Crack! Un festival fumettaro (non troppo) dirompente

Quattro giorni di “rotture” al Forte Prenestino di Roma. Per rilanciare i fumetti nella versione più underground. Ma è poi così vero? L’analisi disincantata di Ofelia Sisca.

Roma, Crack al Forte Prenestino

Mentre il circuito dell’Arte, quella con la A maiuscola, piange miseria, quello dell’illustrazione, della grafica e del fumetto continuano a marciare, a braccetto e a passo spedito, sui mercati di tutti i livelli. Non c’è rivista, non c’è spot pubblicitario che non si avvalga della collaborazione comunicativa di un illustratore; gente che ha guadagnato terreno tra il pubblico e non di meno sull’opinione critica, notoriamente scettica sulla pratica fumettara, fino a qualche anno fa disciplina figlia di un dio minore.
Ma questa è storia antica, commenterà qualcuno, è passata l’era della serie B, quella in cui Zero Calcare poteva sembrare il nome di un detersivo, in cui all’epiteto Tuono Pettinato la gente reagiva con il dubbio se ci si riferisse a una persona vera o a un supereroe nostrano. Eppure vale la pena partire da questa notorietà conquistata per parlare invece di quel nugolo di fumettisti che ancora rivendica con orgoglio la lateralità rispetto alla quotazione del successo di genere.
Commercio sì, commerciale no”: questo sembra sfacciatamente proclamare il festival Crack che, non a caso, si tiene ormai da dieci anni al Forte Prenestino, baluardo – neanche a dirlo – di un’alterità sospesa sulla città di Roma. Si sentono forse già “fumettisti di seconda generazione”, e ciò può essere vero se si considerano le velocità esponenzialmente centuplicate con cui viaggia tutto il mondo 2.0; questi secondogeniti dicono di perseguire una disciplina che continua a ridimensionare se stessa. E ciò in via di principio sarebbe mica male. Gli artisti del fumetto (che poi si mescola alla Street Art, all’illustrazione, si raffina nella dicitura di graphic novel) si dedicano allo scavo incessante nelle fondamenta alla ricerca delle radici per cavarne linfa e motivo vitale, potando, spezzando – crack – sistematicamente le filiazioni che germogliano troppo floride.

Roma, Crack al Forte Prenestino
Roma, Crack al Forte Prenestino

Ma, al di là della proclamazione d’intenti, è veramente quello che accade? Il fumettaro bis non cavalca l’onda della popolarità, non calca la mano sul già visto per farci magari un po’ di fortuna? Quel che si vede non sembra esattamente quello che vorrebbe essere. I disegni, qualitativamente di livello anche piuttosto elevato, sposano una filosofia più trita e ritrita di quella di prima generazione, nella stragrande maggioranza dei casi: storture umane, mostruosità, immagini che prendono spunto e ispirano circolarmente l’universo ormai parallelo del tatuaggio, e pornografia onnipresente, di quella che farà anche tendenza, ma di certo non sconvolge proprio più. Forse qualcuno ha fatto indigestione di paragoni critici notori tra pornografia e fantascienza, che in tempi non sospetti e con ingegno brillante ravvicinavano gli universi di corpi umani e corpi celesti, mettendoli a confronto.
Il rischio – ovviamente con le dovute eccezioni in un parterre così ampio, eccezioni che purtroppo, in un’analisi generale, si trovano un po’schiacciate – è quello di incorrere in flussi di coscienza adolescenziale, non intimi ma solo autoreferenziali, che snaturano la dissacrante risposta con la quale Baudoin freddava un giornalista banale con un enunciato-mantra per ogni fumettista, che irriverente, personale, trasversale, puramente nerd – quando ancora era una bella offesa e non un brutto complimento – dovrebbe esserlo di natura: “Perché fa il fumettista?”, gli veniva chiesto. “Perché faccio i fumetti”. Perfetto.

Ofelia Sisca

http://crack.forteprenestino.net/

 

  • v

    flusso di coscienza adolescenziale non intimo ma autoreferenziale.. kaboom. in effetti ha ragione.. pochi sono intimi e in quel contesto non si notano facilmente. ma vogliamo parlare di intimità nella cosidetta arte di serie A? difficilissimo trovarne. l’arte di serie A prende le distanze dall’intimo ancor di più. e poi mi chiedo, se tutto sommato questa nevrosi infantile mai superata, questa narrazione per immagini di ragazzini cresciuti ma ancora egocentrati, paranoici,soli a tritare e ritritare il gia visto col flusso di coscienza non sia la perfetta testimonianza del periodo storico che il mondo vive. ora,

    • o.

      d’accordo sulla disamina, V. Ad un’analisi storica credo sia una situazione che si specchia a pieno nel periodo che, arte e non arte, viviamo. Mi chiedo però come possa chi vive di creatività, da sempre traino più che specchio della sensibilità umana, non accorgersi di quanto inutile sia creare banalità, invece che inventare nuovi modi/mondi. Sull’arte ‘di serie A’ ci sarebbe da parlarne per ore. Purtroppo dietro la maschera del gesto personale e individuale che risponde solo a sé (e al mercato (!))si trincerano tante false intimità.
      Comunque, sparare a zero a parte, le realtà valevoli per quanto obbligatoriamente schiacciate nelle brevi riflessioni, si fanno notare.