Parola al curatore capo della 33esima edizione della Biennale brasiliana. Una kermesse all’insegna del coinvolgimento del pubblico e di un approccio critico alla curatela.

La Biennale di San Paolo è uno degli eventi artistici più importanti dell’America latina. La sua sede è lo storico edificio di Oscar Niemeyer nel parco Ibirapuera, situato tra i grattacieli del centro di San Paolo. La 33esima edizione ha annunciato un concept curatoriale diverso rispetto agli anni precedenti. Il curatore Gabriel Pérez-Barreiro ha selezionato un team di sette artisti per curare altrettante sezioni indipendenti all’interno della mostra: Alejandro Cesarco, Antonio Ballester Moreno, Claudia Fontes, Mamma Andersson, Sofia Borges, Waltercio Caldas, Wura-Natasha Ogunji. Oltre a queste ha curato personalmente dodici sezioni individuali. Pérez-Barreiro conosce molto bene il panorama artistico sudamericano: è capo curatore della Colección Patricia Phelps de Cisneros, è stato curatore di Arte Latino-americana al Blanton Museum of Art ad Austin (Texas) e direttore della sesta Biennale del Mercosul a Porto Alegre (Brasile). Ci ha parlato delle sue scelte curatoriali, della relazione con l’edificio e del ruolo della Biennale nel panorama culturale brasiliano.

Cosa è cambiato della curatela rispetto alle edizioni passate?
Principalmente la struttura. Invece di essere una curatela centralizzata, autoriale e tematica, quest’anno la Biennale ha una struttura distribuita con sette artisti come curatori, ciascuno responsabile della curatela di una sezione della mostra sulla quale ha potuto lavorare in completa autonomia. Ho analizzato il modo in cui negli ultimi decenni è cambiata la pratica curatoriale. In questo periodo il ruolo del curatore si è ingigantito e ha guadagnato una visibilità che non aveva mai avuto in passato. Questo, a mio avviso, ha un impatto controverso sul modo in cui il pubblico si approccia alle opere in mostra, perché rischia di mettere al centro il curatore e il suo personale punto di vista sull’arte. Io non volevo avere un ruolo così ingombrante. Le opere dovrebbero parlare direttamente allo spettatore, senza la mediazione della sensibilità di qualcun altro.

Gabriel Perez-Barreiro. Photo © Pedro Ivo Trasferetti - Fundação Bienal de São Paulo
Gabriel Perez-Barreiro. Photo © Pedro Ivo Trasferetti – Fundação Bienal de São Paulo

Qual è il nesso tra la scelta di avere più curatori e le “afinidades afetivas” che danno il titolo a questa Biennale?
Penso che il modo nel quale gli artisti si relazionano all’arte si possa effettivamente definire un’affinità affettiva. Non è tematico, non è storico, non è geografico, riguarda invece il significato di un’opera o meglio quello che un’opera significa per loro. È un’alternativa all’idea di un tema che dev’essere illustrato dagli artisti. Quindi per me questo tipo di approccio e la presenza di sette diversi curatori significa far convivere sette differenti modelli di come queste affinità elettive funzionano, non solo individualmente ma come sistema. Il rapporto personale e affettivo con l’opera è il vero filo conduttore della Biennale.

Qual è il ruolo di un curatore in un team composto da sette artisti?
Sicuramente vi è stata la delega della fiducia, che è iniziata con la scelta dei partecipanti e la definizione degli spazi. Io mi sono occupato della ricerca fondi e dei contatti con la stampa, il genere di cose che impegna più del cinquanta per cento del tempo di un curatore, di cui non dovevano occuparsi gli artisti. Abbiamo negoziato la struttura, ovvero chi avrebbe fatto cosa, fin dal principio. Io mi sento comunque responsabile di aver selezionato gli artisti-curatori, aver dato loro un determinato spazio e aver incentivato le loro idee.

Ha menzionato lo spazio, l’edificio di Oscar Niemeyer, un ambiente tutt’altro che neutro. Quanta influenza ha avuto il luogo sul processo curatoriale?
Questo spazio è enorme, non è a dimensione di essere umano o di opera d’arte, poiché è stato pensato per macchinari industriali. È stata una grande sfida. Ciò che fin dall’inizio mi ha spaventato è stata l’idea di riempire l’edificio. Se si collocano troppe opere si ottiene l’effetto di sovrastare il visitatore, e io ho cercato di evitarlo. Mi sono dato come punto fermo quello di riempire solo metà dell’edificio. Un altro concetto cardine è stato permettere al visitatore di orientarsi al suo interno. Lo spazio è molto aperto e consente di avere come punti di riferimento visivi i suoi elementi architettonici, che sono estremamente particolari. Sono convinto che se si prova a combattere questo edificio lui finirà sempre per vincere, vista la sua grandezza, quindi ho cercato di costruire un rapporto pacifico.

Sezione curata da Wura-Natasha Ogunji, 33esima Biennale di San Paolo © Leo Eloy / Estúdio Garagem / Fundação Bienal de São Paulo
Sezione curata da Wura-Natasha Ogunji, 33esima Biennale di San Paolo © Leo Eloy / Estúdio Garagem / Fundação Bienal de São Paulo

Rispetto ai dodici progetti individuali che ha selezionato, c’è un argomento comune che li unisce?
Ho intenzionalmente provato ad allontanarmi da questa dinamica, cercando di sviluppare le mie personali affinità affettive. Tre dei progetti sono storici e gli altri riguardano artisti che penso non abbiano la visibilità e il riconoscimento che meritano. Piuttosto che nomi già noti alla Biennale ho preferito lavorare con artisti meno conosciuti e dar loro modo di operare con spazi e budget significativi per realizzare i loro progetti. L’idea di base è stata creare opere che solo la Biennale avrebbe potuto far diventare realtà.

Tra questi progetti ci sono tre tributi postumi: AniÏbal LoÏpez, Feliciano CenturioÏn e Lucia Nogueira. Pensa che dopo la Biennale, essendo i più rilevanti della loro generazione, avranno un riconoscimento più significativo nella storia dell’arte?
Lo spero. La Biennale è frequentata sia da un pubblico specializzato che non. Una delle sue funzioni è proporre argomenti riguardanti la scena artistica storica e contemporanea, in modo tale che i visitatori possano apprezzare un’opera e conoscerne anche il suo valore nel mercato dell’arte. Penso che per i visitatori sia fondamentale essere consapevoli dei processi di valorizzazione degli artisti recenti.

Allestimento della 33esima Biennale di San Paolo © Pedro Ivo Trasferetti / Fundação Bienal de São Paulo
Allestimento della 33esima Biennale di San Paolo © Pedro Ivo Trasferetti / Fundação Bienal de São Paulo

Rispetto agli eventi collaterali, come verrà coinvolto il pubblico?
Abbiamo diversi progetti. Uno è il progetto chiamato Des/re/organizações afetivas, su base settimanale, che si occupa di ricerca e concept curatoriali. Il programma comprende incontri con istituzioni pubbliche e private e si propone di offrire un punto di vista più professionale ai visitatori della mostra. A novembre il seminario Pratiche di attenzione, tenuto da Stephanie Hessler e D. Graham Burnett, offrirà workshop, interventi e performance sulle principali tematiche della Biennale. Ma oltre a questo ci sono moltissime iniziative intraprese da varie istituzioni, gallerie e collettivi cittadini. La programmazione di tutto questo universo sarà ricchissima e non abbiamo voluto sovraccaricare un’offerta culturale già vastissima. Amo la complessità di San Paolo e mi piace pensare che tutto quello che in questi mesi ruoterà attorno alla Biennale sia frutto di attività spontanee.

Avete collaborazioni con scuole d’arte brasiliane?
Il Brasile non ha una grande tradizione di scuole d’arte. Molti degli artisti brasiliani in questa Biennale sono autodidatti o hanno studiato all’estero. La principale collaborazione che stiamo portando avanti è quella con la FAAP (Fundação Armando Alvares Penteado), che è un’importante scuola d’arte di San Paolo e che sta ospitando alcuni artisti stranieri. Talvolta il processo di realizzazione di un’opera richiede tempo o collaborazioni con la scena artistica locale e la FAAP rappresenta un punto d’appoggio importante. La Biennale ha anche un suo programma di divulgazione, in linea con la missione con la quale è nata. Il suo principale strumento è una pubblicazione rivolta a tutti coloro che vogliono avvicinarsi all’arte contemporanea, intitolata Convite à Atenção. È disponibile gratuitamente online e la versione cartacea sarà distribuita agli studenti che visitano la mostra.

Lorenza Pignatti e Federico Godino

www.bienal.org.br

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