Siamo volati fin nel sud-est della Cina per l’ottava edizione del Lishui Photography Festival. Uno degli appuntamenti più importanti del Paese asiatico per quanto riguarda la fotografia, con decine di mostre allestite in ogni parte della città. E un’apertura internazionale che preannuncia una crescita importante per l’evento, non solo su scala continentale.

Che il Lishui Photography Festival sia qualcosa di non paragonabile a omologhi europei o nordamericani, lo si è compreso sin dalla cerimonia di apertura, che si è svolta nel teatro cittadino e che nell’impianto somigliava più all’evento inaugurale di un’Olimpiade piuttosto che all’apertura di un festival fotografico.
Quella del 2017 è l’edizione numero otto, dopo l’esordio nel 2004 e la cadenza biennale iniziata l’anno successivo. Si parla di centinaia di fotografi (con un range che va dai professionisti agli amatori, passando per una quota ridotta di artisti-che-utilizzano-la-fotografia) distribuiti in quindici sedi, molte delle quali contenenti decine di mostre. Sedi che spaziano, come ormai è abituale fare, dai luoghi più naturalmente deputati all’esposizione (musei, centri d’arte, accademie) a quelli di natura (ex) industriale e finanche, sul modello dei Rencontres d’Arles, alle stradine della città vecchia.

Lishui Photography Festival 2017. Old City Streets
Lishui Photography Festival 2017. Old City Streets

UNO SGUARDO SU LISHUI

Qui è necessario fare un piccolo inciso per comprendere di cosa stiamo parlando. Lishui è infatti, per gli standard demografici e urbanistici cinesi, una piccola città, che gli abitanti definiscono “countryside” e che il governo considera “sottosviluppata” sulla base degli indici industriali. Le fabbriche sono dismesse e i due milioni e mezzo di abitanti vivono soprattutto di turismo – quello interno però, perché Lishui è decisamente fuori dalle rotte del turismo occidentale.
Si potrebbe quindi definire Lishui come un ottimo entry level per chi desiderasse scoprire il Paese: non è una città tentacolare e caotica, e d’altro canto concede pochissimo a chi necessiti di “sentirsi a casa”. Una città, inoltre, che – pur nella sua atipicità nazionale – dimostra quanto alcuni pregiudizi che nutriamo nei confronti del gigante asiatico siano privi di fondamento. E non parliamo tanto della qualità e varietà dell’offerta gastronomica, che nulla ha a che vedere con quanto ci propinano solitamente nei ristoranti cinesi europei; piuttosto per l’attenzione riservata agli spazi pubblici e all’ecologia. A Lishui, tanto per intenderci, gli scooter a benzina sono vietati, a favore di mezzi a due ruote elettrici; e il medesimo discorso vale per le auto, per la stragrande maggioranza almeno ibride.
Si tratta di un intelligente ragionamento non soltanto dal punto di vista etico, ma anche di marketing territoriale: a Lishui infatti arrivano moltissimi cittadini che normalmente vivono in megalopoli altamente inquinate, e vi trovano una narrazione basata su approccio green e attenzione alla longevità, suffragata da dati e politiche municipali. La prova indiretta è rappresentata dal costo degli appartamenti: la media è di quindici volte superiore rispetto alla capitale Beijing.

I NUMERI DEL FESTIVAL

Tutto questo discorso ricade anche sul Lishui Photography Festival. Un evento che, in primis all’interno dei confini cinesi, si piazza ai primissimi posti per gli appassionati, declinando in chiave culturale il turismo (“Lishui capitale cinese della fotografia” è un mantra che si ripete almeno quanto si faceva a Torino negli Anni Novanta per l’arte contemporanea): lo dimostra, fra l’altro, il numero dei visitatori della scorsa edizione, 120mila in cinque giorni.
Sì, perché il festival propriamente detto dura meno di una settimana, mentre soltanto poche rassegne di carattere internazionale restano allestite per un mese.

LE MOSTRE INTERNAZIONALI

Quanto al titolo-tema dell’edizione 2017, è Images in the Era of Hypermedia. Ma va inteso un po’ come accade alla Biennale di Venezia, dove il tema stesso è preso in considerazione soprattutto dalla mostra internazionale, mentre padiglioni nazionali ed eventi collaterali spesso non se ne occupano affatto.
Allo stesso modo, a Lishui quasi esclusivamente le mostre internazionali escono dal campo della fotografia classicamente intesa, spingendosi nei territori dell’installazione, della sperimentazione sui materiali (analogici e digitali), nell’utilizzo delle immagini in movimento e via dicendo. In questa ristretta categoria rientrano le due mostre allestite nell’area del museo d’arte: Where Does the Future Get Made? curata da James Ramer e la tappa cinese di reGeneration3, progetto promosso dal Musée de l’Élysée di Losanna – nonché If Art Can Start A New Again, curata da Yan Deng all’interno dell’immenso Wanxiang Culture and Creative Park, una ex fabbrica di pompe di benzina.
In Where Does the Future Get Made?, da segnalare le riflessioni meta-fotografiche di Elisabeth Smolarz e Karina Aguilera Skvirsky, l’utilizzo della stampa come mero supporto visivo in Kent Rogowski, Polixeni Papapetrou e Swetlana Heger, la cura per l’allestimento à la Tillmans per Marco Scozzaro, l’omaggio a Dinamismo di un cane al guinzaglio di Giacomo Balla nel video di Timothy Scaffidi. Più didascalica la rassegna organizzata dal museo elvetico, nell’ambito della quale segnaliamo la commovente denuncia della persecuzione dell’omosessualità in Iran da parte di Laurence Rasti, la riflessione identitaria di Nobukho Nqaba tutta giocata sui pattern delle shopping bag e il documentarismo soggettivo in bianco e nero di Piotr Zblerski.

Lishui Photography Festival 2017. Old City Streets
Lishui Photography Festival 2017. Old City Streets

LIBRI D’ARTISTA E STREET PHOTOGRAPHY

Fra le chicche da segnalare, la mostra Temperature on Paper alla Liandu Library, dove fotografi spesso giovanissimi si sono confrontati in maniera originale e inventiva con il format del libro fotografico d’artista. Menzione d’onore per la coppia formata da Chen Wenjun & Jiang Yanmei, che con una leggerezza calviniana raccontano per testi e immagini la storia di un amore sbocciato e terminato.
Fra i siti più affascinanti, le tre aree ancora esistenti della “città vecchia”, lungo le quali si snoda un percorso ritrattistico in dialogo stretto e diretto con gli abitanti. Sono infatti questi ultimi i soggetti degli scatti mostrati nelle stesse vie, sugli stessi muri, lungo le stesse scalinate dove questi vivono, lavorano, si svagano. E le soluzioni allestitive sono moltissime, intelligenti e variegate.

PRECEDENZA ALLE ASSOCIAZIONI FOTOGRAFICHE

Menzione conclusiva, in questo report che non può che essere parziale, per una delle tante associazioni fotografiche presenti al festival. Un approccio che si distingue dai festival omologhi occidentali, che spesso snobbano tali associazioni, composte per lo più da non-professionisti, e che invece a Lishui svolgono un ruolo importantissimo sia organizzando direttamente mostre che assegnando decine di premi. Ed è anche in questa direzione che la direzione del festival lavora per garantire internazionalità all’evento, ovverosia invitando le associazioni di altri Paesi a partecipare – e così sfilano in moltissimi, dalla Sud Corea alla Francia passando per gli Stati Uniti.
Qui ci limitiamo a nominare l’associazione che riunisce gli appassionati di Songyang, la cui mostra – insieme a moltissime altre – è allestita all’interno del campus universitario e che testimonia di un alto livello tecnico diffuso fra gli appassionati cinesi.

Marco Enrico Giacomelli

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.