La scomparsa di Sergio Toppi, l’audace

Maya o non Maya, per gli appassionati dell’arte del fumetto questo 2012 è già stato abbondantemente apocalittico e luttuoso. Almeno tre le scomparse eccellenti e costernanti, di altrettanti maestri indiscussi della narrazione disegnata: il parigino Jean Giraud Moebius, il newyorkese Joe Kubert, il milanese Sergio Toppi.

Sergio Toppi, Bab el Ahlam, 2003

Fra gli scomparsi del mondo del fumetto in questo 2012, il meno strettamente fumettista e più illustre-illustratore è stato Sergio Toppi (Milano, 1932-2012), uno dei pochi autori nazionali (con i già scomparsi Battaglia, Pratt, Crepax) a essere riconosciuto e amato a livello mondiale come uno dei grandi sperimentatori e rivoluzionatori del fumetto d’arte del Novecento.
Nel cinquantennio abbondante della sua carriera, Toppi ha lavorato inizialmente come illustratore di libri per ragazzi, poi come scenografo e sceneggiatore per i cartoni animati di Carosello (presso gli studi di animazione Pagot, ad esempio per Calimero & C.), a lungo come fumettista per Corriere dei Piccoli, Corriere dei Ragazzi, Messaggero dei Ragazzi, Il Giornalino e infine come autore completo di molte storie brevi per riviste (Sgt. Kirk, Linus, Alter Alter, L’Eternauta, Corto Maltese, Comic Art) e libri in Italia e nel mondo, ma fumettista e illustratore molto sui generis.
Caratterizzato da uno stile sempre riconoscibilissimo, di eleganza barbarica, a base di forti grovigli di segni, duro realismo figurativo mai consolatorio, impressionante aderenza alla verosimiglianza storica, predilezione dapprima per i tagli orizzontalizzati e poi sempre più per quelli verticalizzati, inchiostri neri pesanti, continue rotture della gabbia regolare delle vignette, impaginazioni asimmetriche, e infine tavole che raccontano contemporaneamente il vicino e il lontano e il prima e il dopo in un’unica immagine composita, quasi una estenuata e incatenante dissolvenza incrociata, non si direbbe affatto un autore di facile presa sul pubblico: non su quello bambino e in teoria nemmeno su quello adulto.

Sergio Toppi, Little Big Horn 1875, 1978

Eppure, alla sua morte, ottantenne, in un lampo si è diffuso tra i più vari popoli della Rete un cordoglio sincero e dolorante decisamente insolito. Ci si è accorti infine – troppo tardi, come al solito quando si palesa un vuoto – della grandezza di un artista che una volta di più veniva riconosciuto profeta più all’estero che in patria. La solita polemica, imperitura.
Ma torniamo all’arte fascinatoria di Toppi. Avendo pubblicato per decenni, al contempo, su periodici per i “piccoli” e per i “grandi”, evidentemente gli è riuscito di scavare qualche breccia ben profonda negli animi dei suoi lettori. Ostico, sì, di primo acchito; ma poi avvolgente per la sua ostinata concezione anticonformista: una visione grave, fin un poco minacciosa, ma senza essere deprimente. Tanto nei contenuti delle storie narrate quanto nella forma. E poi, è probabile che a graffiare la retina di ciascuno fosse la sua indiscutibile originalità segnica, compositiva, cromatica. Tutto il contrario della narrativa grafica che va per la maggiore, caratterizzata da figurazioni ben leggibili, impaginazioni regolari, colorazioni rassicuranti. Toppi no, tutto il contrario. Lui incuteva come minimo il rispetto che si riserva agli audaci.

Sergio Toppi

E allora, una volta tanto, ci si scopre felicemente sorpresi della possibilità che il pubblico medio non pecchi troppo di cattivo gusto, come suo solito. L’adesione emotiva all’universo toppiano rivela a sorpresa che anche noi tanto vituperati ragazzacci italiani siamo in grado di apprezzare – a volte – proposte estetiche non banali, poetiche espressive non tranquillanti. Non sembra vero.

Ferruccio Giromini

CONDIVIDI
Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014). In qualità di traduttore, ha curato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.
  • diego iaia

    Un grande artista!!