L’artista d’oggi? Un déraciné per scelta e per dovere

Nicolas Bourriaud, l’autore della celebre teoria dell’estetica relazionale, ridefinisce ne “Il radicante” i concetti di modernismo, postmoderno e globalizzazione. Ne risulta un’innovativa (e necessaria) visione dell’estetica e del mondo d’oggi, basata sul concetto di altermodernità. Per una disobbedienza civile di nuova generazione.

Nicolas Bourriaud


Il radicante
di Nicolas Bourriaud è un libro necessario. Appartengono al novero ristretto di questa categoria i testi che si fanno carico di riflettere su argomenti impellenti per la collettività, o che sgombrano il campo da tendenze regressive che iniziano a diffondersi in maniera endemica.
Con il suo saggio, che viene pubblicato in Italia a cinque anni dall’uscita francese, Bourriaud compie entrambe queste operazioni. Al punto che la lettura, sin dalle prime pagine, dà una sensazione di sollievo. Per capire ciò, si pensi al contesto da cui proviene il lettore italiano (ma l’atmosfera non riguarda solo il nostro Paese): negli ultimi anni è incappato nella delusione di vedere una progressista come Rosalind Krauss darsi al reazionariato con Sotto la tazza blu; ha assistito alla teorizzazione da parte di Maurizio Ferraris di un Nuovo Realismo che butta nel cestino il postmoderno in toto, tentativo come minimo volontaristico soprattutto per quanto riguarda l’estetica; e ha dovuto sorbirsi capziose prediche anti-arte contemporanea da parte di gloriosi accademici o di giornalisti privi di strumenti.
Con gesto in controtendenza, a rischio dell’impopolarità, Bourriaud riconosce invece all’arte contemporanea il ruolo che le spetta, quello di instancabile analista del mondo di oggi. E, sempre in controtendenza, si impegna ad aggiornare e riteorizzare categorie che oggi sono preda di fraintendimenti quasi mai in buona fede: i concetti di modernismo, postmoderno e globalizzazione.
Secondo la teoria esposta nel Radicante, il modernismo va superato definitivamente, ma proprio per questo bisogna evitare di demonizzarlo. Il postmoderno è ormai agli sgoccioli, ma dalla sua esperienza ci si può smarcare senza cadere in nostalgici e artificiosi richiami alla tradizione. La globalizzazione e le sue storture, infine, vanno riconosciute: non possono essere oggetto di rimozione, ma proprio l’arte può fornire gli strumenti e la coscienza collettiva necessari per una ribellione.
La metafora per descrivere il nuovo artista (e il nuovo individuo) capace di affrontare lo status quo è tratta dalla botanica. I radicanti sono le piante che non hanno radici fisse, ma che mettono radici “revisionabili”, adattandosi al luogo. Il risultato di un mondo e di un’estetica radicanti è definito invece come altermodernità, uno stato di cose strutturalmente frammentato, plurale, in movimento ma segnato dall’autodeterminazione, dall’autocoscienza e da una tensione dialettica e aperta al progresso. Alle parti teoriche del volume, poi, segue un’analisi acuta e innovativa dell’opera di artisti contemporanei come Jason Rhoades, Gabriel Orozco, Saâdane Afif, Thomas Hirschhorn, Haim Steinbach, Loris Gréaud.

Nicolas Bourriaud
Nicolas Bourriaud

Certo, non manca qualche fallacia, nel costrutto de Il radicante. Pur non gettando nel cestino il postmoderno, rischia di sottovalutarlo non contemplando a fondo la possibilità che il fulcro del suo discorso fosse una mimesi critica delle tendenze in atto nel mondo. E nel giocare lacanianamente con le parole e i neologismi – peraltro una delle cose migliori del libro – finisce per mancare in qualche caso l’obiettivo. Come quando, dando un po’ troppo credito all’etimologia del termine ‘radicale’, lo avvicina troppo – e avvicina troppo il concetto di avanguardia – a una tendenza autoritaria.
Ma la teoria di Bourriaud rimane innovativa, saliente e nobile. E impreziosita da rimandi stimolanti, anche quando non esplicitati. Come non pensare, ad esempio, alla teoria dell’altermodernità come un modo efficace di rimettere in circolo il concetto di dépense di Bataille?
La vera ribellione dell’altermodernità risiede proprio qui: avendo il regime del capitalismo globalizzato occupato l’orizzonte di pensiero, le critiche esplicite sono neutralizzate in partenza. Bisogna perciò, anche in arte, ribellarsi tramite una disobbedienza civile di nuova generazione: sottrarsi alla dittatura della funzionalità e al preconfezionamento del discorso pubblico standardizzato. Rimane un unico dubbio, alla fine della lettura. Siamo così sicuri, come sembra esserlo Bourriaud, che i concetti e i termini del neomarxismo siano del tutto superati per descrivere la situazione attuale e la necessaria reazione ad essa?

Stefano Castelli

Nicolas Bourriaud – Il radicante.Per un’estetica della globalizzazione
trad. it. di Marco Enrico Giacomelli
Postmedia Books, Milano 2014
Pagg. 208, € 21
ISBN 9788874901005
http://www.postmediabooks.it/ 

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #18

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.
  • ruote telluriche

    Acqua fresca e concetti rimasticati di questo mediocre autore di libercoli della lunghezza adatta ai suoi estimatori e sodali, disposto a vendersi allo sponsor di turno, chiunque sia.
    la vaghezza e la banalità al servizio delle accozzaglie di comodo del momento, degli amici della contingenza. La teoria della compagnia di giro: povera Francia! I grandi sono morti da tempo e dopo il declino preannunciato dai Nouveau Philosophes televisivi di fine ’70 è rimasta ‘stà robetta da burocrazia dell’opportunismo, e il resto in mano a Marie Le Pen :(
    Meglio allora i conservatori come Clair, Fumaroli ecc ? forse non per tracciare vie ma almeno a leggerli uno impara qualcosa! che si può
    imparare invece da uno che fa l’animatore in un villaggio vacanze?

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