Michel Onfray vs Robert Combas. Quando una monografia deraglia

Il “filosofo mediatico” Michel Onfray dedica un saggio a Robert Combas. Ma il meritato omaggio che apre il libro si trasforma via via in un’inverosimile lettura conservatrice dell’opera del pittore.

Gli ultimi anni hanno visto un (meritatissimo) rilancio in Francia della pittura di Robert Combas (Lione, 1957): un’enorme retrospettiva al Mac di Lione, numerose mostre pubbliche e in galleria, rinnovata attenzione da parte delle riviste… E ora giunge addirittura un saggio dal taglio filosofico interamente dedicato all’artista, pubblicato da uno dei più importanti editori francesi, Flammarion.
Non sembri un’omaggio eccessivo, vista la complessità estetica e politica dell’arte di Combas (la sua è un’opera potente, equilibratissima nell’essere volutamente eccessiva, libertaria, anarchica, carnale e intellettualmente acuta). Ma stupisce che l’autore sia Michel Onfray, figura esuberante e controversa, autore di saggi e di boutade mediatiche. E sostenitore di pensieri reazionari e antilibertari, sotto la facciata da difensore della libertà individuale.
Ci si accinge alla lettura con curiosità, dunque. Che c’entra il pensiero di Onfray con la pittura anarchica di Combas? La prima parte del saggio sembra dissipare i dubbi: l’autore compone un'”orazione” coinvolgente e documentata, per quanto in un linguaggio semplice. Si procede con analisi dettagliate di molti dipinti (la cosa migliore del volume) e con metafore che ne rendono bene lo spirito. Come quella che si ritrova nel titolo del libro, ovvero Combas come sciamano primitivo “grande organizzatore di feste cromatiche“, che “indossa tutti i costumi possibile del reale” e che assume su di sé il peso della trance necessaria per accedere alla conoscenza e ne restituisce poi il contenuto alla società.

Combas in mostra a Lione
Combas in mostra a Lione

Ma il costrutto comincia a essere dubbio dopo poche pagine. Prima di tutto perché l’aspetto “sciamanico” dell’opera di Combas è solo una delle componenti, ma si aspetta a lungo e invano che Onfray contempli l’altra: il contenuto intellettuale e pienamente politico della sua pittura. E poi perché compaiono via via alcune analisi “sospette”. Come la digressione sull’arte contemporanea, accusata di essere una cricca di “autoproclamati avanguardisti” che discrimina ogni tratto di bellezza estetica. Al di là del qualunquismo e dell’insostenibilità della tesi, l’inversione logica che consegue è ancora più curiosa: Onfray mette Combas tra gli alfieri della pittura “pura, discriminati da una supposta classe intellettuale dominante. Quando invece, al contrario, la pittura di Combas pone una qualità estetica e una potenza pittorica eccellenti al servizio del concetto, della dichiarazione politica e logocentrica.
Purtroppo, è solo la prima avvisaglia. E nelle ultime pagine Onfray arriva a dare una vera e propria lettura conservatrice della pittura di Combas. Snaturandone così la poetica, e arrivando al culmine di attribuirgli un’analisi “antirivoluzionaria” della Rivoluzione Francese. Peccato, perché ciò rende vano l’accorato omaggio che l’autore aveva intrapreso all’inizio del libro.

Stefano Castelli

Michel Onfray – Transe est connaissance. Un chamane nommé Combas
Flammarion, Parigi 2014
Pagg. 112, € 20
ISBN 9782081316805

 

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.