Chi ci salverà dai Messia?

Firenze - 25/05/2011 : 31/07/2011

In mostra uno spaccato dello stato dell’arte nell’Africa subsahariana che Enrico Mascelloni cura proponendo una ricca selezione di opere tra le più significative di sei assoluti maestri.

Informazioni

Comunicato stampa

Arriva a Firenze l’arte contemporanea africana. Mercoledì 25 maggio la Sangallo Art Station di Eduardo Secci inaugura Chi ci salverà dai Messia?, uno spaccato dello stato dell’arte nell’Africa subsahariana che Enrico Mascelloni cura proponendo una ricca selezione di opere tra le più significative di sei assoluti maestri: Almighty God, Seni Camara, Dago, Georges Lilanga, Amebédé Mouleo e Cyprien Tokoudagba

Molti dei dipinti e delle sculture esposti sono stati commissionati direttamente dal curatore, uno dei massimi esperti internazionali della nuova arte africana, che ha largamente frequentato i protagonisti della mostra, compreso il celebrato Lilanga, presente con una serie di dipinti e disegni pubblicati nel primo volume del suo catalogo generale, da lui stesso supervisionato.

Parliamo di artisti che a Parigi, Berlino e Londra godono di larga fama presso gli appassionati d’arte, presenti da tempo sul mercato milanese e, più recentemente, protagonisti di alcune preziose rassegne romane, ma che a Firenze non hanno ancora trovato accoglienza.

In realtà, quando, nel 1989, il Forte del Belvedere ospitò Grande scultura dell’Africa nera, si ebbe ragione di sospettare che la città dell’eccellenza in arte avesse fiutato il fenomeno e – anticipando tutti in Italia – si preparasse a cavalcarlo. Quella mostra indimenticabile proponeva infatti centocinquantasei opere, non solo del XIX ma anche del XX secolo, scelte perché considerate capolavori di sublime valore estetico e non documenti etnografici, un pericolo sempre in agguato quando si parla di arte africana. Purtroppo però le rondini non sempre fanno la primavera e - mentre i divi della nuova pittura e scultura africane sbarcavano a Milano – la memoria di quel meraviglioso quanto episodico evento culturale rimane ancora oggi a testimoniare il difficile rapporto dei fiorentini con le novità dell’arte.

A cimentarsi nel tentativo di scuotere la leggendaria indifferenza per il contemporaneo della città del giglio è ancora una volta la Sangallo Art Station che affida ad Enrico Mascelloni il compito di raccontare gli sviluppi del linguaggio visivo prodotto nel più misconosciuto dei continenti.
I Messia richiamati dal titolo della mostra sono mostri sacri che da tempo hanno trovato cittadinanza nel milieu dell’arte contemporanea internazionale più esclusiva. Un’affermazione che vale in particolare per due di essi: Georges Lilanga, sicuramente il più noto artista africano del ‘900 e Seni Camara, scultrice senegalese che Louise Bourgeois – una voce di indiscutibile autorevolezza - considerava il maggiore talento della scultura contemporanea.

Spiega Enrico Mascelloni di aver coniato un titolo così curioso pensando al carattere messianico di quelle figure di artisti. Personalità così vigorose da divenire – come sempre è accaduto ai giganti dell’arte di ogni tempo e luogo – capiscuola, oggetti di culto da parte di discepoli e seguaci. E’ una leggenda vivente Seni Camara. Lo è a tal punto che, chi volesse seguirne le tracce nella sua terra d’origine, si imbatterebbe nel singolare fenomeno delle presunte Seni Camara, epigone-falsarie che arrivano al punto di spacciarsi per lei. Per non parlare poi della galassia di accoliti, copisti e veri e propri contraffattori formatasi sulla scia dello straordinario successo dei dipinti di Lilanga, ideatore di immagini tra le più forti del nostro tempo. La tendenza a fare scuola dei grandi artisti africani è inoltre favorita da un’organizzazione del lavoro che ricorda quella dei maestri dell’arte occidentale preottocentesca. In Africa l’arte viene infatti per lo più prodotta su committenza all’interno di botteghe in cui operano il maestro e i suoi assistenti. Uno dei più importanti atelier del continente nero è ad esempio quello di Almighty God. Uno studio en plein in cui il più celebre pittore del Ghana lavora attorniato da più di venti discepoli.

L’arte africana contemporanea condivide con quella della nostra celebrata tradizione anche un legame profondo con la religione. Almeno cinque degli artisti esposti alla Sangallo Art Station sono dei ferventi credenti e producono una vitale e potentissima arte sacra o che comunque variamente attinge al patrimonio mitologico-religioso delle rispettive etnie. Senza l’imbarazzo che ciò procurerebbe ai loro colleghi della nostra parte del mondo, gli africani usano le immagini per ammaestrare su tradizioni antiche ma vive e dispensare moniti morali contro la decadenza dei costumi.

Non lascia dubbi su questo punto la scelta di Antony Kwame Akoto (Ghana 1950) di firmare le sue opere con lo pseudonimo di Almighty God, vale a dire Dio onnipotente. Un nome d’arte che è tutto un programma per chi, come lui, affianca all’attività pittorica quella di pastore presbiteriano e sciamano guaritore. Tra le sue opere in mostra si segnala Orfeo ed Euridice, imponente tavola in cui l’africanizzazione di un mito della nostra tradizione risulta impresa felicissima. Il dipinto appartiene a una serie di lavori speciali che l’artista realizza interamente di propria mano senza avvalersi di aiuti di bottega.

E’ un artista-sacerdote anche Cyprien Tokoudagba (Abomey – Benin 1939) che ha esordito nella decorazione murale dei templi vodoo. Dal 1989 si è specializzato in una straordinaria galleria di ritratti di semidei Orisha in cui la divinità si staglia con scultorea evidenza sul fondo candido della tela.

Amebédè Mouleo (Akako – Togo 1922) è l’unica artista del gruppo che il curatore della mostra non abbia personalmente conosciuto. E’ una figura misteriosa che pochi occidentali sono riusciti a raggiungere. Nell’arcaico villaggio dove è nata e dal quale non si è mai spostata, realizza su commissione piccole sculture femminili per l’arredo degli altari vodoo di uso cultuale domestico. Capolavori in terracotta il cui impatto visivo è enfatizzato dallo spettrale candore di uno strato di caolino utilizzato come finitura dell’opera. La grandezza dell’artista novantenne è quella di rivitalizzare la tradizione – che conosce profondamente- introducendo costantemente notevoli innovazioni sia di carattere tecnico che iconografico.

Pare non essersi mai allontanata dal villaggio di origine anche Seni Camara (Bignona-Casamance in Senegal 1945). La colleganza tra l’arte della scultrice e il patrimonio culturale e spirituale della sua regione, la Casamance, è così profondo da aver indotto i ribelli della guerriglia separatista ad irrompere nel suo studio e a distruggere tutte le opere presenti in quanto ritenute capaci di svelare i segreti della Casamance.

Lo stesso Georges Lilanga ( Masai 1934- Dar Es Salaam 2005- Tanzania) non ha mai fatto mistero che i suoi straordinari intrecci di corpi, protesi ad occupare in un ritmo incalzante tutto lo spazio della superficie pittorica, riguardano esclusivamente stregoni e diavoli. Storie di amore e combattimento rievocate dalla danza rituale Mapiko della cultura Makonde.
Storie che gli artisti del continente nero sanno meravigliosamente raccontare per immagini.
Chi ci salverà da questi suadenti Messia? Nessuno, speriamo.