La cattedrale di Notre-Dame è in declino e la Francia cerca finanziamenti stranieri

La cattedrale di Notre-Dame, architettura simbolo della capitale francese, versa in uno stato di degrado. Urge un restauro, ma mancano i 100 milioni di euro necessari. E la Francia guarda (ancora una volta) all’estero per cercare i capitali…

Notre Dame
Notre Dame

Insieme alla Tour Eiffel, la cattedrale di Notre-Dame è uno dei simboli di Parigi ed è conosciuta in tutto il mondo. Eppure l’edificio versa in una condizione di degrado ed incuria dovuti agli inevitabili segni del tempo e all’inquinamento. Nonostante una media annua di 12 milioni di visitatori e il notevole indotto che ruota intorno alla cattedrale, i costi per la manutenzione sono ingenti. Cifre che diventano stellari nel momento in cui si parla di un eventuale restauro che è diventato quanto mai urgente e non più procrastinabile. Anche in vista dei milioni di visitatori che arriveranno a Parigi durante le Olimpiadi del 2024.

I PROBLEMI DELLA CATTEDRALE

I problemi di Notre-Dame si possono considerare atavici se pensiamo che già Victor Hugo nel suo romanzo Notre-Dame de Paris, scritto nel 1831, denunciava lo stato di abbandono in cui versava il monumento. Nei suoi 850 anni di storia, la cattedrale ha subito più di un restauro ma sempre indirizzato verso una o più parti, mai nel suo insieme. L’ultimo intervento, in ordine di tempo, si è avuto nel 2013 con il restauro dell’organo originale e delle campane. Una goccia nel mare per la cattedrale che subisce i segni del tempo e dell’inquinamento: le pareti si stanno sgretolando così come parte del tetto e le statue sono danneggiate.

I CAPITALI STRANIERI SONO MANNA DAL CIELO

Il costo di un eventuale intervento si aggira intorno ai 100 milioni di euro. Notre-Dame beneficia di una dotazione annuale dallo Stato di 2 milioni di euro. Davvero troppo poco. Una soluzione per aumentare gli introiti potrebbe essere quella di imporre un biglietto a pagamento all’ingresso. Un’eventualità che non piace alla curia contraria all’idea di costringere i turisti e i fedeli a pagare per entrare anche nel timore di un calo nel flusso di visitatori. L’unica soluzione possibile è quella di cercare finanziatori, soprattutto all’estero. Una mano arriva dagli Stati Uniti dove è nata una fondazione “Friends of Notre-Dame de Paris” che ha il compito di raccogliere tra i mecenati americani i soldi necessari per il restauro.

NULLA È INTOCCABILE

Louvre Abu Dhabi - Exterior view © Louvre Abu Dhabi. Photo Roland Halbe
Louvre Abu Dhabi – Exterior view © Louvre Abu Dhabi. Photo Roland Halbe

La Francia è sempre più alla ricerca di capitali stranieri da investire in cultura o più semplicemente da utilizzare per mantenere il suo patrimonio. Il caso più emblematico è la cessione del marchio del Louvre all’emirato di Abu Dhabi. Un’operazione discussa per anni e contrastata dall’opinione pubblica a lungo che pare, però, abbia portato nelle casse dello Stato una cifra pari ad un miliardo di euro. Che si tratti di necessità o di spregiudicatezza economica, la Francia sembra aver inaugurato un nuovo corso della sua storia in cui tutto è possibile e nulla è più intoccabile. È notizia di pochi giorni fa che anche la Gioconda, l’opera più importante del Louvre, capace da sola di attrarre ogni anno milioni di persone, potrebbe lasciare Parigi, per prendere parte ad un fantomatico tour internazionale. Nulla di definitivo, per carità, ma tanto è bastato per scaldare l’animo dei francesi che considerano l’opera di Leonardo un’icona nazionale. E gli animi si sono accesi sul serio anche perché non si tratta di una boutade o di una banale voce di corridoio, ma la notizia arriva direttamente da una dichiarazione ufficiale rilasciata dal ministro della cultura francese Françoise Nyssen che, ai microfoni di Europe 1, ha parlato di “combattere la segregazione culturale attraverso un piano di opere itineranti”.

SI SCRIVE LENS SI LEGGE ABU DHABI

La Gioconda di Leonardo Da Vinci
La Gioconda di Leonardo Da Vinci

Il primo museo candidato ad ospitare il capolavoro di Leonardo è la filiale del Louvre a Lens, nel nord della Francia. Certo è paradossale che un’opera considerata intoccabile, che non si è quasi mai mossa da Parigi, venga spostata di duecento chilometri per andare a collocarsi in quello che, al di là del nome, resta un museo di provincia. Troppo alti i rischi, troppo gravi le perdite in termini di introiti per il Louvre, che privato della sua opera più iconica, subirebbe sicuramente un calo di visitatori. E poi Lens dista meno di due ore di macchina da Parigi, un tragitto assolutamente affrontabile per una popolazione interessata all’arte. E allora perché correre questi rischi? La proposta di Lens nasconde chiaramente un progetto più ampio (e più remunerativo). La città francese è uno specchietto per le allodole tirata in ballo solo per giustificare la ben più importante tappa successiva: il Louvre Abu Dhabi. Se così fosse il piano strategico annunciato dal ministro per combattere la segregazione culturale, nasconderebbe finalità molto meno nobili. Il sogno degli emiratini di esporre la Gioconda accanto al Salvator Mundi, il quadro più costoso della storia acquistato all’asta da Christie’s a New York il 17 novembre scorso dall’erede al trono dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman, semmai proprio nel 2019 in occasione delle celebrazioni dei 500 anni dalla morte di Leonardo. Con buona pace della lotta alla segregazione culturale.                               

– Mariacristina Ferraioli

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Mariacristina Ferraioli
Mariacristina Ferraioli è giornalista, curatrice e critico d’arte. Dopo la laurea in Lettere Moderne con indirizzo Storia dell’Arte, si è trasferita a Parigi per seguire corsi di letteratura, filosofia e storia dell’arte presso la Sorbonne (Paris I e Paris 3). Ha conseguito il Master in Organizzazione e Comunicazione delle Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Ha vinto la Residenza per Curatori della Dena Foundation for Contemporary Art presso il Centre International d’Accueil et d’Echanges des Récollets di Parigi. Ha lavorato al Centre Pompidou collaborando alla realizzazione della mostra “Traces du Sacré” e ha pubblicato un testo critico sul catalogo della mostra. Ha coordinato l’ufficio Master dell’Accademia di Belle Arti di Brera e ha curato mostre sia in Italia che all’estero. Redattrice di Artribune, collabora stabilmente con Cosmopolitan Italia e Icon Design. Sta conseguendo un dottorato in Comunicazione e mercati: Economia, Marketing e Creatività presso l’Università Iulm di Milano ed è docente a contratto presso diverse istituzioni tra cui l’Accademia di Belle Arti di Brera.
  • Segregazione culturale ??? Meglio ancora chiamarlo razzismo culturale ! Assistiamo impassibili a tanta demenza impartita da esponenti istituzionali che in realtà voglliono coprire con questo tipo di operazione una volontà chiara e neanche poi tanto velata che è quella di mercificare il patrimonio artistico-culturale del proprio paese in perfetto stile neoliberista dove niente è più al riparo dal totalitarismo della mercificazione .