Che fine ha fatto Rosalind Krauss?

Nel suo ultimo libro, la regina della critica d’arte si lancia in una strenua difesa degli artisti che reinventano con fedeltà il proprio medium espressivo. Rinunciando però al metodo che l’ha resa grande. Una prova interlocutoria, da leggere come fosse letteratura.

Rosalind Krauss - Sotto la tazza blu
Rosalind Krauss - Sotto la tazza blu

Ogni nuovo libro o testo di Rosalind Krauss è per definizione (meritatissima) imperdibile. Rigore e inventiva, profondità filosofica e nobiltà d’intenti sono la cifra distintiva che ha prodotto testi decisivi come L’informe e La scultura nel campo allargato.
In linea con la tradizione della critica anglosassone, Sotto la tazza blu, uscito nel 2011 negli Stati Uniti e ora tradotto in Italia, parte da premesse personali riferite in prima persona. Nel 1999 la Krauss ebbe un aneurisma che le provocò conseguenze terribili (temporanee): la frase del titolo è una di quelle che dovette reimparare a pronunciare durante la riabilitazione. Da qui, collegando anche tramite libere associazioni linguistiche le vicissitudini personali e l’arte di oggi, parte una dissertazione (originale, quasi letteraria, strutturata per voci come in un dizionario) sull’uso del medium da parte degli artisti contemporanei. Ruscha, Kentridge, Coleman, Farocki (i “cavalieri del medium“) sono indicati come esempi positivi di reinvenzione del mezzo espressivo, oppure di invenzione ex novo, ancorata però a un linguaggio specifico e strutturale.
È un tema già affrontato negli ultimi anni dalla Krauss, ma stavolta c’è qualcosa che non torna. La deduzione logica appare a tratti forzata e le conclusioni tutt’altro che incontrovertibili. La posizione nei confronti del white cube è ambigua, e sembra contenere un fraintendimento di base. Altrettanto ambiguo è il rapporto tra il concetto affermato di buon uso del medium e il criterio di specificità del medium stesso: è come se la Krauss volesse prendere le distanze da quest’ultimo, consapevole della sua odierna inapplicabilità letterale, ma lo confermasse cambiandogli semplicemente nome.

James Coleman, I N I T I A L S, 1993-94
James Coleman, I N I T I A L S, 1993-94

La spiegazione di queste ambiguità, la loro conferma, giunge alla fine del volume, quando nei ringraziamenti l’autrice dichiara il movente del libro: “Un decennio e più di disgusto per lo spettacolo del meretricio dell’arte che chiamano installazione“. Si tratta dunque di una trattazione basata sulle idiosincrasie di chi la compie, e va detto che sottovalutare l’installazione significa oggi fraintendere il linguaggio (questo sì, specifico) dell’arte contemporanea, nonché le istanze sociali di cui essa si fa portavoce.
La Krauss rinuncia dunque in questo libro (e solo in questo, ci si augura accorati) a due sue caratteristiche fondamentali: l’uso di un metodo pienamente scientifico – per quanto libero e stimolante nei riferimenti e negli intrecci logici – e il suo strenuo progressismo. Il libro è suggestivo, a tratti fulminante nell’inventiva, ma forse va inteso solo come prova letteraria. Trattandosi della Krauss, non c’è bisogno di precisare quanto pesi scrivere queste parole: una sua prova minore colpisce come fosse una delusione sentimentale, e ci si vuole convincere che sia un episodio isolato.

Stefano Castelli

Rosalind Krauss – Sotto la tazza blu
Bruno Mondadori, Milano 2012
Pagg. 160, € 30
ISBN 9788861597235
www.brunomondadori.com

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.
  • rasoio

    non ho capito una mazza
    forse è meglio leggersi il libro direttamente così capiremo meglio
    comunque il fatto che le installazioni hanno rotto le palle lo dicono ormai tuttiquelli che hanno un pò di cervello

    • Il problema non è che le installazioni hanno “rotto”: semmai un certo linguaggio ha stancato perché si è innescata la tendenza a trasformare in norma quello che voleva essere deviazione dalla norma. Non si tratta nemmeno più dell’avanguardia che diventa accademia (fenomeno tutto sommato fisiologico). Credo che il “disgusto per il meretricio dell’arte che chiamano installazione” nasca da una reiterazione sterile di codici ormai abusati, generata dalla passività di critica e pubblico, i quali hanno ridotto la loro funzione a puro riconoscimento di modelli noti. Manca il coraggio della ricerca e l’emozione della scoperta. Forse per questo si sente il bisogno di celebrare periodicamente il “ritorno alla pittura” o addirittura “alla figurazione” (perché? quando mai sono scomparse?). Le cicliche ondate di riscoperta delle pratiche artistiche tradizionali, dalla Transavanguardia in poi, trovano la loro unica giustificazione nell’abuso logorante che in certi ambienti pseudointellettuali si fa di linguaggi utilizzati spesso con disarmante leggerezza. Il punto è che si continua a dare troppo peso al mezzo: la cetralità dovrebbe spettare ai contenuti. La buona pittura, come le buone installazioni, non possono stancare. Le mode invece, è risaputo, passano.

      • Angelov

        Le Mode passano, lo Stile resta.

      • alberto

        Risposta la sua, migliore dell’articolo, riguardo al quale
        giudicare opera minore qualcosa che si ritiene essere ambigua è quantomeno un po sbrigativo.

    • oblomov

      vero!!!

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  • Margaretha

    ecco una rasoiata qualunquista.
    e leggiamoci il libro. Per ora l’unica cosa da dire è che costa un botto.

  • rocco

    interessante