Mobilità vs migrazioni. L’editoriale di Aldo Premoli

Il libro di Guido Chelazzi fa luce sulle dinamiche migratorie a partire dal Pleistocene. Fornendo stimolanti chiavi di lettura da applicare al presente.

Ai Weiwei, Human Flow (2017)
Ai Weiwei, Human Flow (2017)

C’è un piccolo libro di Guido Chelazzi da cui non riesco a staccarmi. Mi era già successo anni fa con Armi, acciaio e malattie. Breve storia degli ultimi tredicimila anni di Jared Diamond. Il volumetto di Chelazzi, Inquietudine migratoria. Le radici profonde della mobilità umana, pubblicato l’anno scorso da Carocci editore, è composto da centoventi pagine corredate da una straordinaria bibliografia. In un viaggio che inizia dal Pleistocene, riunisce il processo di autocostruzione del genere umano attingendo in scioltezza dall’archeologia, dall’antropologia, dalla biologia molecolare, dall’ecologia, dall’etologia, dalla linguistica, dall’ecoantropologia, dalla genetica, dalle scienze sociali e dalla teoria del caos. Si tratta di una lettura che mi ha generato spesso irritazione (per la mia ignoranza) e sconforto (per i pregiudizi dei quali, pur essendomi sempre ritenuto un progressista, sono imbevuto).

Già dal Neolitico, l’essere umano si spostava non sempre e non solo spinto da fame o catastrofi naturali. A condurlo erano anche il desiderio di avventura, e un po’ della sua immancabile cialtronaggine, frutto di curiosità e bricconeria”.

La tesi di fondo di Chelazzi è la seguente: “I motori della mobilità sono cinque: economici, politici, demografici, sociali, ambientali”. E prosegue: “L’uomo è una specie che riplasma continuamente – e non da oggi – paesaggi ecosociali, determinando così nuovi scenari operativi per la propria discendenza”. C’è un altro concetto importante evidenziato da Chelazzi: già dal Neolitico l’essere umano si spostava non sempre e non solo spinto da fame o catastrofi naturali. A condurlo erano anche il desiderio di avventura e un po’ della sua immancabile cialtronaggine, frutto di curiosità e bricconeria. Secondo i calcoli delle Nazioni Unite, nel mondo ci sono oltre 200 milioni di migranti, con un incremento del 37% negli ultimi vent’anni. Stiamo vivendo una dinamica che sta cambiando, vicino a noi, il volto di due continenti e la vita di almeno un miliardo e mezzo di persone. Siamo investiti da un vento che soffia fortissimo. L’Europa, alle prese con un’eredità fatta di sanguinosi conflitti interni nel secolo scorso e devastanti dinamiche coloniali che affondano le radici molto più in là nel tempo, si è sino a ora dimostrata poco preparata ad affrontare il turbine che la sta investendo. È tempo che ognuno di noi si attrezzi, anche singolarmente, per capire cosa sta davvero succedendo. Magari partendo dalla lettura di questo piccolo libro.

Aldo Premoli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #39

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive tra Catania e Cernobbio. E poi New York e Londra, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio, che fornisce consulenze di comunicazione ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di Huffington Post e Artribune, ha fondato a Catania, con Maurizio Caserta ed Emma Averna, l’Associazione Mediterraneo Sicilia Europa e a Noto il Centro Studi sulle migrazioni che porta lo stesso nome. Dirige inoltre la piattaforma on line SudStyle.it.