Biennale di Venezia. L’opinione di Lorenzo Taiuti

Le biennali cominciano ad avere una vita propria, come i robot senzienti sempre più presenti nel cinema. Come reagire all’invasione d’immagini che vuole esprimere il mondo intero? Semplice: bisogna “non vedere”.

Biennale di Venezia 2015 - Isa Genzken, Orchids
Biennale di Venezia 2015 - Isa Genzken, Orchids

IL DURO RUOLO DEL LEADER
La direzione della Biennale di Venezia sembra sempre più sopraffatta dai giganteschi meccanismi che si sono messi in moto nell’arte contemporanea. Okwui Enwezor ha idee (quella della lettura di Das Kapital, malgrado le critiche, è una bell’idea) e la mostra contiene cose buone e cattive, come sempre. Ma qui m’interessa parlare dell’entità Mostra e non della sua direzione.
La Biennale entra nella sua fase più difficile, quella della leadership di centinaia di biennali che rappresentano l’imprevisto sviluppo dell’arte contemporanea nel mondo. E la Biennale veneziana diventa sempre più vasta, con padiglioni fissi di nuove nazioni e infiniti palazzi nella città. L’enorme quantità d’informazione che si crea sulla mostra non è più sufficiente a creare un ordine di visione. Come reagire all’invasione d’immagini che vuole esprimere il mondo intero delle espressioni creative? La reazione legittima è di “non vedere”.

Biennale di Venezia 2015 - Isa Genzken, Orchids
Biennale di Venezia 2015 – Isa Genzken, Orchids

SKIP, SKIP, SKIP
Non vedere tutto il vedibile per avere il tempo di vedere il significativo. Non vedere per esempio nel Padiglione centrale dei Giardini il quadro di Ellen Gallagher Dr. Blowfins. Il lavoro della Gallagher ha dietro di sé una ricerca interessante. Ma la pittura ricorda la “Bad Painting” di area angloamericana. Da non vedere.
Il Padiglione Austria si dedica alla rimessa in questione della struttura del padiglione stesso, legato alla tradizione modernista del passato, aggiornandolo. Il risultato è superdiscreto, al limite dell’apparire. Ma è necessario? In un momento in cui tempeste di guerra e sommovimenti culturali epocali cambiano la geografia umana e percettiva, è pensabile operare solo sul design? Da non vedere (se non alla prossima Biennale di Architettura).
La tedesca Isa Genzken lavora da tempo con gigantesche riproduzioni di fiori, con evidente riferimento ecologico. Ma le riproduzioni floreali toccano in superficie ciò che nel frattempo viene analizzato da altre e più avanzate esperienze, come la bioarte legata alle nuove tecnologie, dove è la radice stessa del genoma a essere interrogata nella sua struttura. Da non vedere.
Demonstration Drawings di Rirkrit Tiravanija è una serie legata a dimostrazioni politiche dove, in disegni ricalcati da foto di giornali, l’artista ripropone le modalità dello scontro sociale che nel passato aveva cercato di pacificare con le sue belle cene “relazionali”, basate sul cibo dell’infanzia e sulla volontà di “riunire”. Il passaggio dalle azioni live ai disegni non risolve il rinnovamento del suo linguaggio e ci ripresenta la moltiplicazione d’immagini ricorrente nelle biennali. Da non vedere.

Biennale di Venezia 2015 - Padiglione Italia - Peter Greenaway
Biennale di Venezia 2015 – Padiglione Italia – Peter Greenaway

IL PADIGLIONE ITALIA E UN GREENAWAY TURISTICO
Da non vedere (e mi costa dirlo perché sono sempre stato suo grande ammiratore) il lavoro di Peter Greenaway nel padiglione italiano, un omaggio all’Italia in un videoambiente a tutto spazio in cui si sfoglia, con una strategia da dépliant turistico, l’arte italiana divisa in categorie tematiche. Ma è scomparsa la capacità ossessiva di approfondimento sullo sguardo che apparteneva al suo lavoro, per lasciare spazio a una generica catalogazione.
Questo, come altri lavori, pone il problema dell’eclettismo diffuso, con conseguente caduta dei confini dello “stile” e, come la famosa canzone di Cole Porter Anything Goes, tutto è permesso. Certo, tutto è permesso. Ma non tutto è lecito.

Non c’è spazio per un “catalogo completo” delle cose da non vedere. Ma la Biennale, nelle dimensioni e nella posizione assunta nel mondo e nei “futuri dell’arte”, deve contribuire a un’ecologia delle immagini d’arte.

Lorenzo Taiuti

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Lorenzo Taiuti
Lorenzo Taiuti ha insegnato corsi su Mass media e Arte e Media presso Academie e Università (Accademia di Belle Arti di Torino e Milano, e Facoltà di Architettura Roma). E’ esperto delle problematiche estetiche dei nuovi media. È autore di video, installazioni e website, collabora con musicisti sperimentali in produzioni audiovisive. Ha collaborato sui temi di arte e media con vari periodici, tra cui "Giornale dell’Arte", "Virus", "Alias"", "Terzocchio", "Linea d'Ombra", "Repubblica", “Juliet”, “Exibart”, “Artribune”, “Arte e Critica”, “Digimag”, “Noema”, “D’Ars”. Ha pubblicato i seguenti testi sulle tematiche dell’arte e i nuovi media: Arte e media. Avanguardia e comunicazione di massa (Costa & Nolan 1996), Corpi Sognanti. L’Arte nell’epoca delle tecnologie digitali (Feltrinelli 2001), Multimedia. L’Incrocio dei linguaggi comunicativi (Meltemi 2005), I linguaggi digitali (per la serie XXI secolo - Enciclopedia Treccani 2010).
  • chediotaiuta

  • Rasoio

    Anche Taiuti si attiene a solo tre- quattro cose che ha visto. Questa non è una recensione : per una recensione e l’espressione di un opinione più articolata non bastano queste scarne righe e pochissimi esempi.
    Se il succo è che ci sono troppe cose e che certe sono quindi da non vedere beh lo sapevamo già, siamo nella banalità.
    D’accordo comunque sugli esempi a parte Gallagher: Taiuti muovendosi su un terreno non suo la accosta alla Bad Painting
    cascando nello strafalcione.
    Quanto alle cellule in vitro degli artisti che si occupano di arte e genetica non stiamo nella pelle per poterli vedere finalmente alla Biennale :))