Prove generali. Arte “in scena” a Mosca

Moscow Museum of Modern Art, Mosca ‒ fino al 16 settembre 2018. “General Rehearsal” presenta circa trecento opere provenienti da tre collezioni ‒ la Fondazione V-A-C, la Kadist e quella del MMOMA di Mosca. Sculture, dipinti, fotografie, video e installazioni suddivisi in tre momenti: un prologo, un backstage in cui le opere, immaginate come attori, si preparano e infine la scena vera e propria dove recitano il “Gabbiano” di Čechov.

General Rehearsal. Exhibition view at MMOCA - Moscow Museum of Modern Art, Mosca 2018. Philippe Parreno
General Rehearsal. Exhibition view at MMOCA - Moscow Museum of Modern Art, Mosca 2018. Philippe Parreno

Abbiamo voluto riunire il teatro, le arti visive, la musica e il design in una partnership artistica che si costruisce intorno a un’idea semplice: “Let’s pretend”. Facciamo finta che le opere siano attori…”, ha spiegato Francesco Manacorda ‒ direttore artistico di V-A-C Foundation nel discorso inaugurale della mostra General Rehearsal. Ed in effetti è richiesto un gesto di rinuncia alle categorie del reale, oltre a quelle artistiche (e minimo un intero pomeriggio), per immaginare nelle trecento opere esposte al terzo piano del MMOMA di Mosca degli attori che si preparano alla performance in scena al piano sottostante. Poi però si entra nell’atmosfera da “prova generale” con la sua attesa, l’anticipazione (per una prima ironicamente rimandata all’infinito) e succede. Da visitatori di una mostra ci si trasforma in voyeur a cui è permesso sorprendere gli “attori” nel backstage, entrare nell’intimità delle ultime preparazioni e poi godersi la messa in scena secondo i propri tempi.

Chiara Fumai, A Male Artist is a Contradiction in Terms, 2013. V-A-C collection
Chiara Fumai, A Male Artist is a Contradiction in Terms, 2013. V-A-C collection

ARTE E INTIMITÀ

Sul prologo Again, more things (a table ruin) di Mike Nelson conviene fermarsi a lungo. Creata nel 2014 per la Whitechapel, l’installazione introduce i temi principali di General Rehearsal: l’abbandono di ogni forma di reverenza nei confronti dell’opera d’arte e quindi la caduta delle distanze tra chi guarda e cosa si guarda, l’atmosfera da dietro-le-quinte, che si tratti dello studio di un artista o il backstage di un teatro, la vitalità dell’arte. Le premier cri (1917) di Brancusi, Femme debout (1957) di Giacometti, un torso di de Kooning, il Camp fire (2012) di Althamer e uno dei Piccoli Cavalieri (1946) di Marini sono esposti a terra su tavole di legno messe insieme a comporre un palco ambulante; mostrati nella loro verità di oggetti, con un proprio passato di ore, mesi e anni lasciati a decantare in uno studio, prima di arrivare dove sono a conversare tra loro sulla figurazione.
Contribuisce a questo senso di naturale intimità con l’arte l’allestimento a colori pastello di luci, arredi, pareti e separé progettato da Koenraad Dedobbeleer, mentre la scelta curatoriale di ammassare i lavori nelle sale ‒ ognuna come un camerino in cui ci si prepara ‒ li rende in effetti un po’ come attori sgomitanti che aspettano il grande momento sotto i riflettori.

Danh Vo, We The People (particolare), 2011. KADIST collection. Photo Matthew Booth
Danh Vo, We The People (particolare), 2011. KADIST collection. Photo Matthew Booth

CAMERINI E RECITE IMMAGINARIE

Ogni “camerino” ha un nome e un tema da presentare. In “Mise en Abyme” (riferimento al Gabbiano?) è Shit/Rise no 32 (2010) di Liz Deschenes a creare il contatto con il mondo a specchi del teatro. Quattro fotogrammi in cui ci si riflette diventando, in un attimo, i ricevitori del desiderio che ha l’opera di comunicare e, allo stesso tempo, la vitalità di cui ha bisogno. Senza il pubblico, Shit/Rise no 32 non esisterebbe. In “Fluid Objects” Partemanteau (1956) di Marcel Broodthaers è come un arredo di scena. L’impermeabile consunto e macchiato, la vecchia tromba ricoperta da una colata di calce e resa inutilizzabile da una sorta di tappo fatto di gusci rotti d’uova ormai pietrificate, le ossature di cappellini a visiera e un filo elettrico raccontano una storia. Quella di Portemanteau, ma anche qualcos’altro: un uomo e l’arte? Čechov?
Più in là, lungo il corridoio che porta da un camerino all’altro (spazi che dai curatori sono chiamati non a caso “formazioni”) in “Fictions”, su uno dei paraventi, la didascalia di My room is another fish bowl (2016) di Philippe Parreno è un coup de théâtre. Il lavoro non c’è. E ci vuole un po’ a capire che quest’assenza, come altre che all’improvviso si scoprono, è quella delle opere impegnate a recitare il primo atto del Gabbiano. Nella formazione “Witnesses” è il Costume di Anako (1989) di Boetti a esserci come assenza tracciata da un pennello sulla parete insieme a The Nightwatch (2004) di Francis Alÿs. Da “Persistent Images” manca un Untitled di Cindy Sherman, da “Angry things” Un ballo in maschera (2004) di Yinka Shonibare. Quando le opere si ritrovano al piano di sotto, impegnate nella recita immaginaria, la sensazione è quella di essere arrivati forse un po’ tardi, ma di sicuro in tempo per l’applauso.

‒ Maria Pia Masella

Mosca // fino al 16 settembre 2018
General Rehearsal
MMOMA
Petrovka 25
www.mmoma.ru/en/

Dati correlati
AutoriWillem de Kooning, Alberto Giacometti, Marcel Broodthaers, Philippe Parreno, Cindy Sherman
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Maria Pia Masella
Laureata in Lingue e Letteratura Francese a Roma (La Sapienza), ha proseguito gli studi con un Master in Comparative Literature (University College London) e un secondo Master in Arte Contemporanea (Christie’s Education/University of Glasgow). Scrive per la rivista letteraria In-Arte, collabora con la Fondazione FAP. Vive a Londra dove lavora come curatrice indipendente e consulente d’arte.