Renato Barilli e la scomparsa degli artisti italiani

Un tema molto preoccupante è l’assenza, o scarsa presenza, di artisti italiani delle ultime leve nelle grandi rassegne internazionali. Tema qui affrontato da Renato Barilli, fra New York e Parigi, Venezia e Roma.

Rosa Barba, Stage Archive, 2011
Rosa Barba, Stage Archive, 2011

DA NEW YORK A PARIGI
Nei giorni sorsi, a New York, sono stato in visita al New Museum, con la piacevole sorpresa di constatare che è ormai entrato tra i più importanti, subito accanto al MoMA, al Guggenheim ecc., forse anche per merito della direzione del nostro Massimiliano Gioni. Vi ho visto una Triennial in cui era presente un po’ l’intera Onu di rappresentanti di tanti Paesi, ma appunto con totale assenza del made in Italy. Al Beaubourg, accanto a due eccellenti monografiche dedicate a Jeff Koons e a Hervé Télémaque, c’è pure una generica rassegna su temi di arte e ambiente dove, per l’Italia, compaiono solo due mostri sacri quali Boetti e Cattelan, e nulla più, mentre da ogni parte spuntano asiatici e africani.

Milano - Arts&Food, Triennale
Milano – Arts&Food, Triennale

CE LO MERITIAMO DI ESSERE ESCLUSI?
Perché questa penuria? Una risposta ovvia sarebbe che ce la meritiamo per lo scarso valore dei nostri esponenti, ma così non è: conduco, sotto l’etichetta di Officine o Biennali Giovani, delle rassegne periodiche e posso giurare che il livello medio dei nostri emergenti non è certo inferiore a quanto si riscontra in giro per il mondo. Credo che prima di tutto ci sia una timidezza dei nostri grandi “curators” a far valere i diritti di casa.
Per esempio, Gioni si affretta a precisare che le scelte per la sua Triennial non le ha fatte lui, c’è stato un comitato di selezionatori, ma suppongo che disponga dell’ascendente opportuno per far scivolare nella rosa qualche nome nostrano di sua fiducia.
Si prenda una rassegna tutto sommato ben condotta come l’attuale Arts & Food di Germano Celant: per carità, gli italiani aventi diritto ci sono tutti, in quanto ce l’hanno fatta a entrare in un “international starsystem”, ma nulla più, mentre negli spazi della Triennale di Milano, accanto a signori grandi firme, si vedono comparire presenze minori che a me non dicono molto, e dunque accanto a quelle ci poteva stare qualche esponente del nostro vivaio.

Germano Celant
Germano Celant

CURATORI PAVIDI
Ma i “curators” non osano recare offese alle graduatorie internazionali, e dunque siamo in presenza di un circolo vizioso: i nostri non sono nel circuito che conta, e dunque ci si vergogna a proporli, ma nello stesso tempo nulla si fa per iscriverli. Qualcuno mi dica se il nostro massimo “curator” quale appunto è Celant negli ultimi decenni si è mai speso per fare entrare nel sistema qualche giovane da lui ritenuto di valore. Vale insomma il detto “aiutati che il ciel t’aiuta”, avanza qualche nostra pedina con coraggio, falla invitare ai conviti che contano, e qualche benefico effetto seguirà.
Purtroppo anche le gallerie private si uniformano a questa prudenza, importano nomi esteri, tra cui giovani alle prime armi, e questo va bene, ci mancherebbe che si chiudessero in un modesto “piede di casa”, però chiedano una reciprocità, osino a loro volta pretendere che le gallerie straniere ospitino i loro preferiti.

Rosa Barba, Stage Archive, 2011
Rosa Barba, Stage Archive, 2011

E INTANTO IN BIENNALE…
Purtroppo nessun aiuto, in questa difficile situazione, ci può venire dalle istituzioni pubbliche. Se parliamo della Biennale di Venezia, il grande officiante di quest’anno, Enwezor, conduttore di una delle edizioni più inconcludenti e ipocrite, se la cava, a livello di giovani, con l’“usato garantito”, e cioè con Rosa Barba e Monica Bonvicini, che non so quante volte sono già comparse sul Lido.
Il Padiglione Italia, più che lanciare nuove proposte, le ghettizza in un luogo oscuro e fuori mano, proponendole in numero eccessivo e così dando l’alibi al conduttore ufficiale di considerare chiuso il problema, tanto ci pensano già gli italiani ad azzerarsi tra loro.
Non parliamo poi di un ente come la Quadriennale, la cui ragion d’essere dovrebbe proprio stare nella tutela dell’arte nostrana, ma si sa bene che, tra le varie istituzioni del nostro Paese, è la moritura, o forse già morta per intero. Fra l’altro si scopre una perla tra le pieghe del suo regolamento, secondo cui si impedisce al presidente di turno di fare viaggi all’estero. Si sa che l’arte italiana si difende solo entro i vecchi recinti, vietato farla espatriare.

Renato Barilli

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Renato Barilli
Renato Barilli, nato nel 1935, professore emerito presso l’Università di Bologna, ha svolto una lunga carriera insegnando Fenomenologia degli stili al corso DAMS. I suoi interessi, muovendo dall’estetica, sono andati sia alla critica letteraria che alla critica d’arte. È autore di numerosi libri tra cui: "Scienza della cultura e fenomenologia degli stili" (1982, nuova ed. 2007), "L’arte contemporanea" (1984, nuova ed. 2005), "La neoavanguardia italiana" (1995, nuova ed. 2007), "L’alba del contemporaneo" (1995), "Dal Boccaccio al Verga. La narrativa italiana in età moderna" (2003), "Maniera moderna e Manierismo" (2004), "Prima e dopo il 2000. La ricerca artistica 1970-2005" (2006), "La narrativa europea in età moderna. Da Defoe a Tolstoj" (2010), "Autoritratto a stampa" (2010), "La narrativa europea in età contemporanea. Cechov, Joyce, Proust, Woolf, Musil" (2014). Presso Bollati Boringhieri ha pubblicato "Storia dell’arte contemporanea in Italia. Da Canova alle ultime tendenze" (2007) e "Arte e cultura matariale in Occidente" (2011). È stato organizzatore di molte mostre sull’arte italiana dell’Ottocento e del Novecento.
  • ciò cha barilli dice è corretto. infatti come artista italiano non mi aspetto niente in casa e ho scelto di muovermi in altri paesi dove il confronto è forte e la creatività italiana apprezzata.

  • giorgiolafoi

    bravo renato! sono d’accordo con te… se poi aggiungi che le gallerie internazionali non aiutano per niente i colori nostrani (Massimo De Carlo si è accorto di Barruchello solo adesso) siamo messi proprio bene… i discorsi sono sempre gli stessi purtroppo non si hanno progetti seri di crescita …perché propinarci artisti stranieri, ad esempio americani, come bravi pittori senza dare uno sguardo approfondito su quello che si ha intorno? gli altri sono sempre più bravi e noi ce li facciamo piacere pure… vabbè siamo un popolo destinato godere delle cose già fatte e non di quelle che si faranno…

  • Non saranno certamente solo le biennali, le triennali o le quadriennali con i loro carrozzoni di direttori e curatori a stabilire quale sia l’arte più meritevole da essere presa in considerazione. Resta il fatto però che dovrebbero essere le nostre manifestazioni più conosciute a livello internazionale a creare le condizioni per presentare con competenza e qualità artisti autoctoni, contrariamente se così non fosse, quale possibilità potranno avere questi per essere individuati e prescelti per accedere ai più importanti eventi del pianeta ??

  • Alessio Moitre

    Scusate se m’intrometto. Premetto di non aver mai commentato nessun post su artribune ma devo dire che l’argomento mi tocca da vicino e direi soprattutto professionalmente. Metto le carte in tavola, nella vita ho una galleria d’arte contemporanea e da sempre ho sentito trattare del problema dello scarso numero d’italiani presenti nei grandi eventi espositivi e fieristici. Ora mi duole doverlo dire ma nel mondo galleristico (spesso ma non sempre, sennò sarebbe ingiusto ed errato) non viene percepita la necessità di avere artisti nostrani, in quanto non solo per via d’immagine e di rapporti internazionali, ma anche per una parola, “provincialismo”, che viene spesso usata a torto e che non tiene in considerazioni le tradizioni e le correnti artistiche dell’Italia.
    Questo problema viene spesso tirato in ballo anche dagli stessi artisti del Bel paese che si trovano volentieri a criticare questo andazzo, che a giudizio loro è miope (ma ovviamente i casi variano e quindi vado per statistica).
    Concetto che noto non toccare le gallerie straniere che anzi si giovano di nomi del loro paese di origine, con il risultato di riuscire a promuovere anche un certo peso politico in sede di decisioni importanti.

    Aggiungiamoci anche che le realtà culturali italiane (private e pubbliche) hanno scarsa attitudine a lavorare in squadra e questo di certo, soprattutto sul piano economico e decisionale, aiuta ben poco ( portare nomi italiani in fiere importanti straniere si è spesso rivelato un vero bagno di sangue).
    Logicamente ogni anno ci ritroviamo a piangere, soprattutto in procinto delle fiere e delle varie Biennali. è noto che non solo le gallerie creano il problema della mancanza d’italiani (in modo particolare giovani) nel panorama internazionale, ma è una componente significativa e mi permetto di dire che i curatori possono poco, anche quelli considerati galattici, che spesso sono schiacciati tra il mercato e le varie esigenze.
    Ovviamente serve a poco adesso dire, per quanto concerne i galleristi, lui aiuta gli italiani, quello no, perchè il vero problema è prettamente culturale e di comunicazione.
    Ci sarebbe molto d’aggiungere ma ritengo che per ora basti così.

    un saluto a tutti e statemi bene