Carnet d’architecture. stARTT

Decimo appuntamento con la rubrica Carnet d’architecture, curata da Emilia Giorgi. Oggi è la volta degli stARTT, giovani architetti romani molto attivi, noti al grande pubblico per la suggestiva installazione Whatami, realizzata per il primo Yap Maxxi nel 2011. In questa carte blanche ci parlano del paesaggio come spazio di costruzione culturale.

Alexander von Humboldt e Aime Bonpland ai piedi del Chimborazo. 1810
Alexander von Humboldt e Aime Bonpland ai piedi del Chimborazo. 1810

PAESAGGI VISIBILI, INVISIBILI, IMMAGINARI
C’è un’interpretazione del paesaggio, che ci sta molto a cuore e fa riferimento alle esplorazioni di Alexander von Humboldt. Indica con questa parola la parte visibile di un territorio; laddove il territorio viene riconosciuto quale porzione di terra sottoposta a una determinata struttura di poteri. Secondo questa lettura, l’accezione di paesaggio possiede la capacità di suggerire rapporti estetici tra l’individuo e il mondo, che sono immediatamente conoscitivi e che raccontano la struttura politica dei luoghi; l’organizzazione dei gruppi umani; di come questi si relazionano con la porzione di mondo che abitano.
In questi termini, l’osservazione del paesaggio permetterebbe di rilevare gli assetti del territorio e la percezione estetica diverrebbe uno strumento di conoscenza per leggere e intervenire – quindi progettare! – in una determinata porzione di mondo.

IL PAESAGGIO COME SUPPORTO INTERPRETATIVO
La vista della città attraverso le vetrate delle volte del Grand Palais de Paris, il terrazzamento-facciata del Tabularium di Silla che regolarizza il fianco del Campidoglio a Roma, il grande vuoto di Central Park nella griglia astratta di Manhattan sono solo alcuni degli esempi che compongono un catalogo infinito e stratificato di principi insediativi e operazioni spaziali di architettura, che possiamo distillare dall’osservazione del paesaggio.
Oltre il linguaggio architettonico che riflette l’epoca storica di ognuna di loro, il grande padiglione, il terrazzamento, il vuoto, il fuori scala-Merveille Urbaine sono categorie valide per disegnare e organizzare lo spazio contemporaneo.

Villard de Honnecourt – estratto dal Livre de Portraiture. 1230 circa
Villard de Honnecourt – estratto dal Livre de Portraiture. 1230 circa

LA STORIA SI COMPLICA
Il Livre de portraiture, il carnet di appunti di Villard de Honnecourt, conservato alla Bibliothèque Nationale de France, riporta il paesaggio visibile dell’esperienza del mondo che l’architetto-viaggiatore fa nell’XI secolo: i cantieri, i monumenti, le figure umane e animali che incontra e che guarda vive o dipinte. Il leone, l’istrice, due soluzioni per un’abside, la torre dell’orologio, gli studi zoomorfi e antropomorfi fanno parte di un paesaggio onirico (direbbero i surrealisti!) che si nutre della lezione del visibile. Tra le pieghe del carnet, la scelta di quale paesaggio rappresentare diventa atto interpretativo, di memoria selettiva che costruisce un immaginario privato poi da riproporre in veste di architettura.

IL PAESAGGIO IMMATERIALE
Oltre un paesaggio visibile che si trasforma sotto i nostri occhi per mezzo dell’ingegneria, dell’architettura, delle politiche urbane e dei flussi economici, ci sarebbe un paesaggio onirico, un immaginario collettivo legato ai luoghi, nutrito dallo sguardo e dalle azioni degli uomini e delle donne operanti nelle diverse discipline artistiche. In questo nutrimento la visione privata partecipa all’elaborazione collettiva e si sedimenta in uno spazio condiviso della memoria dei luoghi.
Esisterebbe quindi un paesaggio immateriale, un immaginario culturale che un territorio produce e trasmette, che – oggi – viene condiviso e amplificato globalmente attraverso la Rete. Ecco che particolari film, sculture, disegni ispirati a determinati luoghi hanno avuto la capacità di ridefinirne il contorno e le forme dei paesaggi reali; sono entrati nell’immaginario collettivo e hanno raccontato dei posti che forse davvero non esistono: una foto, un film, un testo breve o un blog contribuiscono a creare l’immagine di una porzione di mondo, tanto quanto un’opera di architettura e una trasformazione del territorio. Infine, questo spazio onirico può ritornare fisico per mezzo – ancora una volta – del progetto d’architettura…
In questi termini il paesaggio è uno spazio di costruzione culturale in cui l’architettura si ibrida e si confronta con le altre discipline e partecipa con i propri strumenti (e quelli degli altri!) al più ampio dibattito sulla contemporaneità.

stARTT (Simone Capra, Francesco Colangeli, Dario Scaravelli, Claudio Castaldo)

“Carnet d’architecture” è una rubrica a cura di Emilia Giorgi

www.startt.it

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startt
stARTT è la sigla comune sotto la quale Simone Capra (1978), Claudio Castaldo (1978), Francesco Colangeli (1982) e Dario Scaravelli (1981) collaborano stabilmente a partire dal 2008. stARTT è l’acronimo di Studio di Architettura e Trasformazioni Territoriali: la scelta del nome indica una precisa postura nella professione, che individua il progetto come parte di un territorio complesso più vasto, nel quale interagiscono persone, paesaggi, economie. L’attitudine di stARTT è di lavorare nell’ambiente antropizzato alle varie scale di intervento (architetture singolari, paesaggio, territorio, città, progetto urbano). stARTT ha ricevuto diversi premi e segnalazioni tra i quali il premio europeo YAP MAXXI 2011 con il progetto Whatami; nel 2012 ha partecipato per l’Italia all’incontro internazionale “La jeune architecture européenne” presso il Pavillon de l’Arsenal de Paris. Nel dicembre 2013 è stato invitato a partecipare al ciclo di incontri della UABB Biennale di Urbanistica e Architettura di Shenzhen e Hong Kong. Nel 2014 stARTT ha presentato i suoi lavori a Fundamentals, la 14. Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, nelle sezioni Monditalia alle ex Corderie dell’Arsenale e al Padiglione Italia.