Il premier israeliano plaude Trump per il muro. E un artista mostra i rifugiati detenuti

Foto e un video realizzati da Ron Amir, fotografo israeliano classe 1973, raccontano la vita dei rifugiati politici nel centro di detenzione di Holot. E le loro strategie di sopravvivenza

Ron Amir, Bisharah and Anwars Tree, 2015
Ron Amir, Bisharah and Anwars Tree, 2015

Una mostra estremamente controversa tiene banco all’Israel Museum di Gerusalemme. Ron Amir, artista nato nel 1973 nel Kibbutz Yehiam e oggi residente a Tel Aviv, racconta attraverso una serie fotografica e un video la vita e le strategie di sopravvivenza di 3mila uomini e donne, rifugiati provenienti dal Corno d’Africa. Persone somale, eritree e sudanesi sono da tempo infatti bloccate nel centro di detenzione di Holot: questi esuli, in fuga dal 2000 a causa delle guerre civili e dei conflitti ancora in corso nei loro paesi, non riescono a superare il confine a causa di una recinzione corredata di video camere e detector che Benjamin Netanyahu fece erigere tra Israele e Egitto per bloccare i flussi migratori, completandola nel 2013.

IL TEMPO SCORRE A HOLOT

Non è quindi un caso che il Primo Ministro israeliano abbia salutato con grande compiacenza la decisione di Donald Trump di costruire un muro tra Stati Uniti e Messico, consegnando a un tweet la sua approvazione nei confronti del neopresidente americano. “Il Presidente Trump ha ragione“, ha scritto. “Ho costruito un muro ai confini meridionali di Israele e ho fermato l’immigrazione illegale. Grande successo. Grande idea”. Nel frattempo le foto di Amir, da sempre impegnato nel racconto delle contraddizioni che attraversano Israele, descrivono, anche se con un punto di vista consapevolmente privilegiato di artista e uomo libero, le storie quotidiane di queste persone imprigionate a Holot in attesa che venga loro riconosciuto lo status di rifugiato politico dal governo. La precarietà delle loro relazioni umane e delle strutture che fanno parte della loro vita di tutti i giorni, gli accampamenti, gli oggetti che utilizzano, i loro luoghi di condivisione sociale assumono negli scatti del fotografo qualità scultorea diventando quasi delle installazioni. A completare il progetto, intitolato Doing Time in Holot e curato da Noam Gal, un video che racconta i volti di queste persone ripresi a camera fissa, mentre il tempo dell’attesa scorre sulle loro vite.

Israel Museum
Derech Ruppin, Gerusalemme, Israele
http://www.imj.org.il/en/

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