Un nuovo museo a Seoul dove celebrare le donne vittime dei crimini di guerra giapponesi

La Corea del Sud intende costruire un museo per onorare e rispettare le donne che negli anni dell’occupazione giapponese, durante la Seconda Guerra Mondiale, furono ridotte a schiave sessuali. Ma il governo giapponese, ostile da sempre al revisionismo sui crimini commessi dalle armate di Tokyo negli anni quaranta, protesta vibratamente.

In nome dell’allora Imperatore Hirohito sua Maestà il Sovrano del Cielo, buona parte dell’Asia Orientale fu messa a ferro e fuoco, sull’onda della spinta conquistatrice delle armate giapponesi. La Manciuria e la Corea, in particolare, subirono il trattamento peggiore: la popolazione locale fu sottoposta a ogni sorta di angherie, spoliazioni e rapine, nonché violenze di ogni genere. Insieme ai bambini, le donne furono le vittime più esposte, e decine di migliaia di esse furono vittime della tratta sessuale. Nella sola Corea, si calcola che fra da 20.000 e 200.000 donne coreane, incluse quelle deportate nei bordelli militari giapponesi della Manciuria, siano state schiave sessuali delle truppe imperiali.

UN MUSEO IN LORO MEMORIA

A queste donne, molte delle quali morirono a causa della malnutrizione e delle violenze subite, il governo di Seoul vuole erigere un museo per rendere omaggio alla memoria della loro tragedia. Una struttura più grande e meglio organizzata, rispetto alla piccola “Sala della Memoria” che sorge in una zona rurale poco fuori la capitale. L’annuncio, viene dall’attuale ministro per la parità di genere del governo coreano, Chung Hyun-Back, ed è stato fatto durante un incontro con le ultime 38 donne ancora in vita, che furono loro malgrado vittime dei giapponesi. I tentativi di riaprire la questione da parte di Seoul avevano rischiato di portare alla rottura con Tokyo, che ha sempre rifiutato di ammettere i propri crimini di guerra. Pertanto era stata accantonata, fino a quando, nel 2015 si raggiunse ciò che fu definito un accordo “ultimo e irreversibile“, a termini del quale il Giappone offrì le scuse ufficiali e un risarcimento di un miliardo di yen (8,6 miliardi di dollari) alle sopravvissute.
L’apertura del museo, la cui funzione sarebbe quella di memoriale e di sacrario simbolico, non solo riporterebbe alla luce una questione fastidiosa per Tokyo, ma lo farebbe a livello mondiale, gettando ombre sul Giappone, in un momento in cui (dato l’isolamento degli USA all’ultimo G20), potrebbe invece guadagnare consensi anche in ambito occidentale. Ma non con questo clima.

LA POLITICA ANTIREVISIONISTA DI TOKYO

Sin dagli anni Cinquanta, ha ripreso vigore il nazionalismo giapponese, permesso dagli Stati Uniti in chiave di equilibrio anticomunista: furono infatti allentati i controlli sulla politica giapponese, e permessa l’attività dei partiti di estrema destra, per evitare il prevalere del socialismo sostenuto da Mosca. Da allora, la destra è potentissima nel Paese, al punto da vantare numerose organizzazioni paramilitari che ancora inneggiano a Hirohito e al Generale Tojo. Ciò significa che il revisionismo non è ammesso, e chiunque, siano singoli cittadini o qualche timida organizzazione per i diritti umani, tenti di ammettere le responsabilità militari giapponesi fra il 1939 e il 1945, viene messo a tacere, spesso anche con la violenza. Senza che la stampa ne dia notizia. Del resto, in Giappone conta ancora la legge del più forte, direttamente derivata dall’antico codice dei Samurai (di qui gli yakuza, padrini della destra, si sentono i discendenti). E il governo centrale, non smentisce questo atteggiamento, anzi di fatto lo autorizza con gesti come quello contro Seoul.
Tra gli episodi violenti, l’attentato contro il sindaco di Hiroshima, Motoshima, nel 1989, accusato di antipatriottismo per aver detto che la bomba atomica contro il Giappone era stata una risposta, pur violentissima, ai crimini di guerra di Hirohito. Nessuno fu condannato per l’attentato. Situazione complessa: con questi precedenti, Seoul cerca di vincere la sua battaglia per onorare le “schiave del sesso”.

Niccolò Lucarelli

CONDIVIDI
Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.
  • daniela trincia

    forse scrivere “Ma il governo giapponese, ostile da sempre al revisionismo” è un filino non molto corretto.

    • Niccolò Lucarelli

      Gentile Dottoressa, può spiegarmi la ragione della sua affermazione? E’ noto che l’influenza della destra, patrocinata dagli Yakuza, ostacoli qualsiasi processo revisionista in Giappone, ed è altrettanto noto che il governo di Tokyo non ha mai ammesse, in maniera chiara e univoca, le sue responsabilità per i crimini commessi in Asia fra il 1934 e il 1945. Quindi, perché la mia affermazione non le sembra corretta?