Watt, non-rivista rompicapo

Una raccolta di racconti. Un portfolio d’illustrazioni. Un saggio di grafica editoriale. Una rivista. Un libro. Un rompicapo. È Watt Magazine.

Watt Magazine 0,5

Non ha paura di disseminare la propria identità, il secondo volume (a dire il vero, lo 0,5 – dicono loro -, visto che il primo era il numero zero e questo è il primo, ma di formato dimezzato) di Watt Magazine, che ha come sottotitolo Senza alternativa e come titolo monografico senza tema. Perché non teme nulla e non ha un filo conduttore.
Se poi ci si dovesse inoltrare nella questione dei responsabili dell’operazione, le cose non sarebbero più semplici. Perché un colophon non c’è, e di editoriale manco a parlarne.
È però indicata una doppia curatela: Oblique Studio e Ifix srl. Il primo fa da agenzia letteraria e luogo di formazione per redattori e grafici, fra le altre cose, e ha un manifesto che merita di essere letto. Qui uno stralcio: “Al rogo i libri orribili e insulsi – autentica offesa alla società -, emarginate chi i libri li fa a pagamento, chi, in libreria, si sofferma solo davanti alle monumentali torri da classifica, chi i libri li tira fuori solo per far soldi, per farsi bello con gli amici e per collezionare recensioni”. Il secondo – costituito da Maurizio Ceccato, Lina Monaco e Alessandra De Cristofaro, e legato a doppio filo con Oblique – è una realtà che si occupa di design e publishing per l’editoria, e vanta collaborazioni e progetti con L’Espresso e Drome Magazine, con Elliott e Fazi.

Watt Magazine 0,5

Proprio nella presentazione di Ifix si trova una brevissima descrizione di Watt: “Magazine retrofuturista di narrazioni e illustrazioni contemporanee”. “Non ce l’ha un sito, ‘sta rivista?”, direte voi. Certo che ce l’ha, ma non crediate che spieghi tutto. Sennò che divertimento sarebbe?
Dentro Watt 0,5 cosa c’è, in fondo? Dieci racconti scritti in gran parte da esordienti, illustrati da altrettanti artisti ugualmente, in massimo numero, alla prima prova pubblica. Anzi, sono illustrazioni raccontate. Dipende. Il criterio per capire se è così o viceversa c’è, basta – ancora una volta – scoprirlo. La “confezione” è poi un capolavoro, ma questo va da sé. Ne va della credibilità di Oblique e Ifix.

Marco Enrico Giacomelli

www.wattmagazine.it

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #9

 

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014). In qualità di traduttore, ha curato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.