al minimo indispensabile, a qualche sparuta presenza circondata dall’azzurrità, fatta di una duttile partitura di pennellate (magre o meno, secondo necessità), di segni, di tocchi, di impasti, di vela ture. Il ruolo dell’artista moderno è parlarci di noi, raccontando esclusivamente di sè. E questo Malacarne lo fa con cordiale franchezza, senza negarci il clima del sogno e dello stato d’animo, ma riproponendo una pittura che, tramata di luce e di colore, è a suo modo una piccola verità, una sintesi di sentimento e di artificio.” Testo di Domenico Montalto



BIOGRAFIA



Claudio Malacarne nasce a Mantova nell’estate del 1956, quando il sole è già entrato nella costellazione del cancro. Fin dalle prime opere in lui il disegno si configura come un ambito d’azione e di riflessione privilegiato: vastissimo, autonomo e complementare al contempo alla pratica pittorica. È un laboratorio ininterrotto, un diario continuo in cui si assolve la necessità interiore, l’urgenza esistenziale di possedere la realtà attraverso l’immagine che la ricrea. Frequentando l’atelier del maestro Enrico Longfils si muove attraverso sperimentazioni di “mezzi diversi”, dalla matita, con cui soprattutto nello studio di animali insiste sulla plasticità dei soggetti, alla penna con inchiostro di china, prima a segni minuti e spezzati, poi a tratti più densi e continui, spesso sciolti in liquide acquarellature, preludio alla Natura morta con bottiglia, frutta e sveglia del 1970 in cui il disegno si dissolve nell’impulso pittorico.

A partire dai dipinti a olio degli anni Ottanta s’intravede la lezione post-impressionista di Gauguin e di Van Gogh, di Bonnard e di Matisse, con una materia pittorica plein lumière, piuttosto che plein soleil: nelle ombre tanto sottilmente colorate da non essere neppure leggibili in quanto ombre, nel lampo fluorescente ed opalescente dei bulbi accesi nei suoi “giardini incantati” che spargono luce in tutto il paesaggio. C’è uno zampillio di colori che rimbalza sulle palme, sull’acqua del mare e sulle facciate delle case, quadruplicando il climax luminoso, nella precisa sensazione che questo – come nella narrativa di Proust o nella musica di Debussy – sia un istante sperduto nello spazio e nel tempo, irripetibile al pari di un candido pensiero, sostanziato di quiete, che solca la mente d’una fanciulla nel Ritratto della figlia Federica del 1989.

Pur nel teso, coerente, ineccepibile linguaggio formale, le opere sul Concerto jazz del 2003-2008 grondano di umori esistenziali, come se il pittore lasciasse nelle serrate maglie di un’agguerrita sintassi simbolista i brani vivi, carnosi e sanguigni, della propria natura primordiale, inutilmente nascosta, perfino camuffata con ostinato pudore. Anche con le sue teste di animali nel Polittico del 2007, egli ha sempre lottato tra un proprio ideale mondo platonico, lucidamente dialettico e squisitamente mentale, e il gran flusso del suo sangue oscuro e tumultuoso, dei suoi sensi in agguato. Ed è appunto a causa di questo divario che si manifesta e determina la “fatica del pittore”, il tormento dei suoi quadri, espresso nel vigore del colore, nell’aggrovigliarsi delle immagini, nel sovrapporsi ed alternarsi dei dati naturalistici ed espressionistici sull’ordito logico di un’architettura figurativa neo-metafisica.

Dopo aver scoperto il realismo spagnolo di Joaquín Sorolla, il suo occhio indagatore, il detective del colore dei Fauves, diventa nell’ultimo decennio, il puntuto, amaro artista dei “bagnanti” e dei “nuotatori”. Egli ha addirittura ingaggiato una battaglia contro il personaggio e sulla linea di un suo pirandelliano “uno, nessuno e centomila” ha puntato sulla presenza fisica della figura umana immersa nell’acqua di una piscina, divenendo dapprima il realista di una vita moderna perlustrata con una torcia al vetriolo, poi trasformandosi – lui ironico e scettico taglieggiatore di ritratti e di animali equiparati gli uni e gli altri da una comune, insopprimibile matericità – in una specie di perduto visionario suo malgrado. C’è in questi quadri tutta la sontuosa e avida eredità di Matisse, ma anche l’incanto, la sospensione, l’ansioso stupore di Rimbaud e di Valéry. Testo di Floriano De Santi