14 Thai Artists

Milano - 04/06/2011 : 05/07/2011

La mostra porta per la prima volta a Milano un saggio della produzione artistica contemporanea di un Paese dell'est asiatico noto per le attrazioni turistiche e la cultura millenaria ma poco conosciuto per la scena contemporanea dell'arte, la quale negli ultimi due decenni sta crescendo a ritmi sostenuti sia per la qualità che per la quantità di proposte. Il sistema di università e di accademie di ideazione moderna fa di Bangkok un centro di primaria importanza nell'area.

Informazioni

Comunicato stampa

Si inaugura sabato 4 giugno 2011 (ore 18 – 22) presso Whitelabs di Milano la mostra 14 Thai Artists a cura di Nicola Davide Angerame e della Prof.ssa Kanokwan Gerini. La mostra è organizzata dal Ministero della Cultura di Tailandia e patrocinata dall'Ambasciata Italiana di Tailandia. La serata vedrà ospiti gli artisti, i curatori, Sua Eccellenza l'Ambasciatore di Tailandia a Roma Somsakdi Suriyawongse, la direttrice del Dipartimento perl a Cultura e l'Arte Contemporanea Prisna Pongtadsirikul e il Consigliere per le Arti Visive dello stesso dipartimento, Dr. Vimolluck Chuchart



Il rinfresco sarà occasione per degustare alcuni vini prodotti da Tenuta Tenaglia, azienda vinicola del Monferrato sponsor tecnico dell'evento.

La mostra porta per la prima volta a Milano un saggio della produzione artistica contemporanea di un Paese dell'est asiatico noto per le attrazioni turistiche e la cultura millenaria ma poco conosciuto per la scena contemporanea dell'arte, la quale negli ultimi due decenni sta crescendo a ritmi sostenuti sia per la qualità che per la quantità di proposte. Il sistema di università e di accademie di ideazione moderna fa di Bangkok un centro di primaria importanza nell'area.

L'anno del 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia è anche l'anno in cui si celebra la memoria del Padiglione Nazionale Tailandese, presente all'Esposizione Universale di Torino del 1911. Quella presenza portava con sé la storia e le novità di una nazione nella quale alcuni singoli personaggi italiani, come il Colonnello Gerolamo Emilio Gerini o come lo scultore Corrado Feroci, (ma anche l'ing. Giovanni E. Gollo e gli architetti Mario Tamagno e Annibale Rigotti) avevano operato dando un contributo che ha lasciato il segno nella storia delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi.

Sono passati cento anni e l'amicizia tra l'Italia e la Tailandia è costantemente cresciuta, anche in senso culturale. Questa mostra rappresenta un ulteriore passo verso la reciproca conoscenza. Negli ultimi anni l'arte contemporanea Tailandese è presente alla Biennale di Venezia, suscitando interesse e domande circa l'attuale stato delle arti visive in una nazione che vanta una tradizione culturale profondissima e artisticamente eccelsa.

L'arte contemporanea in Tailandia sì è sviluppata molto velocemente e con esiti internazionali di primo piano, come dimostrano le ormai celebri università e accademie di Belle Arti, la prima delle quali fondata circa un secolo fa da Corrado Feroci: scultore italiano celebrato con una festa nazionale ogni anno, in una Tailandia come lo considera quasi come un padre della patria. Oggi queste università preparano centinaia di giovani artisti, mentre decani dell'arte contemporanea come Thawan Duchanee, si affermano in ambito internazionale.

“Credo che il motivo di ciò - spiega Nicola Davide Angerame - sia la grande capacità di questi artisti di custodire il senso di una tradizione, quella di provenienza, dentro linguaggi artistici che si rinnovano e che sono il prodotto di una ricerca totalmente libera, priva di barriere preconcette e di pregiudizi identitari. Grazie a questa evoluzione, spesso dettata da un'inquietudine creativa che è alla base del lavoro di ogni artista nel mondo, l'arte contemporanea tailandese appare oggi agli occhi del pubblico occidentale più “familiare” di quanto non lo fosse l'immensa tradizione dell'arte classica, che pure è insuperabile ed insostituibile”.


Breve analisi degli artisti presenti in mostra
Estratto dal testo di Nicola Davide Angerame

In questa mostra si evince un forte legame, probabilmente più forte di quanto non sia in Italia, tra l'artista e il mondo della Natura. Credo che a differenza dell'Italia, dove la Natura ha avuto un ruolo marginale, la Tailandia risenta molto del proprio clima e della presenza forte e significativa della Natura, capace di affermare un “primato” sulla cultura. Il fascino di questa Natura, spesso molto più forte e indomabile dell'uomo, si riflette secondo me in opere come “Bull” di Thawan Duchanee: esempio mirabile di incontro tra la straordinaria abilità tecnica, la spontaneità di idee e la forza di una caratterizzazione cromatico e gestuale che ad una mente richiama alla mente occidentale la Tauromachia di Picasso e la pittura gestuale informale di Franz Kline. Naturalmente, si tratta di una lettura effettuata “da ovest” del lavoro di un artista che ha altri riferimenti culturali e visivi accertati: dalla letteratura tailandese e il buddismo all'arte orientale. Ma è proprio nel solco di questa “mis-interpretazione” che vorrei mantenere un discorso di amichevole incontro, per vedere se l'arte e le immagini che essa sa fornire, non siano più universali delle parole e quindi un terreno d'incontro più favorevole rispetto alla concettualità offerta dalle lingue.
Anche un lavoro come “Family” (2009) di Prayat Pongdam pone l'animale al centro dell'attenzione e lo rende protagonista di una rappresentazione domestica: una famiglia di uccelli notturni assume qui la vitalità e l'espressività distintiva dei volti umani, l'opera può rimandare ad alcuni capolavori della pittura naif del pittore italiano Antonio Ligabue, che del regno animale ha tracciato un ritratto commovente grazie a centinaia di dipinti che si sono imposti come arte non accademica ma profondamente espressiva, intimista e individualista. La fonte di entrambi i pittori può essere l'“impressione” che la natura suscita in loro e che viene resa con l'espressione “quasi umana” di questa famiglia, così come per Ligabue sono umane e intensissime le espressioni delle sue tirgi colte nel mezzo della foresta pluviale.
Un'altra caratteristica interessante, comune a molti artisti qui esposti, sembra essere il senso del colore, inteso come risorsa espressiva alla quale attingere a piene mani. Lavori come “The Four Elements, Earth, Water, Wind, and Fire” (2011) di Kamol Tassananchalee, come “Aesthetic 23” (2010) di Thongchai Rakpathum o come “City Heat” (2011) di Somsak Chowtadapong parlano la lingua ricca e affascinante dei colori, usandoli tutti e in modi esplosivi. Tassananchalee li combina in campi di forza sui quali traccia segni ondulanti, e quasi optical, che rendono la scena fluida e dinamica. Rakpathum li fa esplodere in una “festa di oggetti” che proprio grazie alle dinamiche del colore possono entrare nel quadro senza apparire come aggiunti dall'esterno, bensì offrendosi come parte integrante di un linguaggio che trova nella gioiosa caoticità dei colori la propria punteggiatura, il proprio ritmo. Per Chowtadapong il colore sembra invece autosufficiente, sembra il sangue della pittura e come il sangue cola e scorre ovunque, alimentando visioni astratte e drammatiche, ricche di emozioni e di domande aperte.
Ma il colore non è tutto, anche il “segno” è molto importante in diverse opere qui esposte. Il segno è il tratto distintivo, crea il linguaggio e sgorga dall'individualità dell'artista come gesto, spesso perentorio. Il segno è protagonista in opere come “Diary 2011” (2011) di Decha Warashoon, che sembra volere tracciare una scrittura propria, astratta e geroglifica, attraverso cui narrare le indicibili e le intime sensazioni del diario. Affascinato dal groviglio, dalla massa caotica e ordinata di linee che scorrono e tracciano moltitudini di forme, Decha Warashoon sembra rimandare simbolicamente alla ricchezza e al fascino del traffico metropolitano, così come delle foreste tropicali dove l'intreccio è la forma primaria. Molto più lineare è il segno distintivo di Ithipol Thangchalok, che in “Cone” (2011) presenta una serialità di segmenti disposti in una griglia che assume profondità grazie alla prospettiva e luce grazie all'uso di piccoli punti azzurri: la sua astrazione è ispirata all'architettura e da tutto ciò che nel mondo esterno può essere trasformato in linguaggio astratto. Anche lo stile più figurativo di Parinya Tantisuk, trova il proprio equilibrio nella composizione di simboli e di colori; in “Home” (2011) la forma stilizzata di una casa assume l'aspetto di una composizione geometrica astratta al cui interno vivono in equilibrio una serie di simboli che prendono vita grazie ai colori, alcuni dei quali assumono una luminosità quasi fosforescente.
Più surreali sono invece i lavori di artisti come Panya Vijinthanasarn, che in “New Clear, New Calm” (2011) ritrae un Buddha insieme a simboli ed elementi ripresi dalla tradizione iconografica dei murales dei templi tailandesi. In questa immagine, che racchiude nella calma della spiritualità buddista la complessità del mondo, si riscontra un dialogo tra la tradizione e l'individualità dell'artista. Thavorn Ko-Udomvit si esprime con la fotografia e in “Self-Portrait 2” (2010) si rappresenta come celato da uno schermo bianco attraverso il quale la propria espressione traspare come quella di un fantasma; gli occhiali gli danno un'apparenza cibernetica e inquietante, il suo sguardo scruta lo spettatore incutendo timore.
Un caso a parte sembra la pittura di Preecha Thaothong, che in “Light of Suvarnabhumi No.2” (2011) “studia” la luce, l'identità architettonica e la tessitura decorativa di un muro affrescato come se fosse uno strano animale dal piumaggio variopinto. Fortemente connesso con alcuni esiti della ricerca contemporanea occidentale, lo stile pulito e quasi minimalista di Preecha Thaothong porta lo spettatore dentro atmosfere sospese, dove al luce è padrona assoluta e scolpisce tutto ciò che incontra, dando agli interni delle architetture ritratte dall'artista una nuova identità.
La stessa tonalità emotiva, lo stesso mood fatto di pacatezza e di calma, è riconoscibile nella scultura “Father and Child” di Nonthivathn Chandhanaphalin, che ritrae nella posa del fior di loto un padre ed un figlio. L'austerità delle figure, le proporzioni armoniche e le tonalità dorate del bronzo rendono la statua una forma universale compiuta dall'espressione sorridente del bambino.
Restando nel campo della figurazione Vichoke Mukdamanee, in “Regardness” “2003” propone una tecnica mista in cui il volto di due persone, che potrebbero essere due amanti, sembrano fluire leggere avvolte da una chioma nera che le unisce e sembra farle danzare.