Il fumetto non è morto

Lo si trova ovunque. Al cinema, nel design, sulle pubblicità, nei quotidiani, sull’iPad. Ovunque ha una collocazione per la sua capacità di comunicare e per quell’efficacia espressiva quasi camaleontica. Ovunque fuorché negli spazi in cui dovrebbe stare. Le librerie lo snobbano, le fumetterie sono in crisi e gli autori faticano a campare. Fortunatamente c’è chi combatte il sistema.

Un lavoro di Aleksandar Zograf

Scansiamo ogni dubbio in premessa: il fumetto è un’arte, eccome. Solo che spesso lo dimentichiamo o non ce ne accorgiamo. A volte – di fronte a una lenta e costante operazione di sabotaggio culturale – sembrano perdere la memoria (e la fiducia) pure alcuni autori, che non credono fino in fondo di poter vivere con il loro talento. D’accordo, qualche grande maestro ha scelto sinceramente la strada dell’umiltà. “Sono un artigiano, non un artista”, ripete spesso Sergio Toppi. E quando lo dice, ci crede. Ma la società fluida e la rottura dei confini entro i quali il fumetto era costretto hanno permesso lo sviluppo di nuovi percorsi che il mercato poco attento e scarsamente lungimirante non accoglie appieno.
Così è sempre più frequente vedere un’immagine illustrata sui quotidiani (ad esempio su Repubblica, dove il ruolo di Gipi è stato ricoperto con successo da Gabriella Giandelli). Ed è facile che una poltrona o un cassettone anonimi diventino costosi oggetti d’arte – e di culto – se hanno applicato alle superfici una sequenza della Valentina di Guido Crepax. Una vecchia automobile diventa attraente e vintage solo se ci sono impresse vignette di Diabolik. Senza considerare poi gli orologi di Corto Maltese. Oggetti pop che ricordano certi lavori di Keith Haring.

E se da un lato c’è un distribuzione (fatto da regole, sia chiaro) che condiziona le scelte delle fumetterie, senza comprendere che a monte ci sono richieste e scelte di stile, dall’altro esistono librerie di varia che negli ultimi anni dimostrano di investire sempre meno nel settore. Tanto da rilegare la sezione fumetto negli scaffali più nascosti. Il mercato detta poi strane regole. Una volta verificata l’efficacia degli allegati da edicola – spesso arricchiti in dimensioni, colore e testi critici: la riedizione degli speciali di Tex sono solo l’ultimo eclatante esempio – gli editori hanno cominciato a premere sull’acceleratore. Ma in pochi riconoscono il ritorno di operazioni commerciali così fatte. Che, conti alla mano, dimostrano come non ci sia un ritorno effettivo sulle serie regolari.
Lo stesso fenomeno si registra anche sul controverso rapporto fra cinema e fumetto. Gli ultimi casi? Capitan America, Lanterna Verde e Thor. Hollywood attinge a piene mani dall’universo dei supereroi. Gli incassi, pur facendo le dovute distinzioni, non vanno poi così male. Anzi. Ma anche in questo caso negli spettatori non si accendono fiammelle d’interesse verso il fumetto cartaceo. La situazione italiana è un po’ differente: ci siamo fati scippare Dylan Dog, la cui trasposizione cinematografica decisamente non gli rende merito; ma quel po’ di risveglio autoriale passa dall’opera di Giacomo Monti (Nessuno mi farà del male) portata al cinema da un altro fumettista (Gipi) che stavolta veste i panni del regista.

Giacomo Moneti - Nessuno mi farà del male

Insomma, mancano i nuovi lettori. E se Topolino cerca di attrarre i più giovani sbarcando in versione iPad, c’è un esercito di potenziali fruitori di fumetto (definirlo “d’autore” sembrerebbe discriminatorio, ma la realtà ci avvicina a questo concetto) che aspettano solo di ricevere la giusta proposta. Perché di autori sofisticati, che sperimentano nuove forme espressive raccontando storie per niente banali e ben calibrate nonostante tutto, in Italia ce ne sono parecchi. Purtroppo le condizioni sono sfavorevoli alla loro crescita, che invece è sostenuta da realtà fresche capaci di guardare lontano. È l’esempio del gruppo Canicola, reduce dall’Helsinki Sarjakuva Festival, manifestazione internazionale sul fumetto che le ha dedicato una sezione speciale (dal titolo Autunno Italiano) nella quale sono state esposte opere di Andrea Bruno, Francesco Cattani, Anna Deflorian, Vincenzo Filosa, lo stesso Giacomo Monti, Marino Neri e Michelangelo Setola. La spregiudicata raffinatezza di Canicola si affianca al percorso più ponderato della Coconino Press e alla geopolitica illustrata di Giuda edizioni.
Si tratta di un materiale prezioso. Sono artisti, questi, che meriterebbero di essere valorizzati dal mondo dell’arte che si considera alta. Affinché l’esperienza della galleria Miomao di Perugia (in mostra fino al 22 ottobre ci sono Aleksandar Zograf e Gordana Basta con Storie, cartoline e ricami dell’altroquando) non sia solo un caso isolato.

Gianluca Testa

www.canicola.net

www.miomao.net

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Gianluca Testa
Gianluca Testa (Lucca, 1977) è un giornalista che si occupa di arte (in particolare il fumetto) e di temi legati al mondo del volontariato e del Terzo settore. Collabora col Centro Nazionale per il Volontariato, è redattore della rivista Volontariato Oggi e del quotidiano online Lo Schermo. Responsabile della rubrica 'fumetti' di Artribune, collabora con afNews ed è direttore di "VolontariatOggi.info - il webmagazine del volontariato", "Tra terra e cielo", "Espressioni - dal di dentro, dal di fuori". Scrive per la rivista Comunicare il sociale (allegato a Sette - Corriere della Sera) e ha collaborato con il quotidiano Terra, La Nazione, Rtl Firenze, Rtl 102.5, RTV38, Exibart, Museo Nazionale del Fumetto. Tiene docenze sulla comunicazione sociale, sviluppa siti web e si dedica alla comunicazione integrata per progetti e servizi. Ha pubblicato un paio di libri.
  • Per lo scollamento tra fumetto e cinema non mi stupirei più di tanto: quando ero ragazzo ricordo benissimo che le fortune del fumetto western (Tex, Zagor e altri minori) non avevano nessun rapporto diretto con quelle dei Western all’Italiana

  • Elena Manzoni di Chiosca

    Escono spesso nuove serie di fumetti, ma la distribuzione rende difficile la vita all’appassionato. Se si pensa che spesso si fa fatica a trovare in edicola “Skorpio” o “Lanciostory” – settimanali che, negli ultimi anni, hanno pubblicato storie estremamente interessanti- e non solo al sud, ma anche in periferia di Milano, bisogna dire che il collezionista di fumetti – forse per il valore minimo dell’oggetto della collezione- non è proprio incoraggiato.
    E forse il fumetto – nel conformismo generale- resta una delle poche forme di visione critica della realtà che non si autocensura, scadendo nel “politicamente corretto” dei vari mezzi di comunicazione di massa.

  • hm

    andate da event horizon a bologna in via lame (ex fat’s dream chiuso sempre in zona), anche se ora per restare in tema via lame c’è un po’ la differenza che passa tra lo strauss (noto barazzo/coffeeshop anni 90 frequentato da tossici e maragli improbabili) e lo stilelibero, che nello stesso locale si è trasformato in bar gay per mostre fotografiche ipersussiegose (però qui la gestione è cambiata perchè lo strauss era gestito da una vecchia assatanata che ti accoglieva al bancone in penombra), altrimenti c’è sempre ebay che non delude mai . è il vero paese dei balocchi .

  • il fumetto non è affatto morto e sarebbe bello se parlaste di tante realtà italiane diverse dalle solite che avete elencato
    ps nota sulla distribuzione: non ci sono regole a meno che comportarsi da mafiosi non sia una regola!