Inpratica. Arte e luoghi psichici (pubblici)

Come quasi sempre, la città è il territorio della sperimentazione, dell’innovazione radicale, del conflitto tra vecchio e nuovo. Ancora più che di luoghi fisici, una città viva, creativa, vivace ha bisogno di luoghi psichici: momenti di incontro, di collaborazione, di discussione. Di formazione. Per artisti, imprenditori, operatori culturali e per l’intera cittadinanza.

Renzo Vespignani, Periferia con gasometro, 1946
Renzo Vespignani, Periferia con gasometro, 1946

Per costruire un sistema di questo tipo, occorrono basi totalmente nuove. Occorre abbandonare la logica – e la retorica – degli eventi, grandi o piccoli: del parco-giochi, del parco tematico. Il problema non è dunque tanto quello legato agli spazi, ma alle pratiche artistiche e culturali, che creano le precondizioni per e danno forma ai luoghi mentali. Se anche in una città oggi predisponessimo una serie di mostre di qualità, all’interno di spazi istituzionali e qualificati, non avremmo comunque assolto che in minima parte ai compiti che spettano alla cultura e alla produzione creativa nella rigenerazione, riqualificazione, riattivazione (non presunta) di un contesto urbano. Le città sono prima di tutto esistenze, relazioni umane – non infrastrutture materiali. Se mutiamo punto di vista, ciò di cui abbiamo bisogno di spazi sono modi di relazione e di incontro – tra i territori culturali, così come tra questi e la cittadinanza. Per ricostruire forme di responsabilità civile, attraverso una partecipazione non retorica: questa è la funzione vera, autentica di arte e cultura all’interno dello spazio urbano, materiale e immateriale.
Solo in una prospettiva autenticamente collaborativa potremo dare forma alla dimensione presente e futura della nostra esistenza. Come scrive Richard Sennett in Insieme (Together, 2012): “La collaborazione può essere definita come uno scambio in cui i partecipanti traggono vantaggio dall’essere insieme. (…) La collaborazione è un’arte, o un mestiere, che richiede alle persone l’abilità di comprendere e di rispondere emotivamente agli altri allo scopo di agire insieme.”

Alessandro Bulgini, Decoro urbano (Taranto Opera Viva), 2015
Alessandro Bulgini, Decoro urbano (Taranto Opera Viva), 2015

Occorre dunque fuoriuscire definitivamente dalla tentazione decorativa. La stessa “mostra” di arte contemporanea, per esempio, come pratica e come attività se ci pensiamo bene non sembra avere più ormai molto senso: semplicemente, perché è un modulo terribilmente arretrato, e che continua ad arretrare e a irrigidirsi rispetto alla vertigine dei processi sociali in corso. L’arte deve scendere per strada, inoltrarsi nella realtà, muoversi costantemente in essa, integrarsi felicemente in essa, aiutare e trasformare la vita delle persone. Solo così essa potrà riconquistare quella fiducia e quel credito gravemente compromessi negli ultimi decenni, caratterizzati da una sostanziale e patologica dissociazione rispetto al tessuto sociale. (Tutto converge, in questo senso: movimento artistico, politica culturale, politica tout court, storia e critica della cultura, amministrazione, urbanistica).
Qual è infatti il vantaggio di rimanere ancora pervicacemente rinchiusi in un recinto (il “sistema dell’arte”, il “museo” ecc.) che non è più neanche così dorato e che si rivela invece esplicitamente per ciò che è ed è sempre stato – carcere, gabbia, spazio concentrazionario? Occorre rifondare e riconfigurare l’idea stessa di arte popolare: questa è la missione e la visione di ogni pratica artistica autentica in questa fase. (Inutile aggiungere quanto questo sia, anche e soprattutto, un compito generazionale.) Tutto il resto si condanna all’irrilevanza e all’impermanenza. Alla tappezzeria.

George Grosz, Io e lo specchio del bar, 1937
George Grosz, Io e lo specchio del bar, 1937

In questo momento, infatti, la divaricazione tra oggetti che “sembrano” opere d’arte ma non lo sono, e oggetti che “sono” opere d’arte ma non lo sembrano (e quasi nessuno se ne accorge) è massima, ha raggiunto il suo picco. Occorre investire simbolicamente nel proprio scenario di riferimento, scommettere che le cose andranno in un modo – e non in un altro. Perché scegliere una via piuttosto che un’altra comporta scegliere e adottare un sistema di vita, una filosofia e una pratica quotidiana. Comporta scegliere: POVERTÀ; SEVERITÀ; SERIETÀ; SEMPLICITÀ; IRONIA; MODESTIA; COSTRUZIONE; CONCRETEZZA. Significa adottare e amare ciò che ai vecchi, a “coloro-che-vengono-prima” non piace: ciò che li disgusta e che li spaventa, ciò che essi rifiutano dal profondo e non accetterebbero mai come riferimento della propria esistenza.

Christian Caliandro

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #5

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).