Museologia radicale. Il libro di Claire Bishop

La storica e critica dell’arte già nota in Italia per il suo “Inferni artificiali” torna sul mercato nostrano con la traduzione di “Radical Museology”, pubblicata da Johan & Levi. Una panoramica sulle pratiche virtuose di alcuni musei internazionali.

Museum of Contemporary Art Metelkova, Lubiana
Museum of Contemporary Art Metelkova, Lubiana

È davvero tempestiva la pubblicazione in italiano, da parte di Johan & Levi, di Radical Museology, lo smilzo saggio di Claire Bishop uscito originariamente nel 2013. Tempestiva perché i musei di arte contemporanea stanno cambiando in fretta, in un’epoca segnata da un divide sempre più ampio fra il pubblico e il privato, e perché sono chiamati a riflettere sul loro statuto entro il più generale ripensamento del ruolo del museo nella società. Tempestiva, poi, perché definire che cosa sia il presente a cui ci riferiamo è operazione terribilmente complessa, in un momento in cui della agency sociale dei musei e delle responsabilità della curatela si parla tanto, tantissimo, forse come mai prima d’ora (si veda, a questo proposito, un altro volume recentemente pubblicato dallo stesso editore, Curatori d’assalto di David Balzer).

CONTEMPORANEITÁ DIALOGICA

Claire Bishop, docente al CUNY Graduate Center di New York e nota in Italia soprattutto per il suo Inferni artificiali, delinea il campo di quella che chiama “contemporaneità dialogica”, ovvero la definizione di contemporaneo come metodo, più che come delimitazione temporale di un periodo. All’altro polo di questo atteggiamento sta il “presentismo”, ovvero quella postura che elegge il presente come punto di arrivo, tagliando fuori tutta la complessità data da letture multiple delle componenti storiche della collezione museale e negandone la possibilità di agire, tanto retro quanto proattivamente. È chiara la posizione della Bishop rispetto ai grandi musei di quel “Late Capitalist Museum” descritto da Rosalind Krauss nell’ormai lontano 1990, caratterizzati dalla “iperrealtà di un contenitore architettonico disancorato da qualunque contesto”. La consapevolezza del proprio contesto geografico e culturale, la sua messa in discussione critica attraverso costanti riletture della collezione, la negoziazione dei valori e dei significati contro ogni lettura immobilizzante diventano, per la Bishop, armi politiche potenti e necessarie, contro quell’egemonia del presente che soffoca e schiaccia.

Claire Bishop, Museologia radicale (Johan and Levi, 2017)
Claire Bishop, Museologia radicale (Johan and Levi, 2017)

TRE MUSEI

La Bishop si concentra su tre casi studio che rappresentano, a diverso titolo, esempi di museologia radicale. La scelta dei casi – il Van Abbemuseum di Eindhoven, il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid e il Museum of Contemporary Art Metelkova di Lubiana –è certamente soggettiva e discutibile; ma non è questo che conta. Conta la coerenza con cui l’autrice ci spiega perché, a suo parere, questi musei assolvono alla loro missione di reinterpretare il passato attraverso una dinamizzazione della collezione, nonostante i tagli al budget, il contrasto sul fronte politico, la conta degli ingressi non sempre trionfale. Perché, insomma, fare museologia radicale vuol dire mettere mano alla propria storia in una chiave transnazionale, non ancorata a un presente impossibile da decifrare per mancanza di strumenti e congenito astigmatismo culturale, mescolando fonti e oggetti senza feticismo ma, in definitiva, con libertà e visione.
Il Van Abbemuseum lo ha fatto, con grande sperimentalismo, trasformando la propria collezione permanente in una sequenza di mostre temporanee: nella serie di riallestimenti di Plug-In. Re-imagining the Collection (2006-2009) e Play Van Abbe (2009-2011), voluti da Charles Esche, si è lavorato instancabilmente su diverse cornici curatoriali che facessero emergere la complessità dell’andirivieni fra sguardo storico e presente, del gioco delle responsabilità di chi impagina una mostra e di chi la visita, del posizionamento del giudizio di valore in uno scacchiere geopolitico in ebollizione, e così via.
Del Reina Sofía, la Bishop mette in evidenza la rilettura critica della collezione a partire da una revisione dei passato coloniale spagnolo, e dunque dal riconoscimento delle “altre modernità”. Qui il metodo curatoriale scompagina il consolidato pattern centro-periferie, origine-derivazioni, disegnando una diversa cartografia delle intuizioni e della circolazione di idee. Ne nasce il concetto di “archivio dei beni comuni”: la collezione è disponibile a tutti, l’educazione si trasmette dunque per percorsi circolari e orizzontali, secondo il modello del “maestro ignorante” di Rancière.
Il MSUM di Lubiana, infine, si fonda su un allestimento tematico che dà spazio a momenti e pratiche artistiche trascurate dalla storia rielaborando il concetto di marginalità, sia territoriale che culturale. L’allestimento, a fronte di tagli di bilancio importanti, è stato ripensato nel 2012: il manifesto che accompagnava questa repetition spiegava che “un allestimento che viene riprodotto aiuta retroattivamente a costruire risposte che producono storia”. L’archivio diviene protagonista: video, documenti, fotografie sono mostrati estensivamente, a costo di essere sovrabbondanti e di trasformare il visitatore stesso in curatore.

Van Abbemuseum, Eindhoven
Van Abbemuseum, Eindhoven

COSTELLAZIONI

L’immagine che più plasticamente sostiene la trattazione della Bishop è quella delle costellazioni su cui è costruito il Passagen-Werk di Walter Benjamin: una pluralità di materiali diversi accostati e fatti reagire poeticamente. Questo sguardo sulla collezione, che mantiene la concentrazione sul presente ma non rinuncia a chiedere indicazioni sul futuro, permette di “reimmaginare il museo come un agente attivo, calato nella storia”, che “pone domande e articola un dissenso creativo”. Il contemporaneo non è più “una questione di periodizzazione o un discorso, ma piuttosto un metodo o una pratica, potenzialmente applicabile a ogni periodo storico”. Un progetto politico.
Achille e la tartaruga: il contemporaneo è il bersaglio mobile per eccellenza, un luogo di disagio in cui trovano spazio asserzioni prepotenti, dettate anche dal valore di mercato delle opere (e dalla presenza dei collezionisti nei consigli di amministrazione dei musei). Ovviamente Agamben, Didi-Huberman, Osborne e tanti altri teorici stanno sullo sfondo. Non basta abbandonare la lettura cronologica, è ovvio, per rendere una collezione contemporanea: è questione di assunzione di responsabilità. La collezione permanente non è allora un fardello da trascinarsi dietro stancamente, ma un bacino di intuizioni che possono riverberare sul presente e tracciare possibili strade, un libro da leggere e rileggere e di cui scompaginare i capitoli per verificarne i possibili significati. La collezione diventa così multitemporale, disponibile, mai silente.
È un’utopia? In che modo, con quali strumenti il pubblico potrà addentrarsi in quell’archive of commons cui si riferiscono le pratiche del Reina Sofía? Quanta strada c’è da fare?
Sarà interessante seguire la fortuna italiana di questo volume, che ha il pregio tutto anglosassone della chiarezza: tracciato il perimetro politico e culturale entro cui le asserzioni dell’autrice trovano giustificazione, il lettore viene preso per mano e condotto entro le maglie di un ragionamento non banale, affermativo come un pamphlet, ma non esclusivo. Una lente possibile – non l’unica, certamente – attraverso cui leggere le sfide sociali dei musei, non solo quelli di arte contemporanea, in una logica di consapevolezza e di rafforzamento degli strumenti critici. Se ne potrà, poi, discutere.

Anna Chiara Cimoli

Claire Bishop – Museologia radicale. Ovvero, cos’è “contemporaneo” nei musei di arte contemporanea?
Disegni di Dan Perjovschi, traduzione di Nicoletta Poo
Johan & Levi Editore, Monza 2017
Pagg. 88, € 11
ISBN 9788860101884
www.johanandlevi.com

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Anna Chiara Cimoli
Anna Chiara Cimoli è una storica dell’arte e consulente museale. Specializzata in museologia all’Ecole du Louvre, ha lavorato per dieci anni al Politecnico di Milano, e successivamente alla Fondazione Arnaldo Pomodoro e presso la casa editrice FMR-Art’è. Dal 2001 collabora con ABCittà-Officina del futuro, occupandosi di musei e inclusione sociale, con un accento sulla diversità culturale. Nell'ambito del progetto europeo MeLa*-European Museums in an age of migrations ha svolto una ricerca sui musei delle migrazioni e le loro retoriche. Ha curato diverse mostre dedicate al tema della rappresentazione dell’altro nel Mediterraneo, fra cui Museo della memoria del mare. Ha pubblicato Musei effimeri. Allestimenti di mostre in Italia 1947-1963 (il Saggiatore) e Divina Proporzione. Triennale 1951 (con Fulvio Irace, Electa).