Le opere di Gabrio Ciampalini sono un riportare alla luce un racconto che va imbastendo da decenni. Un racconto partito un giorno da colori vivi e linee di contorno significanti, che da una sorta di caos-calmo hanno guidato la sua mano verso un colloquio di spazi scattanti in un costante dialogo contrastato ma sempre rinnovato, non tanto verso l’utile, quanto verso l’essenziale, anima vera della rivelazione e del senso del dato reale.
Chi ha voluto e saputo conoscere l’uomo per capire e incontrare l’artista, già allora si è dovuto misurare con la tua natura introversa, che l’ha portato a scegliere la strada più angusta, a rinnegare le facili soluzioni, per ascoltare e dare voce a un modo esclusivo di essere. E il quadro, come uno spartito, si è arricchito paradossalmente di elementi perfino ridondanti di inventiva e di estro: una maschera inquietante che continua a essergli utile ogni volta che deve nascondere quella continua tensione interiore dalla quale le sue rappresentazioni traggono alimento.
Non è stato difficile cogliere nel suo percorso artistico la presenza di quelle “sonorità-sorde”, presenze che sono assenze, orditi e trame fluidi e al tempo stesso incalzanti; un viaggiare di “tempi-inerti” più recentemente oltre e al di fuori del quadro, che hanno contribuito a fare di Gabrio l’artista degli ossimori e della ricerca di un altrove fuori dalle ovvietà e dal quotidiano.
Il suo racconto, sviluppandosi, ha lasciato la forza espressiva del della linea e del colore e si è fatto più introverso e penetrante, a tratti perfino pungente, se non tormentoso. L’amore per la solitudine e il silenzio nei quali ha scelto di vivere, fuori de tempo reale, mi ha dato la risposta, una risposta che vive dentro il tempo immoto del suo mondo, occultamente animato da idee, da visioni che nascono da voci spente, particolari inesistenti, se non in quella sua capacità di trasformare e inventare vuoti che urlano, suoni che naufragano e trascinano verso la scoperta di un limite solo mentale, che un soffio di fantasia riesce a ingentilire e a trasmettere con autenticità di rappresentazione.
È giunto allora il momento dell’incontro con la forza della poesia di Dylan e la conseguente immersione nella scoperta del potere catartico dei versi e dei barlumi di sogno di una vita vissuta in dormiveglia. Solo una sensibilità femminile poteva offrire la chiave di lettura delle nevrosi proiettate dall’artista nelle sue opere, dei richiami inscindibili di un’arte che è sogno, angoscia che sprigiona in un’inattesa forza interiore di presenze-assenze, di limiti e di bordi di una rappresentazione mentale e introflessa, di una voce interiore affidata ai colori, e via via alle trasparenze, all’impeto e alla dolcezza della memoria.
Come un pirata chiuso nel suo covo, va a rovistare nei bauli dei preziosi nuove galassie extraculturali di plastiche impacchettate e impreziosite da fragili superfici e spirali di colore, materiali e metalli riscattati a nuovo ruolo funzionale: creature nuove con una nuova pelle e cromie vive di trasparenze, sovrapposizioni, collage, sgretolamenti, orme e segni di tutto: basta saperle vedere. Perché dietro a quel loro groviglio di dolcezze e caparbietà c’è sempre un regista, Gabrio, che tutto setaccia, rielabora fino all’estrema manipolazione, che più che proporsi decisamente s’impone con prepotenza, fino a conferire a ogni elemento tradotto il sembiante di un frammento, di macerie elette e sublimi.
Sono le ultime trasparenze a invischiarci di più, quel naufragio di resine che le tiene insieme e fuori dall’obsoleta costruzione del quadro, dirette da un regista che sa essere il diavolo custode del fuoco che le fa brillare, e il mago dell’alchimia di un’arte iridescente e mutevole come ogni opera aperta, accusa palese con la sua raccolta di rifiuti inurbani contro la società e i suoi modi di essere superficiali, ineducati e irrispettosi, e insieme lirico riscatto, assoluzione.
Giuliana Donzello