La tecnica è quella che lo ha reso famoso e che ha cambiato il nostro modo di guardare le immagini, il decollage.
Il tema si è arrichito: dai manifesti del cinema con i suoi miti e i suoi sogni, alle immagini di fiori e frutta e i corpi perfetti della pubblicità.
Ma fondamentalmente è la struttura compositiva ad essere cambiata, così che l’impatto dell’immagine è nuovo.
Quando Rotella ha avuto l’intuizione di strappare i manifesti pubblicitari – negli anni ’50, camminando per le strade di Roma, è lui stesso a raccontarlo – ricomponendoli sulla tela, lasciava evidenti i segni degli strappi e l’immagine subiva un duplice destino che trovava un magico equilibrio nelle opere. Da una parte l’immagine strappata rivelava la sua natura puramente materiale, e la carta diventava l’elemento preminente dello sguardo; ciò ci ricorda che Rotella ha fatto parte di quella generazione che ha cercato nella pura oggettività il senso delle cose, liberandole di ogni sovrastruttura emotiva, culturale, storica, come i suoi amici del gruppo Nouveau Realisme o come più diffusamente faceva la Pop Art. Dall’altro l’immagine perdeva la sua unitarietà visiva a causa degli strappi e quindi anche la sua univocità di senso (che nel manifesto era molto chiara), non cancellando però il suo significato ma amplificandolo, aumentando il potenziale immaginativo dell’immagine poiché sfruttava i diversi strati dei manifesti: tracce di storie e di sogni che si intersecavano sulla superficie del quadro alimentando l’immaginazione della generazione a cui si rivolgevano.
Rotella era riuscito a trovare un raro equilibrio tra spostamento verso l’ oggettività e materialità della realtà ed evidenza della natura immaginifica dell’immagine, che non necessita della sfera emozionale o intellettuale per generare stimoli sempre nuovi, scaturiti anche semplicemente da piccole variazioni della forma.
Il lavoro ha continuato a svilupparsi sul terreno della meccanicità e riproducibilità: manifesti staccati e rincollati su tele, procedimenti meccanici su tele emulsionate, su pannelli metallici. Ma sempre il decollage ha risarcito l’immagine della sua carica poetica, facendole assumere una nuova vita, una carica immaginativa e poetica continuamente nuova.
Nei lavori degli anni ’90 l’equilibrio diventa più forte e costruisce con maggiore evidenza il quadro. Il soggetto perde ogni connotazione culturale e diventa pura forma da reimpaginare nel quadro, in cui l’atto dello strappo diventa ancor di più il seme che costruisce l’immagine. Non è la specifica natura dei soggetti a presentarsi alla percezione dello spettatore: diventano anonimi, è evidente che sono soprattutto piacevoli allo sguardo nel contesto compositivo creato dall’artista. Piuttosto a saltarci all’occhio è il segno tracciato attraverso la visione degli strappi che, come il gesto di un pittore informale, costruisce e definisce la composizione.
Il gesto dissacratorio, che aveva decontestualizzato il manifesto dal muro urbano e lo aveva de- collocato con un collage sulla tela, ora ricompone l’immagine, come un pittore fa con le pennellate.
Il passaggio è sempre dal gesto all’immagine: cambia la storia che da raccontare, che non si sostanzia dei contenuti riconoscibili, ma tratta questi alla pari immagini del cinema, fiori, frutta, erbe e corpi: sostanzialmente come una continua avventura dello sguardo.
Antonella Micaletti















