L’arte concettuale è come la pubblicità?

In un libro acuto e provocatorio, Alexander Alberro sottolinea le somiglianze tra l’arte concettuale e le strategie della pubblicità e della comunicazione. Lanciando un dibattito: può l’arte impegnata sopravvivere alla società del disimpegno?

Alexander Alberro - Arte concettuale e strategie pubblicitarie

Come in un gioco di scatole cinesi, Arte concettuale e strategie pubblicitarie di Alexander Alberro è un libro che ne contiene altri. In prima istanza racconta la storia di Seth Siegelaub, gallerista pioniere dell’arte concettuale: la sua fede incrollabile in una nuova arte massimamente anticonvenzionale, la sua disponibilità nell’adattarsi ad essa, modificando strategie di presentazione, promozione e vendita. E infine il suo cambio di attività, da gallerista a figura ibrida tra agente, agitatore culturale e curatore indipendente al servizio degli artisti che aveva accolto in galleria.
Ma questo volume può essere letto anche come breve storia delle origini dell’arte concettuale e, soprattutto, come pamphlet teorico che propone una lettura davvero anticonvenzionale di quel tipo di arte. Una teoria volutamente forzata a scopo d’indagine, che paragona senza preconcetti il Concettuale ai metodi della pubblicità e della comunicazione. Evanescenza, trasmissibilità anche a distanza, leggerezza, virtualità del supporto avvicinerebbero l’arte di Barry, Weiner e compagni all’invasiva malleabilità della comunicazione della società di massa avanzata.

Concettuali al varco

Ora, un tale paragone, per quanto ardito, contiene verità innegabili. E ha il grande merito di porre interrogativi quanto mai attuali (in cui Alberro non si addentra, come per suscitare il dibattito in chi legge e dare il là a ulteriori analisi). Visto che gli scopi degli artisti concettuali sono diversi da quelli della pubblicità e del commercio: si tratta di mimesi a scopo critico della macchina del consumo (secondo la pratica inaugurata dalla Pop Art) oppure della conseguenza non prevista da parte di un’arte che si voleva progressista ma che ha finito per diventare complice del sistema? E ancora, più in generale: il Concettuale è stato sconfitto dalla storia, scivolando nell’eterogenesi dei fini e finendo rubricata tra le espressioni velleitarie, oppure è la storia, guidata dall’economia, ad aver inghiottito, normalizzandola, l’arte concettuale?
Quest’ultima ipotesi appare la più plausibile, viste le intenzioni chiaramente nobili e di rivoluzionario impegno politico degli artisti concettuali. In fondo, lo stesso problema si sta ponendo per tutte le neoavanguardie, e forse solo la Pop art sopravvive intatta, nonostante la sua indiscernibilità dal panorama onnicomprensivo della società dei consumi. Anche l’arte impegnata politicamente è davanti allo stesso bivio: la società del disimpegno e dell’apoliticità la rifiuta bollandola come noiosa e pessimista, ed essa cerca nuove strategie per mimetizzarsi senza perdere la propria forza (si veda a questo proposito l’ultima Biennale di Lione curata da Victoria Noorthoorn, l’esempio più avanzato finora di mimetizzazione dell’arte politicamente impegnata, in perfetto equilibrio tra contenuti politici e visionarietà sognante).

Installazione di Robert Barry nello spazio romano di Giacomo Guidi

Per la capacità di suscitare tutte queste questioni e per la puntualità e acutezza dell’analisi, quello di Alberro è un libro da non mancare. Intendendolo come il primo spunto di un dibattito essenziale.

Stefano Castelli

Alexander Alberro – Arte concettuale e strategie pubblicitarie
Johan & Levi, Milano 2011
Pagg. 208, € 22
ISBN 9788860100665
www.johanandlevi.com

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.
  • Domenico Ghin

    Il fatto che la civiltà industriale e dei consumi abbia inghiottito l’arte concettuale ( e direi buona parte delle avanguardie ) non fa altro che evidenziare lo stretto legame di quest’ arte con essa, nel senso che l’arte concettuale, come buona parte delle avanguardie, si è proposta fondamentalmente negli stessi termini : provocazione ( che ha ben altro significato ) e qui ha la funzione di stordire, imbambolare, stupire il fruitore dell’opera d’arte, ma queste non sono anche forse prerogative se non regole della mercificazione nella società dei consumi ? .

  • L’Arte Concettuale, è una, semplice “Visione & Missione” della vita quotidiana in ogni tempo, che viene espressa ed spiegata semplicemente con una sola parola o una espressione di preghiera, ma..! basta una parola per capire cosa è l’arte concettuale. L’opera d’arte, non e niente meno che un simbolo di testimonianza del concetto, per cui secondo me, “ Arte concettuale a Tutto L’Arte in generale”………! Tutto L’Arte è Concettuale”…….

  • Domenico Ghin

    Chiaro che tutta l’arte é concettuale ; il fatto che un artista scelga un modo di esprimersi invece che in’altro è in un certo senso già concettuale, ma Concettuale con la C maiuscola si riferisce a un movimento artistico ben preciso che ha operato fra gli anni sessanta e settanta e che ha avuto nel dadaismo e nel new dada il suoi predecessori più affini. Ora all’inizio l’arte Concettuale ha avuto un risvolto anche molto interessante non solo per un discorso di rottura con i luoghi comuni e gli stereotipi di intendere l’arte nella società moderna, ma soprattutto come risultati estetico-espressivi che però hanno con il tempo lasciato il passo ad un’arte impostata sempre di più nella provocazione fine a stessa …..

  • Angelov

    Bruno Munari aveva, quasi per gioco, messo in ordine gerarchico i vari ismi e correnti dell’Arte, più o meno così: (sperando di ricordarmi bene)
    Arte Concettuale
    Arte Astratta
    Arte Informale
    Cubismo
    Simbolismo
    Arte Figurativa
    ed aveva detto che ogni livello presupponevano la conoscenza e la comprensione di quelli inferiori. Per cui l’Artista Concettuale deve essere in grado di capire, conoscere e destreggiarsi in tutti i settori dell’Arte che lo hanno preceduto.
    Si tratta ovviamente di una Ipotesi, ma che la dice lunga su quello che ruota attorno alla sfera dell’Arte Concettuale. O che ruotava.
    L’unico appunto che si può fare, è che si tratta di un Metodo dove la Manualità è ridotta al minimo necessario.
    Ma forse anche questa è un’illusione apparente.

  • ermenegildo

    ma perché l’arte concettuale è ‘impegnata’? a me risulta il contrario

  • Lalla

    proopongo la sostituzione della parola “arte concettuale” con Sarchiapone.
    Almeno così il dibattito prende una piega surreale e Walter Chiari è contento.

  • mha!

    DEFINIZIONI e CATEGORIE sono una STRONZATA !

    ( prendi la frase, ingrandiscila facendo i caratteri alti 2 metri e mettila su un monumento – anche questa è arte concettuale! )

    • GABRIELA BERNALES

      Per capire il Arte concetuale prima di tutto devi capire di dove sei venuto e dove vivi…! soltanto cosi capirai il vero Arte e Arte Concetuale, scometto che nenmeno lo sai veramente cosa significa l’arte concetuale…! al di là delle mode, movimenti etc etc che ogni singolo o gruppo d’artisti si inventano..! per suscitare curiosità o qualcosa altro..? il vero Arte è qualcosa di più profondo ma non ci rendiamo conto veramente che viviamo ogni giorno della nostra vità e oltre…! pensa e capiraì…!
      ciao…!