Arte, critica, e cittadinanza. Michele Dantini risponde a Luca Bertolo

Riassunto delle puntante precedenti: Michele Dantini scrive su Artribune alcuni pezzi dedicati alla critica d’arte. Luca Bertolo li legge e risponde con una lettera aperta, che pubblichiamo qualche giorno fa. Dantini raccoglie gli spunti ed ecco la controrisposta. In sintesi: questo è il mondo dell’arte che ci piace, che dibatte, si confronta, riflette e propone.

Francisco Goya, El aquelarre, 1797-98
Francisco Goya, El aquelarre, 1797-98

Caro Luca,
sono innanzitutto lieto che anche tu abbia potuto contribuire alla discussione su arte, critica, cittadinanza – discussione che mi auguro possa estendersi ulteriormente. Apprezzo la tua mobilità tra profili autoriali diversi – artista sì, ma anche critico, interprete, talvolta curatore. È una mobilità in cui confido.

MICHELE DANTINI E GLI ARTISTI CONTEMPORANEI
La prima cosa che mi viene da dirti è questa: mi occupo di artisti contemporanei, eccome. Tu stesso rimandi a un mio dialogo recente con Flavio Favelli. Oltre agli articoli apparsi di recente su Artribune, nella mia rubrica Zion o in altre parti del giornale, qui, qui, qui e qui (a mo’ di semplice esempio) non faccio altro che descrivere, ricomporre e commentare la scena artistica nazionale e internazionale più recente commentando episodi specifici, personali, fiere, manifestazioni ricorrenti, da Basilea a Kassel, da Münster a Venezia e Lione; e dedicando riflessioni specifiche a Kitty Kraus, Pisano, Gillick, Tillmans, Tiravanija, Horn, Hakansson, Deller, Buckingham, Gander, FOS e innumerevoli altri, anche italiani, da Pietroiusti a Biscotti, da Cuoghi a Cattelan e Vezzoli (qui; e chissà quanti altri tralascio ingiustamente di nominare).

COSA SARÀ L’ARTE?
Devo però dire che, mentre seguo con attenzione gli artisti del nostro presente, mi occupo con intensità quantomeno pari dell’arte a venire. O meglio. Cerco di rispondere a questa domanda: che cosa chiameremo “arte” tra dieci, venti o trenta anni? A quali ambiti di attività (che oggi non consideriamo “artistici” in senso stretto) riconosceremo il merito della Grande Creatività, la creatività che suscita e trasforma mondi? Quali sfide immaginative, etiche, religiose o scientifiche magari prima che estetiche, contenderanno all’indispettita corporazione degli artisti il titolo di “arte”? Quali le nostre prime e più vere necessità, di quali opere – se di “opere” si tratterà – e di quali scoperte? Magari cercheremo l’“arte” altrove, non nelle enclave autocertificate dove, per pigra consuetudine, siamo più persuasi di trovarla già adesso. “Non c’è nulla da dire: c’è solo da essere, c’è solo da vivere”, scrive Piero Manzoni. È un’affermazione, la sua, che non ha niente di “debolistico”, di postmoderno o di dimissionario. Chi è l’“artista”? Questa è la domanda che Carla Lonzi lascia aleggiare attorno alla sua scelta di silenzio successiva a Autoritratto. Uno spunto adeguato per tornare a dialogare.
Mi affascina il fatto che non esistano segnaletiche relative all’arte del futuro. Quali apparenze prenderà? Quali cerchie saranno depositarie del suo segreto? Come cospireremo per la sua affermazione, se mai saremo in grado di riconoscerla per tempo? Una nuova Anna Magnani tornerà a cadere sul selciato del quartiere di San Lorenzo, uccisa dai nazisti come in Roma città aperta? Oppure redivive generazioni di amanuensi saranno impegnate a tracciare le forme fantastiche degli animali dell’Apocalisse?
Forse non accadrà niente di tutto questo. Saremo invece dediti a penetrare i misteri n_dimensionali dello spazio-tempo caldo o a sperimentare assetti sociali misericordiosi. Praticheremo diete ultravegane e abiteremo negli oceani cantando con i nostri fratelli delfini e le nostre sorelle balene. Un’umanità illuminata e condotta fuori dalla caverna potrebbe non avere alcun bisogno di “arte”; e i nostri discendenti potrebbero trovare presuntuosa e insieme idolatrica la nostra fede in definizioni sommarie. Perché gli artisti non dovrebbero essere rinviati alle responsabilità specificamente umane, e talvolta civili, di cui si nutre la loro stessa attività? Non è detto che domani o dopodomani cercheremo “arte” ancora sui creduli scaffali del particolare sottosettore del commercio internazionale che oggi chiamiamo pomposamente “arte contemporanea”.

Jean-Etienne Liotard, La cioccolataia, 1744
Jean-Etienne Liotard, La cioccolataia, 1744

QUANTO È PAVIDA L’ARTE
Consideriamo Marcel Duchamp, pur sempre Duchamp: a patto però di metterlo a nudo, svelarlo in una semplicità priva di difese. L’artista in lite con l’arte (quale ci è rivelato dalle opere) è a tratti così diverso dall’impassibile giocatore di scacchi: per niente indifferente, per niente gransignoriale. È coinvolto, mobilitato. Possiamo strappare la maschera alla sfinge, comunicarne l’enigma in modo diretto? Forse sì. Ci provo.
L’arte (sostiene Duchamp) è una cosa grande e pressoché divina quando ci mette in contatto con le nostre emozioni più profonde, quando spazza via (in primo luogo negli “artisti”) vanità, piccole ambizioni, adulazione e amor proprio – quando spazza via quel “fetido Ego” autoriale di cui appunto lui stesso (con riferimento primario a Courbet e ai suoi eredi, ma pure a se stesso) scrive con inattesa durezza.
Ma l’arte riesce ancora a fare tutto questo? Ecco il dubbio duchampiano, ripetuto più volte, dissimulato più volte sotto enigmi, sciarade, maschere. Ecco anche le ragioni del suo sincero interesse per tradizioni figurative applicate, “servili”: il disegno tecnico, la modellistica astrofisica o quantistica, la tavola anatomica (quante citazioni da Leonardo, l’artista-scienziato, nel Grande vetro!). L’arte contemporanea, ai suoi occhi, è “anemica”. Non porta a fecondità la sposa, non cattura il movimento né morde la mela. È celibataria, così come l’artista: separata dalla “vita”.
Altre attività, altre discipline, altri saperi riescono invece a dischiudere mondi, a destare passioni durevoli e a cambiare le nostre esistenze. L’arte no. Non più, perché (fatalmente: non per sua immediata responsabilità) si è distaccata da ciò che è o può essere di cura e interesse comune. A differenza che in passato, l’ambito estetico non scuote la mente né la strappa al torpore abituale, nutrito di luoghi comuni e confortevoli servitù.
Non è in gioco un mutamento definitivo – non esistono mutamenti irreversibili nella storia umana – né un destino né un esito: è una congiuntura apertasi (questa sempre l’opinione di Duchamp) con la cesura modernista. A mio avviso siamo ancora ben dentro questa congiuntura: essa diminuisce l’importanza dell’“arte” (cioè l’arte che il mondo dell’arte riconosce circolarmente come tale) e trasferisce ad altre attività – meno protette, meno vezzeggiate, più esigenti e disinteressate – il rischio, il coraggio, la temerarietà, l’azzardo, l’immaginazione potente che in altre epoche sono state appannaggio della tradizione umanistica e protoumanistica delle “arti liberali”. Per uscire dall’impasse dovremmo forse educarci (o meglio rieducarci) a non avere paura del nostro più disarmato candore.

Luca Bertolo, Madonna dello yogurt, 1998
Luca Bertolo, Madonna dello yogurt, 1998

L’ARTE FUORI DI SÉ
Dunque, certo: scrivo di artisti contemporanei. Ma soprattutto cerco di immaginare la topografia futura (professionale e sociale) di ciò che intendiamo con il termine “arte”. Verso quali lidi migrano oggi la Grande Creatività, la Potenza e la Visione? Non possiamo appagarci della definizione corrente di “arte”: in questa materia non giova il senso comune.
Credo oggi che gli ambiti della ricerca pura, dell’innovazione giuridica, economica e (talvolta) tecnologica, dell’“audience development” e persino dell’erudizione o della divulgazione possano essere molto “artistici”, almeno se ci atteniamo a una definizione di “arte” intesa come “scultura sociale” (o dialogo socratico, se preferisci). Non a caso, in omaggio ad Alexander von Humboldt, viaggiatore, esploratore, botanico, antropologo, mecenate delle arti, editore, scrittore, progettavamo una rivista dal titolo Chimborazo, ormai quasi quindici anni fa! Se però intendiamo considerare ambiti più elusivi e ritrosi, quali il disegno, la pittura o la scultura, per cui conservo venerazione, bene: dico che a queste arti propriamente “liberali” rimane il compito di ricondurre l’osservatore a un’umanità più ampia e profonda, a un ambito forse di silenzio e di quiete, di dubbio filosofico e di stupore inquisitivo – e persino di incanto, furore o rapimento. Come sempre da sempre, peraltro. Personalmente ritengo che taluni quadri di Baselitz (giovane), Richter o (talvolta) Tuymans possano dialogare (e di fatto dialoghino) con l’arte dei musei, e esprimano emozioni profonde, solo in parte riconducibili all’epoca. Ma temo che pochi possano prendere parte alla conversazione.
Dunque? Dunque niente, in definitiva: sono e sarò sempre felice di potermi occuparmi di “artisti” contemporanei, come tu chiedi e come tante volte mi è successo anche con te, a patto che ciascuno riconosca e coltivi l’ubiquità dell’“arte” – niente più enclosures o gilde, per favore! – e si impegni a stabilire partnership innovative con i propri pari, al di fuori dell’orribile burocrazia delle designazioni professionali (“critico”, “artista”, “gallerista”, “curatore” etc. etc. etc.).

Un caro saluto, ciao!
Michele

Michele Dantini

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Michele Dantini
Storico dell’arte contemporanea, critico e saggista, Michele Dantini insegna all’Università del Piemonte orientale ed è visiting professor presso università nazionali e internazionali. Laureatosi e perfezionatosi (Ph.D.) in storia della filosofia e storia dell'arte presso la Scuola Normale Superiore di Pisa; Eberhard Karls Universität, Tubinga; The Courtauld Institute, Londra; Ludwig-Maximilians-Universität München, collabora con i principali musei di arte contemporanea italiani ed è responsabile del Master MAED al Castello di Rivoli. Scrive di arte contemporanea, politiche culturali e dell’innovazione, tecnologia, Rete e digitale. Tra le pubblicazioni recenti Geopolitiche dell’arte italiana. Arte e critica d’arte nel contesto internazionale (Milano 2012); Arte contemporanea, ecologia e sfera pubblica (Roma 2012); Humanities e innovazione sociale (Milano 2012); Apple cosmica. Come le narrazioni fantascientifiche modellano il design e il marketing della Mela (Milano 2012); Horses and other herbivores (Bezalel Academy of Art and Design, Jerusalem 2010). Coautore dei manifesti TQ “università e ricerca” e “patrimonio storico-artistico e ambientale”, è interessato ai temi della diversità culturale e del cosmopolitismo postcoloniale. Il suo Diario Namibiano (e/o, Milano 2003), inchiesta sulle trasformazioni delle abilità tradizionali in Africa australe all’ingresso nel mercato globale condotta in collaborazione con la National Gallery di Windhoek, è stato finalista del premio Paola Biocca|Società Italo Calvino nel 2002. Suoi reportage e fieldworks sono stati presentati alla Fondazione Merz, Torino; CCCS Strozzina, Firenze; Centro di arte contemporanea Luigi Pecci, Prato; Centre de la Photographie, Ginevra; MAO, Torino. Collabora a L’Huffington, Alfabeta2, Doppiozero, ROARS, Il giornale dell’arte, il manifesto.
  • Ho seguito con interesse il dialogo sincero e appassionato tra Dantini e Bertolo. Capisco l’impazienza dell’artista, che in parte condivido. Ma rispetto lo sguardo distaccato del teorico, interessato più a individuare orientamenti generali che modalità pratiche dell’operare.
    La domanda sul futuro è la più stimolante. Personalmente non ho la stessa percezione riguardo a una presunta migrazione verso lidi diversi dall’arte della Grande Creatività o della Visione. Più che altro, mentre il modernismo poteva concedersi il lusso di interrogarsi su questioni filosofiche e morali, oggi Creatività e Visione tendono a concentrarsi su questioni più spicciole, viste le emergenze sociali contingenti. Per questo motivo sperimentiamo un apparente slittamento, che a volte fa coincidere le finalità artistiche con quelle di altri ambiti di ricerca (giuridico, economico, tecnologico…).
    Così però a me sembra che si perda quel valore “maieutico” dell’arte che Dantini stesso ha evocato. D’altronde, in questa bella risposta a Bertolo, non si riesce a sanare la scissione tra le arti “propriamente liberali” (quelle della tradizione umanistica) e la nebulosa ancora indefinita dell’operare artistico post-duchampiano. Non sono certo, inoltre, che le priorità siano ritrovare il “candore” e abbattere le enclosures (che mi sembrano già crollate da tempo). Purtroppo il ricco bagaglio culturale, fatto di approfondita conoscenza della materia, di competenze critiche, di disponibilità al confronto e di capacità dialettica che appartiene sia a Dantini che a Bertolo, non è esattamente prerogativa di tutti i loro possibili interlocutori. Inoltre, tra quei pochi che potrebbero partecipare al dibattito fornendo un prezioso contributo, i più non hanno alcun interesse per la condivisione. In conclusione, penso che uno dei principali motivi per cui il discorso artistico ha smarrito la consapevolezza del proprio significato e la capacità di produrre senso sia l’isolamento. Ben vengano quindi queste aperture: la speranza è che le menti più brillanti che operano in questo settore riescano a ottenere risultati significativi lavorando insieme. Le barriere da abbattere non sono quelle delle designazioni professionali, ma quelle ben più resistenti dei gruppi di interesse.

    • Michele Dantini

      Caro Vincenzo (e cari tutti, che ringrazio), la costruzione di microcomunità (o cerchie anche affettive e sentimentali) è cruciale, e presuppone la capacità di stabilire relazioni paritetiche. Anche per questo forse non mi piace la tradizionale asimmetria della relazione critico/artista. Nel contesto di un’economia dell’attenzione (che per me è in primo luogo un’economia del dono) scambio e riconoscimento non possono che essere reciproci. D’altra parte è un peccato che gli artisti in Italia non si impegnino con maggiore determinazione nell’organizzazione culturale: ne va della loro libertà. E’ di questi giorni la notizia che Jasper Johns ha aperto a New York una galleria destinata all’autogestione. Trovo l’esperimento interessante. La generosità e la fierezza che Johns ha mostrato nell’occasione mi sembrano peraltro intrinsecamente connesse alla maturità del processo creativo, e non solo addizionali o aggiuntive. Un caro saluto Michele

      • Caro Michele,
        grazie a te per la risposta. Sono d’accordo sulla necessità di un maggiore impegno nell’organizzazione culturale da parte degli artisti. In generale penso anche che l’attivismo nell’ottica del “dono” sia ciò che anima molte delle iniziative oggi più interessanti nel nostro Paese. Trovo anche che positive forme di collaborazione in campo associativo, nel territorio del no-profit o comunque tra operatori culturali a livello locale esistano e spesso producano anche ottimi risultati.
        Quanto alle microcomunità, che come ricordavi possono sicuramente innescare virtuosi meccanismi di relazione interpersonale e di scambio, hanno il difetto di cadere spesso in due vicoli ciechi: uno elitario e autoreferenziale, l’altro provinciale e angusto.
        L’isolamento di cui parlavo è il risultato dell’assenza di comunicazione tra le diverse cerchie di cui tu parli, frutto nella maggior parte dei casi di una logica economicistica e liberistica, che fa coincidere attitudine alla concorrenza e chiusura mentale.
        Continuo a pensare che sarebbe di grande aiuto per favorire la reciproca valorizzazione dei nostri talenti, dedicare più tempo allo studio e alla conoscenza di ciò che offre il panorama artistico, a diversi livelli (dal locale al globale), prescindendo dalle relazioni privilegiate e dalle conoscenze dirette. Come? Facendo studio visit, aggiornando e rivedendo portfolio, visitando più mostre (non durante le inaugurazioni), attraverso la conoscenza reciproca, la discussione e lo scambio di opere tra artisti. Tutto ciò senza aspettare che possa capitarci tra le mani qualcosa di valore per caso, ma impegnandoci nella ricerca di ciò che può ispirarci. Ovviamente questo discorso riguarda tutti, critici, artisti e operatori di ogni tipo. Invito gli amici del commentario a fare un esperimento: la prossima volta che parlerete in maniera distesa e informale con qualcuno ben inserito nel mondo dell’arte, contate i pettegolezzi e le frecciatine sui colleghi e poi metteteli a confronto con le sincere espressioni di rispetto e con gli apprezzamenti per il lavoro altrui… Iniziamo a riflettere sui motivi di questa cultura del sospetto.

      • Caro Michele, temo che tu faccia finta di non vedere. O forse sei imbarazzato dal mio eccessivo entusiasmo, che forse confondi (come molti e questa è colpa anche mia) con il solito “fetido ego”. Come contraltare del percorso di questi sei anni, abbiamo lanciato un progetto di totale libertà e indipendenza. Proprio ragionando da Duchamp. Proprio a dimostrare che non esiste arte giusta e arte sbagliata, ma una consapevolezza valorosa tra contesto, opera in sé, e intenzioni dell’autore. Argomentando su questi tre elementi possiamo avvicinarci al valore dell’opera (come anche di un bicchiere o un’iphone!). Questo fitness, questo allenamento della vista presiede poi a tutto, alla vita privata, alla politica, ecc ecc. Ma siamo solo all’inizio :)

  • Vincenzo Del Suddetto Lab II

    Dantini brilla di una perspicacia che difficilmente troverete tra segretarie di redazione un pò soubrettre, pseudo critici e scribacchini dell’arte, ovviamente concordo con lui e trovo anch’io intelligentissima ed interessante la sua domanda, sul futuro dell’arte, sono un artista anche se mi definisco agitatore culturale agisco in collettivo da anni, non credo nell’arte quattrocentista e borghese, credo che viviamo tempi di cancrena di questo sistema di produzione diciamo così artistica, credo nella pre arte, non credo ne nell’io ne nell’ego ne nell’identià artistica che trovo manierista di per se, mi interessa il nulla, l’infinito, o il contingente, alla domanda di Dantini non dovrei neanche rispondere, visto che non credo neanche nel tempo storico, ne nella storia dell’arte, mi permetto però di di rispondere così : l’arte nel futuro non esisterà più come arte, sarà uno stile di vita un brand estetico e politico, da adottare o meno tutto quì, un brand per altro da sempre esistito, dalla notte dei tempi.

  • Anche io apprezzo Michele Dantini, anche se lui dribla alcune mie provocazioni. E se fosse Dantini l’artista? Ossia il connettore-divulgatore tra pubblico e quello che è considetato “arte”? E gli artisti fossero sfumature, per le quali non è mai il momento e il luogo per un approfondimento? Ora, noi stiamo lavorando in questo senso con progetti concreti da almeno 6 anni. Siamo un goccia nel mare, proprio perché siamo soli, e sul lato operativo tutti scappano.

  • Finalmente ho più tempo e posso rispondere meglio. Prima ero in viaggio, nel candore del sole e dell’aria fresca. Perché, come dice Manzoni e non solo, (Klein diceva che la vita è l’arte assoluta), spesso la vita supera l’arte rispetto a quello che consideriamo arte. Ok, solite banalità. L’arte di domani? L’arte avviene quando si incontra l’opera con lo spettatore, quindi non è possibile alcuna riflessione che prescinda dallo spettatore. E oggi lo spettatore è invitato in grandi parchi di divertimento per adulti (expo, biennali, fondazioni, ecc ecc). E non credo che domani cambierà qualcosa. La vera risorsa scarsa è il tempo, e se voglio vedere l’arte mi dirigo verso musei e biennali, non mi posso permettere di stare 3 ore in un prato a guardare un fiore. E anche io non ho tanto tempo per scrivere e riflettere con voi, visto che devo fare altro nella vita. E non vengo pagato per il tempo che vi sto donando. Inoltre credo che questo dibattito sia seguito con cognizione da pochissime persone. Dieci? Chissà. Che fare? Se provo a rispondere, giustamente, si parla di autopromozione ed ego fetido. Le risposte sono su tre piani: critica-divuglazione, linguaggio-progettualità e coinvolgimento del pubblico. Inoltre serve un confronto tra: artisti, pubblico e addetti ai lavori. In Italia, e forse non solo, manca un pubblico vero e sinceramente attento. Quindi bisogna fare un passo indietro, e rendere evidenti le ragioni e le motivazioni dell’arte. Solo in quel momento avremo la terza gamba del tavolo e potremo rispondere alle domande di Dantini.

  • Lettore

    Trovo il tentativo di risposta di Dantini a Bertolo un esercizio di stile, questo desiderio di interrogarsi su quale sara’ l’arte del futuro e’ di incredibile sterilita’mi ricorda tanto gli anni novanta quando ero giovane e bello, e poi chissenefrega di come sara’ l’arte tra dieci anni, mica stiamo all’ippodromo a scomettere sul cavallo che vincera’, in quel caso si sarebbe bene avere doti di premonizione. E poi come si fa a confrontarsi con qualcosa che semplicemente non c’e’? Si puo’ dire quel che si vuole, che l’arte sara’ tutta gialla o sara’ fatta da persone con un occhio solo, secondo me l’arte sara’ uguale a quella che si fa oggi che e’ poi la stessa che si faceva 1000 anni fa’.
    Un altra cosa, cosa vuol dire: Personalmente ritengo che taluni quadri di Baselitz (giovane), Richter o (talvolta) Tuymans possano dialogare (e di fatto dialoghino) con l’arte dei musei (?)
    Quali musei intende Dantini? non e’ dato saperlo, di musei di arte ne esistono di tutti i tipi.
    Troppa confusione Dantini e il problema e’ che non e’ voluta.

    • Michele Dantini

      “secondo me l’arte sara’ uguale a quella che si fa oggi che e’ poi la stessa che si faceva 1000 anni fa”. Geniale. Pronto per il prossimo Padiglione Italia (o magari l’hai giá fatto?). Abrazos

  • angelov

    Mario Merz citava un pensiero di Ho Chi Minh, riguardante la strategia dello spazio in generale; il passo dice pressapoco così: “Se concentri la tua forza in un punto stabilito, avrai potere su di esso, ma perderai controllo sul territorio circostante; se invece ti allarghi troppo nel territorio circostante, per poterlo controllare, allora perderai forza”.
    Forse Duchamp, campione di scacchi professionista, che fece anche parte della squadra nazionale francese, conosceva bene questi tipi di strategie che, ad un certo punto della sua evoluzione, dovettero sembrargli sterili, se relegate solo nell’ambito di un gioco.
    Perché lo Spazio e non il Tempo?
    Perché è il pensiero dell’irrimediabile trascorrere del tempo che ci spinge a cercare nello spazio, dalle apparentemente e infinite possibilità, le libertà per dimenticarlo.
    E forse anche nell’ambito della critica, o dei giochi di pensiero in generale, si dovrebbe tener conto di strategie di questo tipo, che sono state anche definite con altre metafore, come quella appunto della “coperta corta”…
    In definitiva, la vita o l’esperienza supera sempre l’arte e l’immaginazione; se così non fosse il futuro sarebbe prevedibile dal nostro pensiero, e tutto si ridurrebbe ad un immane ed opprimente cortocircuito.

    • Vincenzo Del Suddetto Lab II

      ne lo spazio ne il tempo esistono come noi li percepiamo, l’arte è vita essenzialmente, il fatto che noi la percepiamo sotto forma di oggetto da noi o estetica, è una cazzata che ci vogliamo raccontare, l’ennesima illusione, l’arte è verità e vita,aurea santissima, come giuseppe desa da copertino il santo stupido che volava, così sono molti artisti così è l’arte. https://www.youtube.com/watch?v=gn0McB1wFok

      • angelov

        Il minestrone è un piatto che può piacere se mentre lo gusti puoi anche in qualche modo riconoscere i vari suoi componenti; così dire che “l’arte è vita”, è pronunciare un’ovvietà ed anche una contraddizione, poiché quando si è trattato di tirare in ballo il concetto di Arte, ad esso collegato ne sono seguiti a strascico altri 1000 di precisazioni e metafisiche e interpretazioni e quant’altro…
        “Il Tao è al di la delle parole e al di la dei concetti che possano esprimerlo”; IV secolo aC: è quindi già da parecchi anni che si tenta di dare una definizione a qualcosa che si considera come un valore assoluto; se a Tao sostituisci Arte, il gioco è fatto.

        • Vincenzo Del Suddetto Lab II

          è molto più banale definire l’indefinibile, non puoi assolutamente riconoscere niente, perchè si vive in un eterna caverna di Platone, il concetto di tao è un concetto che occidentali pervertiti non posso comprendere, in quanto perversi, ed è un simbolo stupratissimo, l’arte è vita nel senso, che se intendiamo l’arte la cosa più sacra al mondo, ecco che essa è la vita e non ha senso l’arte, che infatti è una perversione quattrocentesca, molto più interessante infatti è la morte, e la morte dell’arte nell’attimo stesso in cui avviene il decesso.

          • angelov

            L’arte,
            ma che cos’è l’arte?,
            o è forse la vita?,
            o meglio,
            dal sacrificio della morte dell’arte
            potrà scaturire un rinnovamento?,
            etc etc,
            ma l’arte è sopratutto Lavoro,
            e questo concetto,
            che concetto non è,
            molti,
            anzi troppi,
            fanno fatica a riconoscerlo
            perché sembrerebbe
            che tolga loro
            quell’illusione di poter volare
            col pensiero
            e mai di camminare
            tenendo i propri piedi
            sull’umile terra
            etc etc

  • Mario Necchi

    Dunque? Dunque niente, in definitiva. Non si poteva sintetizzare meglio il testo che precedeva questa onesta, lucida, umile affermazione.

  • Stiamo ancora aspettando una risposta da Michele Dantini che fa tanto il moderno tra social e autopromozione selvaggia (ma accademica!) e non risponde alle domande più scomode. Pensavo che Dantini fosse diverso, invece anche lui fa il “Luca Rossi” integrato senza arrivare da nessuna parte. Se non a giracchiare sulle solite torri d’avorio. Bravo complimenti.

    • angelov

      Dantini è un intellettuale molto scomodo per questo sistema, e farà da parafulmine per tutti quegli intellettuali cialtroni che, come gli struzzi, sono soliti nascondere la propria testa sotto la sabbia dell’indifferenza.