Mite e selvatico. Soutine secondo Maurice Sachs

Un romanzo di formazione di un moralista atipico, che per tutta la vita tentò di affermarsi come scrittore. Tra furti, debiti accumulati, seduzioni, truffe nella Parigi del primo dopoguerra, ne “Il Sabba” di Maurice Sachs compare anche Soutine. Ecco perché ne parliamo, proprio durante “Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti” a Milano, mostra che prosegue fino all’8 settembre.

Maurice Sachs - Il Sabba. Ricordi di una giovinezza burrascosa - Adelphi

Compiacendosi nel raccontare le nefandezze compiute e ricominciando subito dopo essersene pentito, senza riuscire a mantenere i propri propositi e indugiando nella turpitudine e nei dettagli più abietti, seppur con l’intento dichiarato di fornire un esempio da non seguire, Maurice Sachs (Parigi, 1906 – Germania, 1945) alimentò la propria leggenda nera.
Le Sabbat, pubblicato postumo, è un’autobiografia e un ritratto di una società, in cui appaiono, sparse nei numerosi capitoli, alcune delle figure chiave del Novecento. Ecco così, tra gli altri, Jean Cocteau, André Gide, Max Jacob e Chaïm Soutine. Tra aneddoti e pettegolezzi, Sachs parla di loro per narrare se stesso, crogiolandosi nei propri vizi e godendo nel cogliere quelli degli altri. E proprio di Soutine (Smilavichi, 1893 – Parigi, 1943) è il dipinto che illustra la copertina de Il Sabba nell’edizione Adelphi.
Sachs conosce l’artista a casa dei coniugi Castings, che avevano venduto la propria collezione d’arte per acquistarne le opere: “Le due volte che vidi Soutine fui commosso dal suo sguardo mite e selvatico. Quando lo incontrai, era un uomo sui trentacinque anni, di colorito pallido. Aveva il viso schiacciato del russo meridionale, incorniciato da capelli neri, lisci e spioventi. C’era in lui un che di nobile, e al tempo stesso sembrava braccato, come certi animali fieri che abitano lande desolate e sono terrificati dai passi dell’uomo, ma che non derogano né alle loro leggi segrete né alla fierezza della propria specie. Ed era proprio quella la sua indole”.

Un "Quarto di bue" di Chaïm Soutine
Un “Quarto di bue” di Chaïm Soutine

Osservatore e moralizzatore scapestrato, Sachs applica il suo spirito critico anche ai lavori di Soutine, riuscendo a catturarne l’essenza: “Nelle sue tele trovavo una distorsione involontaria, tremenda, subita con spavento e che l’artista cercava con tutte le sue forze di attenuare. Ci vedevo anche un amore testardo, amaro e malinconico per l’essere umano; una comprensione, intrisa al tempo stesso di tenerezza e di violenza, nei confronti di tutta la natura: alberi, cieli, animali; una visione potente del tragico, un senso eccellente del colore e una pulsione ansiosa verso il vero che lo imparentava (magari un po’ alla lontana) con l’ineguagliabile Rembrandt”, che per Maurice la tante, come veniva chiamato in modo dispregiativo soprattutto nel periodo di collaborazione con i nazisti, rappresentava un modello inarrivabile.
Sachs riesce ad adattare la sua prosa allo stile di vita e di pittura di Soutine, a riassumere in poche righe il ritmo di un’esistenza: “Prende casa, cambia casa, non ha requie da nessuna parte, lascia Parigi, ci ritorna, ha paura di essere avvelenato, mangia solo pasta, va in rovina per pagare gli psichiatri, ne ha abbastanza, inizia a risparmiare, fa il giro dei mercanti d’arte per riscattare le sue brutte tele giovanili. Se si rifiutano di vendergliele a un prezzo che lui ritiene ragionevole va su tutte le furie; le squarcia, le strappa dalla parete, ne manda una nuova come risarcimento. Torna a casa sfinito e si mette a leggere; qualche volta di sera lo si vede a Montparnasse mentre ride seduto in uno di quegli stessi caffè all’aperto dove andava con Modigliani. Poeta triste, discendente dalla razza leggendaria dei pittori maledetti il più grande dei quali fu Rembrandt – moltitudine ora oscura ora splendente, alla quale Van Gogh dà un tocco di pittoresco, Utrillo di candore e Modigliani di grazia -, Soutine entra misteriosamente e segretamente nella gloria”.

Marta Cereda

Maurice Sachs – Il Sabba. Ricordi di una giovinezza burrascosa
Adelphi, Milano 2011
Pagg. 332, € 22
ISBN 9788845925993
www.adelphi.it

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Marta Cereda
Marta Cereda (Busto Arsizio, 1986) è critica d’arte e curatrice. Dopo aver approfondito la gestione reticolare internazionale di musei regionali tra Stati Uniti e Francia, ha collaborato con musei, case d’asta e associazioni culturali milanesi. Dal 2011 scrive per Artribune.