OCT 21 1985: ode a Ritorno al futuro

Domani, 21 ottobre 2015, si festeggiano i trent’anni del primo film della serie “Ritorno al futuro”. E sul cruscotto di quella mitica DeLorean c’era scritto – vi ricordate la seconda “puntata”? – proprio la data di domani. E il mondo intanto, quello “reale”, com’è cambiato?

Robert Zemeckis, Ritorno al futuro parte II, 1989
Robert Zemeckis, Ritorno al futuro parte II, 1989

A tutti i Marty (e i Doc) del posto chiamato Italia

Trent’anni – in avanti, e indietro. Avanti, indietro. 1985, 1955, 2015.
Ritorno al futuro è uno dei due, tre film più importanti per me e mio fratello bambini (gli altri sono C’era una volta in America, e Robocop: sei, sette, otto anni). Impressi per sempre nella memoria e nell’immaginario di due generazioni, hanno probabilmente influenzato non solo le nostre scelte, ma anche e soprattutto la nostra percezione del tempo storico. E del suo scorrere.
La scena dell’auto che nella corsa incendia la strada, e Doc che tenta disperatamente di agganciare le due estremità del filo, e l’orologio uguale a quello del municipio del mio paese che davvero si è fermato e nessuno lo vuole riparare, e l’aerosol nel soggiorno, e la vestaglietta di bambino, e l’inverno e la nebbia fredda e confortevole fuori, e la Storia d’Italia a Fumetti di Enzo Biagi, e nostra madre che si entusiasmava con noi per quella storia tenera e shoccante (si entusiasmò decisamente meno l’estate successiva, quando ci trascinò entrambi via dal capolavoro di Verhoeven: tanto è vero che per parecchio tempo Alex Murphy è rimasto per me disteso sanguinante sul pavimento di una fabbrica in disuso, crivellato di colpi, e ci ha messo un bel po’ prima di integrarsi magnificamente con la struttura e il sistema operativo di un robot…).

E così, la vicenda di Marty McFly – così simile allora a come mio fratello sarebbe diventato nei trent’anni successivi, con la stessa attitudine, lo stesso ottimismo tinto di malinconia, la stessa resistenza, la stessa simpatia di cucciolo strafottente – la rievochiamo a pochi giorni dalla data fatidica (se mai ce n’è stata una: se mai il nostro tempo ne ha avuta una). OCT 21 2015.
E sarà sempre, per sempre scritta così sul cruscotto della DeLorean.
La rievocazione avviene nel bar dell’Alemagna di fronte alla Stazione Centrale di Milano, che nei Cinquanta italiani ha visto chissà quanti migranti di qualunque classe, gente italiana da ogni dove e di ogni estrazione preda della nostalgia di casa eppure attratta dall’incipiente boom nazionale, dal miracolo economico sostanziato e condensato e sviluppato e cristallizzato a Milano e dentro Milano, le luci al neon fantascientifiche, il grattacielo del Pirellone lì sulla destra nella luce incerta dell’alba come una promessa certa già disattesa. Sul punto di svanire. La metà degli Anni Cinquanta è qui come a Hill Valley: è ovunque.
Hill Valley è il nostro destino. È il luogo a cui sempre torniamo, la casa verso cui tendiamo.

***

Eppure, eppure. Questo 21 ottobre 2015 non assomiglia quasi per niente al mondo in cui Marty approda nella Parte II (1989): niente scarpe che si allacciano da sole, auto e tavole da skateboard volanti, vestiti autoasciuganti qui. È invece, paurosamente, distopicamente simile al 1985 “sbagliato” e distorto. Un despota assoluto spadroneggia su uomini e beni: Biff Tannen, a cui il se stesso anziano ha consegnato il mitologico Almanacco dello Sport. Biff ha trasformato una cittadina più o meno ridente in un incubo a cielo aperto, una distopia realizzata, modellata a propria immagine e somiglianza: tra degrado urbano e giganteschi casinò, gang scatenate e crimine fuori controllo, Marty con l’aiuto di Doc dovrà riportare in casa sua l’ordine perduto. Modificando radicalmente la linea temporale. Il giovane e incredulo protagonista – a partire da una scena esattamente speculare a quella del suo ingresso nella piazza principale del 1955 – affronta un paesaggio urbano e sociale fatto di degrado pauroso, di sopraffazione e di squilibrio. Deregolamentazione totale a favore di un privato, e della sua proprietà. Anarchia.

Il tessuto umano ed economico della comunità è andato infatti a farsi benedire, a favore di un’economia predatoria unicamente e ossessivamente concentrata sul gioco d’azzardo; le strade vengono spartite tra senzatetto e gang criminali, mentre non c’è più alcuno spazio, né posto, per i cittadini (tranne quei pochi che vivono assediati e terrorizzati nelle loro case). Il concetto stesso di comunità e di cittadinanza è completamente evaporato, a favore di un sistema oscuro e spietato, basato sul privilegio e sulla rapina. Un sistema che ha abolito ed espulso qualsiasi nozione di legalità minimamente condivisa, e che si è consegnato armi e bagagli alla volontà distorta di uno (a discapito di tutti gli altri).
Non vi ricorda niente? Non assomiglia terribilmente all’Italia di questi tempi?

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).