L’Italia allo specchio. Di Pistoletto

Qualcosa non va. Proprio non va, se i contributi più interessanti dedicati all’Arte Povera e alla Transavanguardia provengono non dalla critica italiana, ma dall’area anglosassone. Su queste e altre anomalie ragiona l’ultimo libro di Michele Dantini.

Michele Dantini - Geopolitiche dell'arte

Il percorso di Michele Dantini nel suo Geopolitiche dell’arte, sottotitolo Arte e critica d’arte italiana nel contesto internazionale dalle neoavanguardie ad oggi, propone l’immagine di un’arte italiana del dopoguerra sofferente di un complesso di inferiorità nei confronti delle logiche internazionali che regolano la storia dell’arte negli ultimi decenni. La domanda sembra essere: come conservare e aggiornare la propria identità culturale e artistica di fronte alla vera e propria frattura che si verifica tra gli Anni Cinquanta e gli Anni Sessanta del XX secolo? Pone, inoltre, un problema importante, quello della scarsa produzione di una saggistica di qualità dedicata all’arte contemporanea a fronte di una proliferazione di cataloghi e testimonianze dedicate ad artisti, mostre ed eventi.
Un problema, tuttavia, più che altro nostrano: se scorriamo i cataloghi di MIT Press, ad esempio, ce ne renderemo conto. Addirittura, ricorda Dantini fin dalle prime pagine del suo libro, le interpretazioni più accreditate sui movimenti per eccellenza della tradizione italiana recente – Transavanguardia e Arte Povera, ça va sans dire – provengono da ricerche e comunità di studio angloamericane. Perdita della memoria e rinuncia a una ricerca che analizzi in profondità la storia recente o addirittura il presente nel suo svolgimento sono due importanti temi che emergono da questo passaggio, che parla di una “opacità della tradizione italiana recente ai nostri stessi occhi”, pur non mancando, naturalmente, degli araldi del racconto critico e storiografico, alcuni dei quali meritevoli di una trattazione più approfondita nel testo, da Tommaso Trini a Carla Lonzi, da Maurizio Calvesi a Paolo Fossati fino a Emilio Villa ed Edoardo Sanguineti.

Michele Dantini

Proprio per questo, le esperienze che vengono affrontate passo dopo passo nel libro, che raccoglie contenuti editi e inediti dello storico dell’arte, professore associato di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università degli Studi del Piemonte Orientale, raccontano una mappa, per voler cascare a proposito sul termine, di momenti e figure fondamentali. Tra queste c’è Michelangelo Pistoletto, del quale Dantini racconta in un percorso storico-artistico in cui l’oggettualità sembra avere il sapore del fil rouge – più che i più noti Specchi, la serie degli Oggetti in meno come immagine per antonomasia di una rinuncia che diventa scelta poetica: quella di un artista che opera con una mossa da outsider una volontaria fuoriuscita dalle logiche vigenti nel mercato.
Il problema dell’affermazione dell’identità dell’artista, proposto ad esempio ne La Vetrina di Pistoletto, torna nell’Autoritratto del 1968 di Giulio Paolini, un fotocollage dove l’artista si pone al centro della sua comunità: gli artisti Boetti e Fontana, Consagra e Tano Festa, ma anche Carla Lonzi, Maurizio Calvesi e Carlo Giulio Argan e così via. Fino a Rosseau Il Doganiere, che in un gioco d’enigmistica sarebbe considerato l’intruso mentre qui assurge a convocazione (in un momento storico complicato anche nella storia dell’arte) di quello che Dantini definisce “l’ingenuo per eccellenza, con un gesto che richiama l’alieno delle Cosmicomiche di Italo Calvino.

Gino De Dominicis – Tentativo di volo – 1970

È una mappa, in fondo, quella che sembra essere suggerita da Dantini, di rimandi che costruiscono una storia dell’arte a incastri di colori talvolta complementari, talvolta dissonanti tra Pistoletto e Jackson Pollock, tra Paolini e Poussin, Paolini e Rosseau, Paolini e Fontana. De Dominicis con il Tentativo di volo ingaggia una conversazione ironica con il Salto nel vuoto di Yves Klein e non mancano i confronti successivi con Hans Haacke e Robert Rauschenberg.
Non vengono meno neppure le riflessioni approfondite sulle ricerche di coloro che la storia dell’arte la fecero dall’altra parte, ripercorrendole più in senso critico che cronologico. Argan, infatti, viene individuato come interprete di una “etnografia della mutazione” che afferma l’identità italiana nella dovizia dei documenti artistici e nella tradizione millenaria che essa “può opporre al formidabile apparato tecno-industriale, militare o di propaganda delle grandi potenze. Viene raccontato il dibattito sulla critica acritica, suscitato dalle riflessioni di Susan Sontag e Germano Celant all’inizio degli Anni Settanta. I capitoli seguenti sono dedicati a Paolo Fossati, Maurizio Calvesi, Carla Lonzi e naturalmente ad Achille Bonito Oliva, per il quale Dantini pone l’accento su L’ideologia del traditore.

Santa Nastro

Michele Dantini – Geopolitiche dell’arte. Arte e critica d’arte italiana nel contesto internazionale dalle neoavanguardie ad oggi
Christian Marinotti, Milano, 2012
Pagg. 222, € 24
ISBN 9788882731366
www.marinotti.com

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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.