La smorfia. Quando gli artisti sembra che facciano ridere

Tony Oursler, Jenny Saville, De Dominicis, Arnulf Rainer, Cattelan… Quali altri artisti vi vengono in mente, che abbiano lavorato con le smorfie? Occhio però: spesso c’è ben poco da ridere.

Tony Oursler - XES - 2005
Tony Oursler - XES - 2005

Tony Oursler con i suoi volti allucinati; Jenny Saville e le sue facce devastate dalla violenza; le autoscopie narcisistiche di Gino De Dominicis; Arnulf Rainer e la violenza della cancellazione; Maurizio Cattelan con le sue linguacce. Dilatazioni fisiognomiche, alterazioni e fughe dal volto che sfidano la quiete anatomica dei corpi.
Warhol cercava ancora un volto, seppur disperso nella fredda serialità della riproduzione, che succedeva al ghigno delle Woman di De Kooning, ispirate dal sorriso obbligato delle commesse dei grandi magazzini.
La smorfia – con le sue declinazioni nel ghigno, nello sberleffo, nella deformazione – è il degno sostituto del volto (o del vuoto del volto). Visioni effimere che assurgono a linguaggio del contemporaneo. Un linguaggio afasico. Volti che si spezzano o si attorcigliano sotto i colpi dello specchio infranto della nostra società. E ogni specchio, si sa, è una soglia dell’al di là.

Gino De Dominicis, Ritratto di Alessandra J., 1997-98 - collezione privata, Modena
Gino De Dominicis, Ritratto di Alessandra J., 1997-98 – collezione privata, Modena

In piena età romantica, Adelbert von Chamisso introduceva il tema dell’alienazione con “l’uomo che ha venduto la propria ombra”; di lì a poco, Poe vedeva le masse come un grande volto deformato e perturbante; mentre Ibsen ci introduceva, con i suoi Spettri, alle vertigini dell’ossessione.
Nelle foto dei posseduti dall’isteria alla Salpêtrière, la smorfia non è un maquillage che sottolinea i dettagli del volto per esaltarli: opera una sospensione temporanea del sentimento di identità, e per questo può essere anche fatale. Produce una dissimmetria dello sguardo di fronte al reale sottoposto alle prove dell’incubo, allo sfinimento della fatica, alla crudeltà dello sberleffo. È uno stato di alterazione permanente della nostra società.
Come accade con Anonymous, la cui smorfia si diffrange in una moltitudine indistinta e il volto è sottratto all’identikit. Questo volto sottratto all’individuo lo ritroviamo come icona pubblicitaria, ridondanza sterminatrice di ogni singolarità dello sguardo, nei mannequin viventi della Beecroft.

Arnulf Rainer, Bacio, 1972 - Fondazione Antonio Mazzotta, Milano
Arnulf Rainer, Bacio, 1972 – Fondazione Antonio Mazzotta, Milano

Si possono ipotizzare quattro tipi di smorfie: ludica, di ribellione, di contrarietà, derivata da disturbi patologici. È come se fossimo condannati a non sfuggire a ciò che ci sfugge: il volto. Ma un volto alterato, negato, sottratto. Che si tratti di performance, pittura, fotografia, video o altro ancora, il prodotto del nostro lavoro si comporta come l’uomo che ha venduto la sua ombra, e per questo ne è ossessionato.
Questa parte negata o venduta sta ancora dentro noi: non si può scambiare con nessun’altra cosa. E diventa la caricatura, la smorfia, lo spettro che ci insegue e si vendica. L’uomo alienato non è soltanto solo con se stesso, ma è un uomo smorfiato dalla propria alienazione.

Marcello Faletra
saggista e redattore di cyberzone

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #29

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua 
inserzione sul prossimo Artribune

CONDIVIDI
Marcello Faletra
Critico d'arte, artista, saggista. Fin dagli Anni Settanta è stato attivo con iniziative culturali e di controinformazione col collettivo Radio Aut, creata da Peppino Impastato e Salvo Vitale e con la Comune di Terrasini fondata da Carlo Silvestro. Nel 1977 si trasferisce a Roma, dove partecipa attivamente ai movimenti di protesta. Negli Anni Ottanta e Novanta vive tra Napoli, Roma e Milano, dove svolge un’intensa attività artistica, partecipando a numerose mostre di pittura e fotografia. In seguito abbandona la pittura per dedicarsi con continuità alla filosofia e alle teorie dell’arte contemporanea. Numerosi saggi e articoli sono apparsi in riviste specializzate e in cataloghi di mostre e pubblicazioni collettanee. È stato animatore e redattore di Cyberzone, rivista di arte, filosofia e nuove tecnologie. Tra le sue ultime pubblicazioni: "Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell'arte contemporanea" (Solfanelli) e "Graffiti. Poetiche della rivolta" (Postmedia Books). Attualmente insegna Estetica dei New Media e Fenomenologia dell'Immagine all'Accademia di Belle Arti di Palermo.
  • L:R:

    Si parla di smorfie e non si cita Pino Boresta? Allora ha ragione che si incazza sempre.

    • Marco Enrico Giacomelli

      Pino è sempre nei nostri cuori, e lo sa.

  • Simile che ridere arte sempre arte per far vivere ed essere felici senza soffrire