La performance e l’“effetto Berlino” al CAC di Ginevra

Il Centre d’Art Contemporain di Ginevra ogni anno offre un programma che favorisce lo scambio e la condivisione dei suoi spazi da parte di personalità artistiche. Stavolta questa piattaforma ha ospitato una tre giorni di living art, confermando una grande sensibilità nella scelta di una programmazione così vicina al contemporaneo e alla dialettica delle sue ultime tendenze.

To Camp. CAC, Ginevra 2018. Photo(c) Mathilda Olmi
To Camp. CAC, Ginevra 2018. Photo(c) Mathilda Olmi

To Camp nasce dalla collaborazione curatoriale tra Andrea Bellini e Julian Weber, che nel pensare a un evento dedicato alla live art decidono di non sacrificare il budget in accomodation per gli artisti, ma di fornire loro una retribuzione per il lavoro svolto. Ed eccoli, dunque, al lavoro. Performer, coreografi, danzatori, musicisti che, dopo giorni di accampamento nel museo, hanno accolto i visitatori direttamente nello spazio museale. In questo modo hanno modellato gli ambienti che li accoglieva in base alle loro esigenze performative. Nello stesso spazio hanno offerto le loro competenze: nail art, tattoo art, cucina, laboratori antifascisti, bondage, installazioni sonore, ecc., trasformando le sale in un hub, in co-working space.
Gli artisti sono di nazionalità diverse, ma la maggior parte di loro vive ad Amsterdam o a Berlino. Julian Weber ha sottolineato come in questo esperimento sono l’ibridazione e la contaminazione a legare i vari soggetti coinvolti. Ognuno di loro è arrivato a Ginevra con un progetto preciso, una partitura definita, eppure l’apertura ‒ uno di quei caratteri propri della performance ‒ ha garantito l’ibridazione. Le tematiche predilette sono state quelle del potere, dell’identità e del genere, anche in questo caso tematiche del paradigma performativo. La serata di inaugurazione è stata un evento speciale. L’atmosfera era quella della pratica che lega la performance alla vita. La performance, infatti, nel suo status di atto sociale e comunitario, ha in seno le caratteristiche del rito e dello spettacolo. Il gioco o il rito rappresentano una “seconda realtà”, separata dalla vita ordinaria. A partire da questo presupposto i diciassette artisti coinvolti hanno trasformano lo spazio del museo e hanno traghettato i visitatori verso la soglia del performativo, nell’atmosfera dello spettacolo live.

To Camp. CAC, Ginevra 2018. Photo(c) Mathilda Olmi
To Camp. CAC, Ginevra 2018. Photo(c) Mathilda Olmi

GLI ARTISTI

Nils Amadeus Lange, uno degli artisti, nel pomeriggio della prima giornata ha richiamato l’attenzione del pubblico verso di sé e ha introdotto l’oggetto della sua performance. Per la prima volta in un evento performativo non ha utilizzato il suo corpo ma ha prodotto una fragranza molto costosa con cui far interagire il corpo del pubblico e lo spazio. Dopo aver spruzzato la fragranza sui polsi del pubblico, l’artista ha guidato i presenti in processione laica verso il piano superiore, continuando il rito. Al terzo piano la serata ha avuto davvero inizio. Fumo e fragranza si contaminano e il pubblico è avvolto in una nube che da lì a poco esplode in un vero party. Iniziano una sessione di live set, alcuni dei performer irrompono sulla scena, mentre il perimetro delle sale continua a essere attraversato dall’artista greca Elissavet Sfyri, che indossa un abito ricoperto di ceramiche e distrugge dei piatti trovati sul cammino. I cocci hanno coperto il pavimento di una sala, ma nell’altra sala lo spettacolo continua. L’artista giapponese Lynn Rin Suemitsu inizia la sua music performance, densa di elettronica e di spasmi gestuali. Le luci, la musica, la sua voce fanno da cornice alla danza ammaliatrice di due performer. Altrettanto sexy è il set successivo dove l’artista Magdalena Chowaniec dà vita a un live set denso di riferimenti gender. Tutto termina in una sala che ricorda i club berlinesi.

To Camp. CAC, Ginevra 2018. Photo(c) Mathilda Olmi
To Camp. CAC, Ginevra 2018. Photo(c) Mathilda Olmi

LA COOLNESS BERLINESE

Ed è qui il punto. La sensualità che traspare dall’evento deve molto alla sua coolness berlinese. Il cool non è che il prodotto della cultura americana, figlia della controcultura californiana. Anche se gli utopici californiani si sono trasformati negli antenati del capitalismo di rete, della Silicon Valley e del neoliberalismo, un nuovo centro aveva permesso ancora a nuovi visionari e artisti di trovare la propria casa, e questo centro era Berlino. Ultimamente le cose sono cambiate. L’ultima edizione della Biennale di Berlino aveva affidato la curatela dell’evento al magazine newyorkese DIS, che aveva impostato il discorso proprio su quell’estetica coolness che trovava in Belino la location più adatta. La capitale tedesca con il proprio linguaggio (o brand) da club, della ancora-esiste-una-controcultura, del gender e del trendy alternativo era pronta ad accogliere l’hub newyorkese, che aveva eletto un’intera generazione di artisti post-internet. Berlino era l’unico posto in Europa che rispondeva alle parole d’ordine di DIS: DIScover (scoperta), DISstate (disgusto), DIStopya (distopia) DISmorphya (dismorfia) DISco, DIScussion(discussione), ecc. A questa tendenza “Effetto Berlino” possiamo abbinare anche un altro episodio: il padiglione tedesco della scorsa Biennale di Berlino, con cui l’artista Anne Imhof si è aggiudicata il Leone d’oro proprio in vista di un’estetica specifica, quella berlinese. Era quella sensualità che avvolgeva la performance. Non più la sensualità arcaica della performance degli Anni ’70 o quella edonista degli Anni ‘80 e ‘90, neanche le grandi installazioni dei primi Anni Duemila. Certo la nostra società è segnata dal cool così come l’arte contemporanea è diventata una categoria desiderabile già da qualche decennio. Questa polarità si autoalimenta e i musei d’arte contemporanea non possono ignorarlo. Basti pensare agli allestimenti e alle mostre pensate per Instagram. È interessante dunque notare come similmente all’istituzionalizzazione del co-worker post-internet entrata nel Musée de la Ville de Paris (2015) e del DIS magazine chiamato a curare una Biennale (2016), allo stesso modo Berlino inizia a entrare nei musei o nelle Biennali. L’assorbimento da parte dei musei è il canto del cigno del mito berlinese e della sua controcultura? Certamente il Centre d’Art Contemporain di Ginevra ci ha permesso di esperire l’estetica e una parte della “vita” del trendy berlinese.

‒ Sonia D’Alto

www.centre.ch

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Sonia D'Alto
Sonia D’Alto è storica e critica dell’arte. Curatrice, scrive per diverse testate. Editor associata di un magazine indipendente francese, si occupa di una residenza a Marsiglia che accoglie artisti italiani e inglesi. È interessata alle tendenze Post-Internet, al New Materialism, alla Performance, all’immagine filmica e allo storytelling espositivo.