Opere, documenti, testimonianze. Sul lavoro dello storico

Tendono a scomparire i critici d’arte, soppiantati dai curatori. Ma ancora di più sullo sfondo è relegato lo storico. Non è forse da qui che nascono tante interpretazioni fallaci del contemporaneo? La riflessione di Giulio Ciavoliello, docente di storia dell’arte contemporanea all’Accademia di Brera.

Salvo, Edificio della maggiore sublimità, 2014
Salvo, Edificio della maggiore sublimità, 2014

CURATORI, CRITICI, STORICI
Nel mondo dell’arte contemporanea, sempre più rilevante è la figura del curatore. Sempre meno rilevante sembra essere diventata la figura del critico, per quanto quella di curatore dovrebbe costituirne una significativa variante. Ma non è di questo che voglio trattare.
Mi interessa affrontare la questione dello storico d’arte contemporanea, una figura nel presente rimossa, quasi come se il richiamo alla storia servisse a cancellare il suo ruolo. Eppure l’oggetto di studio da parte dello storico, nell’accezione di cui si parla, ha implicazioni nel presente, non solo perché il passato vi ha un peso indiretto, ma soprattutto perché molte sue analisi riguardano qualcosa di vitale.

L’IMPORTANZA DEI DOCUMENTI
Il punto di partenza fondamentale è ciò che nel mondo dell’arte viene considerato opera, in tutte le forme possibili. Non si può non partire da qui, così come accade per un manufatto di secoli fa.
Il secondo punto è dato dai documenti. La ricerca dei documenti è essenziale. In relazione all’analisi e alla valutazione a posteriori, i documenti originali costituiscono un accompagnamento dell’opera. Tutto ciò che è stato prodotto nel periodo in cui si è manifestata l’opera (foto, testi, registrazioni, comunicazioni) ha un peso enorme, perché nell’analisi successiva riduce il prodursi di equivoci, si pone come argine a un eventuale proliferare di interpretazioni. L’interpretazione degli atti, che è necessaria, si svincola in tal modo dalle intenzioni di autori e fruitori, che pure hanno avuto un ruolo nella manifestazione dell’opera. È così che la lettura di un fenomeno si rende oggettiva e verificabile. Si pratica un taglio, si afferma una parzialità e non è esclusa un’empatia da parte dell’osservatore. Ma l’ancoraggio ai documenti consente di trovare un punto di equilibrio tra fenomeno e punto di vista, per l’accertamento di una verità: una verità provvisoria, perché la porta rimane sempre aperta ad altri accertamenti con nuove evidenze di prova.

Michelangelo Pistoletto, L'Etrusco, 1976
Michelangelo Pistoletto, L’Etrusco, 1976

TESTIMONIANZE AMBIGUE
Il terzo punto è dato dalla testimonianza. È importare conoscere cosa ha percepito chi c’è stato, chi ha visto. La testimonianza ha il privilegio di rendere spesso accattivante l’evento passato, dispone bene l’osservatore che viene come coinvolto, reso partecipe di un vissuto significativo. È la voce diretta di chi è interpellato appositamente o di chi riferisce fra l’altro dell’oggetto del nostro interesse. Qui la conoscenza si fa più intricata, perché non è semplice trarre delle conclusioni. Tutti i protagonisti si fanno portatori di un’alterazione. La testimonianza orale è la più insidiosa perché può essere erronea, anche se in buona fede. Lo stesso autore dell’opera nel suo racconto deve essere sospettato. Ciò che dice non va preso in termini assoluti, in ogni caso non va mai assecondato. L’artista, per esempio, in modo più o meno inconscio tende ad essere indulgente nei propri confronti ed esigente o omissivo nei confronti di altri.
La circospezione è il presupposto di scientificità del metodo storico-critico. L’attitudine di chi è mosso da volontà di ricerca è assimilabile a quella dell’investigatore. La partecipazione dello storico all’oggetto che tratta deve essere dotata di misura, caratterizzata da un rigore che consente di ridurre la possibilità di errori, distorsioni, abbagli. Un’investigazione non è mai attraente come una presentazione. Forse proprio per questo i riflettori sull’attività dello storico sono spenti, a discapito dei bagliori che caratterizzano l’attività del curatore, esposto nella piena luce dell’attualità e della comunicazione, in concorrenza con l’artista.

Giulio Ciavoliello

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Giulio Ciavoliello
Giulio Ciavoliello scrive di arte contemporanea e ha curato mostre. Ha fondato e diretto Artshow, guida a mostre e musei (1986­2011), ha fondato e diretto Combo, rivista d'arte contemporanea (2007­2008). Ha pubblicato “Dagli '80 in poi. Il mondo dell'arte contemporanea in Italia” (Artshow edizioni­Juliet editrice, Milano­Trieste 2005). Ha curato “Francesco Bonami, La sabbia e il gorgoglio, Scritti 1993­2002” (Silvana editoriale, Cinisello Balsamo 2003). Insegna Storia dell'arte contemporanea all'Accademia di Brera-Milano.
  • A me pare che il ruolo del curatore sia un pochino in crisi più di quello del critico, che oramai è praticamente scomparso…

    • damienkoons

      ma i curatori si chiamano così perchè curano i loro interessi o quelli dei galleristi?

  • pino Barillà

    Analizzando la situazione mi sembra coerente con i tempi l’ultimo artista che abbiamo avuto sul territorio Italia è Giulio Paolini.

  • angelov

    Questo articolo mi sembra un tipico “statement” di arte concettuale: qualcosa che sconfina nell’astratto, nel virtuale, nell’aleatorio e nel fantastico.
    Uno storico che si occupa di arte contemporanea, è come dire un archeologo che si occupi di fantascienza; è una contraddizione in termini, anche perché il suo lavoro consisterebbe in un continuo aggiornarsi su di una materia che è per sua stessa definizione dinamica, “in progress” ed in divenire.
    Troppo difficile…